Migrazioni e Dna ai confini del mondo: le isole Orcadi

Negli ultimi anni lo sviluppo nelle tecniche di analisi del DNA antico ha permesso lo studio sempre più diffuso e sistematico di numerosi resti umani, un tempo inaccessibili a questo tipo di analisi. Capita sempre più spesso che siti già ben noti e studiati dagli archeologi siano oggetto di riesame alla luce dei nuovi dati genetici disponibili. In alcuni casi le riflessioni proposte dagli archeologi sulla base della cultura materiale vengono confermate, interamente o in parte, in altri casi lo studio del DNA porta a leggere in una nuova luce quanto emerso dagli scavi e dunque alla riformulazione delle ipotesi precedenti. In altri casi ancora il dato genetico aggiunge un pezzettino al puzzle che si sta andando a formare, aprendo nuove prospettive. Non bisogna stupirsi, la scienza funziona così, affinando o modificando le cose che sapevamo prima alla luce dei nuovi dati.

Grazie allo studio del DNA antico, oggi possiamo ipotizzare che diversi spostamenti massicci di popoli abbiano interessato l’Europa nel corso del passato e che questi abbiano avuto ripercussioni diverse sul patrimonio genetico che possediamo oggi anche in base alla zona geografica presa in esame.  Se voleste approfondire, consiglio l’ultima edizione di Europei senza se e senza ma. Storie di Neandertaliani e di immigrati (Bompiani), di Guido Barbujani, semplice e chiaro, adatto anche a chi non si è mai interessato alla genetica.

Questi spostamenti, comunque, si riflettono spesso sulla cultura materiale, provocando un cambiamento nelle tipologie degli oggetti ritrovati dagli archeologi.

In uno studio intitolato Ancient DNA at the edge of the world: Continental immigration and the persistence of Neolithic male lineages in Bronze Age Orkney, pubblicato il 22 febbraio 2022 dai Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States (PNAS) un nutrito gruppo di ricercatori di diverse università ha preso in esame e confrontato il DNA maschile rinvenuto in campioni appartenenti al Neolitico, all’età del bronzo e a quella del ferro ritrovati nelle isole Orcadi, a nord della Gran Bretagna. Lo scopo era capire quanto un ambiente insulare e isolato geograficamente ma non culturalmente avesse subito, tra la fine del Neolitico e l’inizio dell’età del bronzo, l’apporto di genoma proveniente dalla zona del mar Caspio, come avvenne per il resto dell’Europa continentale.

Stando ai dati archeologici fino ad oggi noti, le Orcadi fiorirono durante il Neolitico (3800 – 2500 a. C.), diventando un importante centro culturale basato su un’economia agricola e contatti a lungo raggio. I primi insediamenti, costruiti in legno, vennero sostituiti intorno al 3300 a. C. con strutture in pietra. Intorno al 2500 a. C. però, sulle isole britanniche le cose cambiarono e comparve quella che viene chiamata cultura Beaker, che segna l’inizio dell’età del bronzo. Questa cultura archeologica è stata di recente associata dai genetisti all’apporto di DNA continentale, proveniente dalle steppe, che gradualmente si è andato a sostituire a quello precedente. 

Non era però stata ancora studiata la ripercussione di tale cambiamento alle Orcadi perché, data la scarsità di materiale associabile a quella cultura archeologica, si era ritenuto che avesse avuto un piccolo impatto sulla popolazione locale, e che anzi l’avesse rigettata, sviluppando una situazione di isolamento. Inoltre, anche se comparve anche qui come nelle isole britanniche l’usanza di seppellire i morti in grandi sepolture collettive sotto tumuli terragni (come ad esempio nel caso del tumulo di Hazleton North, recentemente studiato), la scarsità degli abitati aveva fatto ipotizzare un periodo di recessione ambientale e culturale.

Scoperte recenti, come quelle effettuate nei siti di Crossiecrown e di Tofts Ness, hanno permesso di rivalutare la situazione. Inoltre, indagini in corso nel sito di Links of Noltland, sull’isola di Westray, hanno permesso di studiare un insediamento in associazione con la propria necropoli, caso molto raro in questo contesto. L’insediamento è stato occupato a partire dal Neolitico (3300 a. C) fino all’età del bronzo (500 a. C) senza particolari indicatori di eventi traumatici o di abbandono. La necropoli associata fu usata tra il 2150 e l’850 a. C. e contiene sia sepolture ad inumazione che ad incinerazione per un totale di cento individui.

Con lo scopo di indagare le possibili variazioni all’interno dei lignaggi maschili presenti alle Orcadi, i ricercatori hanno confrontato 21 genomi risalenti al Neolitico antico, 22 campioni provenienti dal sito di Links of Noltland appartenenti al bronzo antico e tre appartenenti all’età del ferro provenienti dal sito di Kowe of Skea, nell’isola di Westray. 

Per il Neolitico è stato possibile confermare la provenienza della popolazione locale dall’area mediterranea, attraverso il passaggio dalla Gran Bretagna. Sono però anche state trovate evidenze della sopravvivenza del DNA mesolitico. L’ipotesi è che gli abitanti più antichi delle Orcadi siano stati in parte integrati ed assimilati dai nuovi venuti. 

Lo studio ha confermato anche l’arrivo del nuovo patrimonio genetico durante l’età del bronzo, verificatosi in tutto il nostro continente, però con una particolarità inaspettata e unica. Nonostante l’ondata migratoria, i lignaggi maschili locali si sono conservati in modo abbastanza consistente, tanto da conservarsi in un individuo vissuto durante la successiva età del ferro (proveniente da Birsay) fino ad arrivare ad una singola famiglia che lo possiede ancora oggi. Si tratta di  un caso unico perché per la maggioranza il genoma proveniente dal Neolitico è scomparso in Europa nei secoli successivi ed è quasi inesistente negli individui moderni (è presente solo nell’1% degli inglesi di oggi).

Per provare a capire cosa sia successo, il passo successivo prevede di confrontare i dati derivati dall’analisi genetica con quelli emersi dagli scavi archeologici. Teniamo presente che la genetica non può essere utilizzata da sola, perché per l’uomo, in ogni tempo e anche per noi oggi, l’elemento culturale è stato decisivo. Nella maggioranza dei casi si fanno determinate scelte (sia a livello individuale che collettivo) non perché siano più o meno vantaggiose a livello biologico, ma perché sono accettate o meno dal punto di vista della cultura che ci circonda e influenza le nostre azioni. In questo caso, il dato genetico va incrociato con le ricerche archeologiche. Alle Orcadi il passaggio tra il Neolitico e l’età del bronzo non è traumatico (come invece accade in altre parti del continente dove una nuova cultura materiale sostituisce la precedente), ma, anzi, si registra una situazione di continuità e stabilità, anche grazie all’autosufficienza del sistema degli insediamenti agricoli, come ad esempio Links of Noltland. Nel Neolitico i gruppi familiari locali avevano sviluppato una forte cultura locale, ma coltivavano anche rapporti commerciali con il continente. Forse proprio questi scambi con la terraferma permisero agli abitanti delle Orcadi di operare un controllo preciso sulla migrazione imminente, negoziando e mediando con i nuovi venuti. 

Nel bronzo antico vediamo dunque la persistenza di alcuni lignaggi maschili precedenti nel mare della popolazione rimpiazzata dal nuovo apporto genetico.   

Gli autori del lavoro comparso su PNAS sottopongono però all’attenzione della comunità scientifica anche alcuni avvertimenti riguardo al modello proposto. La situazione presentata è quella di una parte remota dell’arcipelago, l’isola di Westray, e, dunque, ciò che si è ottenuto è come un’istantanea che fotografa la situazione di un periodo preciso in un luogo preciso: potrebbe non rispecchiare la situazione dell’intera regione. Dovremo aspettare ulteriori studi su altri contesti analoghi. Inoltre, insieme alla sepolture ad inumazione, delle quali è stato studiato il patrimonio genetico, sono presenti nella necropoli anche sepolture ad incinerazione, che invece non hanno restituito DNA analizzabile. 

In ipotesi, sarebbe possibile che tutti i maschi provenienti dal continente siano stati cremati e che per questo siano scomparsi dal record, falsando i dati. È qui che viene in aiuto l’archeologia. In altri contesti dello stesso periodo, alle isole britanniche sono stati trovati maschi con il nuovo genoma in tombe ad inumazione. Dunque, i dati non supportano l’ipotesi che l’incinerazione fosse il modo di sepoltura prevalente nella nuova cultura.  

Insomma, i ricercatori propongono uno scenario nel quale gli abitanti delle Orcadi, lungi dal poter essere considerati periferici e isolati, grazie al potere delle élite patriarcali locali e ai commerci a lungo raggio, poterono negoziare le modalità di accesso dei nuovi venuti grazie a matrimoni patrilocali, nei quali uomini delle Orcadi di alto rango sposarono donne portatrici del nuovo genoma, mantenendo così il proprio lignaggio all’interno della popolazione locale. 

Immagine in evidenza: il sito archeologico di Skara Brae, alle isole Orcadi (da flickr.com)

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