La lotta al vaiolo, da Lady Montagu a Jenner

Articolo di Paola Frongia e Giuseppe Spanu

Trionfo della scienza

I bambini nati nei primi anni Settanta furono gli ultimi ad essere immunizzati contro il vaiolo, e anche gli ultimi a dover portare per tutta la vita una piccola cicatrice sul braccio sinistro. Nel 1980, l’Organizzazione Mondiale della Sanità decretò la totale eradicazione del morbo che per secoli aveva decimato le popolazioni colpite. Quel traguardo fu raggiunto dopo un cammino lungo e faticoso. Nel libro Lady Montagu e il dragomanno (Neri Pozza, Vicenza, febbraio 2021), Maria Teresa Giaveri racconta come una “bizzarra” (p. 7) pratica orientale abbia condotto al vaccino di Edward Jenner (1749-1823).

Un’incredibile scoperta

Era il 1716, i coniugi Wortley Montagu partivano da Londra per raggiungere la Turchia, a bordo di un’elegante carrozza. Una coppia “non […] banale” (p. 15) che, rispetto alle convenzioni dell’epoca, si era sposata per amore. Edward era fresco di nomina all’ambasciata di Costantinopoli; Mary, brillante frequentatrice di circoli letterari, l’anno prima era sopravvissuta al vaiolo; non aveva contagiato il marito e il figlio, ma quel male le aveva deturpato il volto e portato via il fratello. Viaggiare attraverso l’Europa era stata una scelta obbligata, perché il neo ambasciatore doveva portare un messaggio diplomatico all’Imperatore austriaco (p. 18). Per la lady inglese era la prima volta lontano da casa e, grazie alle lettere spedite alle amiche, sappiamo ciò che videro i suoi “begli occhi neri senza più ciglia” (p. 20): linde facciate di palazzi olandesi, lussuosi salotti viennesi, desolate pianure ungheresi e tiepide stanze di bagni orientali. Tuttavia, la nobildonna fece la scoperta più sorprendente ad Adrianopoli (oggi Edirne).

Un rimedio salvifico

In una lettera del 1 aprile 1717, scrisse a una cara amica che laggiù il vaiolo veniva reso “completamente inoffensivo” (p. 58), da un’incredibile invenzione. La Montagu si riferiva alla pratica chiamata inoculazione o variolizzazione o con una “bella metafora botanica” innesto (p. 57): tramite un grosso ago veniva introdotto in un giovane o in un fanciullo sano, vittime predilette del virus, il pus prelevato dalle pustole di una persona colpita lievemente dal morbo [1]. Quel metodo la convinse a tal punto che decise di tentarlo con il suo bambino. Il piccolo Edward [2] venne inoculato con l’aiuto di una donna esperta il 18 marzo 1718 a Costantinopoli. Il medico di famiglia Charles Maitland, inizialmente scettico, da quel giorno sostenne la pratica. Lord Montagu, assente per impegni diplomatici, venne informato in seguito della riuscita dell’operazione e anche del proposito di far inoculare la figlia appena nata. Come Lady Montagu aveva saputo del salvifico rimedio? Forse dalle donne greche conosciute negli hammam turchi, ma è più probabile che l’abbia scoperto da un dragomanno dell’ambasciata inglese a Costantinopoli.

Vani tentativi

I dragomanni erano “figure essenziali nei rapporti con l’Oriente” (p. 61), perché fungevano da interpreti e da mediatori nelle trattative diplomatiche e commerciali. Molti di loro erano italiani, grazie alle intense relazioni dei Paesi del Levante con le Repubbliche Marinare di Genova e Venezia (Ibidem). Il primo dragomanno dell’ambasciata inglese si chiamava Emanuel Timoni, si era laureato in medicina all’Università di Padova e fu scelto da Lord Montagu come collaboratore e come medico al fianco del dottor Maitland. Timoni era anche membro della prestigiosa accademia scientifica Royal Society. Il 10 giugno 1714, scrisse un articolo per la Philosophical Transactions in cui descriveva l’inoculazione con parole simili a quelle usate dalla Montagu nella lettera (p. 63). Non era il solo a conoscere tale pratica: il suo collega Jacopo Pilarino la scoprì presso una comunità greca a Smirne, e la eseguì personalmente. Pilarino ne parlò persino in un libretto pubblicato nella Repubblica di Venezia. Tuttavia, non riuscirono a convincere i colleghi europei a praticarla (p. 71) e il vaiolo continuava a infierire come “un angelo sterminatore” (p. 88). I due giovani medici morirono entrambi nel 1718: Pilarino a Padova, dove si era recato per curarsi; Timoni a Filippopoli (Plovdiv, Bulgaria) in circostanze poco chiare. Lord Montagu era giunto a Costantinopoli con l’obiettivo di trovare una soluzione pacifica tra l’Impero Ottomano e l’Impero austriaco che mirava a conquistare la Serbia. Il tentativo fallì e in quello stesso anno, l’aristocratica famiglia inglese fu costretta a ritornare in patria.

Il felice esperimento in Inghilterra

Lady Montagu non aveva dimenticato il metodo appreso in Oriente e quando nel 1721 scoppiò un’epidemia di vaiolo sul suolo inglese, decise di agire (Ibidem). Chiese al dottor Maitland di inoculare sua figlia Mary. Il medico era preoccupato per la sua carriera in Inghilterra e solo dopo molte insistenze cedette e innestò il Variola minor alla bambina. L’intervento ebbe un successo così strepitoso che persino la principessa del Galles (moglie del futuro Giorgio II) fece inoculare la sua prole (p. 89), dopo che il metodo fu testato su sei condannati a morte (poi graziati per la loro collaborazione). Grazie alla variolizzazione dei principini, la pratica iniziò a diffondersi, ma cominciarono ben presto le contestazioni di medici, perché si trattava di “inserire il pus in un corpo sano” (p. 95) e di intellettuali, che non accettavano “un esperimento praticato da donne ignoranti” (p. 96). Nel 1721, l’epidemia scoppiò anche a Boston e qualcuno decise di ricorrere a quel rimedio tanto contestato.

Un insospettabile alleato Oltreoceano

Il nome di Cotton Mather (1663-1728) è legato indissolubilmente ai processi alle streghe di Salem (1697). Sebbene il suo ruolo fosse quello di consulente giuridico, le condanne a morte di alcune presunte streghe macchiarono per sempre la sua reputazione. Tuttavia Cotton Mather fu anche un poeta, un predicatore e un medico aperto alle novità. Aveva saputo casualmente che i suoi schiavi sudanesi (provenienti dalla periferia dell’Impero Ottomano) si ritenevano immuni dal vaiolo grazie all’inoculazione fatta da bambini. Forte della scoperta e dopo aver letto il metodo dell’innesto negli articoli di Timone e Pilarino, propose ai colleghi di adoperare tale pratica per salvare le vite degli abitanti del Massachusetts. Anche Mather si scontrò con l’opposizione della maggior parte dei medici (solo il dottor Boyleston di notte e mascherato, accettò di inoculare i pazienti), dei predicatori puritani e di una popolazione timorosa e diffidente (pp. 95-96). Il predicatore bostoniano reagì energicamente, difese il nuovo metodo e ribaltò le tesi di chi lo riteneva diabolico, asserendo che la Bibbia insegnava a curare i malati e pertanto era ispirato da Satana chi vi si opponeva (p. 99). Nonostante la fortissima ostilità, la variolizzazione iniziò la sua lunga marcia per affermarsi in Europa e nel New England. Nel 1734, Voltaire nell’undicesima della sue Lettere inglesi ne celebrò l’efficacia [3]. Caterina la Grande, imperatrice di Russia, che stimava profondamente il filosofo francese, dopo aver scoperto la nuova cura decise di immunizzare se stessa e i suoi figli.

Il favoloso innesto in Italia

Nel 1740 Lady Montagu, ormai separata dal marito, si trasferì in Italia. Ritornò a Londra nel 1761 e morì l’anno dopo stroncata da un tumore al seno. Tuttavia, il metodo da lei propugnato continuò a fare proseliti e si diffuse anche nel Bel Paese. Nel 1765, in occasione di un epidemia di vaiolo, Giuseppe Parini (1729-1799) celebrò l’innesto in una delle sue Odi. Da bravo abate rispettava la tradizione cristiana, ma allo stesso tempo seppe essere un alfiere della modernità e affrontare nei suoi versi temi inediti come la salubrità dell’aria e la moda femminile (Sofia Lincos, La campagna pro-vax di Giuseppe Parini, Queryonline, 14 aprile 2021). Parini dedicò il poema L’innesto del vaiuolo a tutti quei medici che “battevano le campagne per cercare di immunizzare i fanciulli […] dovendo spesso discutere con i genitori” (Gianbattista Aimino, Gian Vittorio Avondo, Pino Moretti, Epidemie in Piemonte. Una storia lunga quattro secoli, Edizioni del Capricorno, Torino 2020, p. 29). Tuttavia, la diffidenza dei ceti più umili “non era solo frutto di superstizione e arretratezza” (Lincos, op. cit.). Le persone inoculate contraevano il vaiolo, sebbene in forma lieve, ed erano costrette a curarsi stando a casa. Nelle famiglie povere era difficile rimanere in isolamento, riposare e seguire un buon regime alimentare; inoltre si rischiava di dare origine a nuovi focolai (Ibidem). Tra i detrattori c’era anche chi manifestava un certo disagio all’idea di intervenire su persone sane, temendo che ciò potesse turbare l’ordine naturale delle cose (Ibidem). La pratica fu caldamente sostenuta dall’intellighènzia illuminista milanese: i fratelli Verri la promossero nelle pagine de Il Caffè (Aimino, cit., p. 37). Lentamente, tanti si resero conto che la variolizzazione dava dei risultati positivi: rafforzava gli individui e impediva che “il morbo mietesse stragi di maggiore entità” (ivi, p. 35). Tuttavia non si era ancora diffusa in tutti i Paesi del vecchio continente.

Capitolazione della Francia

La patria di Voltaire fu la prima nazione oltremanica ad applaudire l’inoculazione, ma una delle ultime ad adottarla (Giaveri, cit., p. 133). Nel 1774, la tragica morte di Luigi XV per vaiolo costrinse i medici francesi a rivalutare il metodo e il nuovo re Luigi XVI insieme ai fratelli diede il buon esempio facendosi immunizzare. Bastò quel gesto a far cambiare idea su una pratica “sospetta” (ivi, p. 143). Finalmente anche la Francia accettò l’innesto. Nel frattempo, in varie capitali europee si valutava la possibilità di effettuare la variolizzazione di massa in appositi ospedali, mentre nel Paese di Lady Montagu qualcuno provò a variare “il tipo di materia inoculata” (ivi, p. 138).

La scoperta di Jenner

Nella primavera del 1774 in Inghilterra imperversava l’ennesima epidemia di vaiolo. Benjamin Jesty, un agricoltore del Dorset, guarito dal vaiolo bovino, pensò di provocare lo stesso tipo di morbo ai suoi familiari, inoculando questa volta il siero prelevato da una vacca infetta (Ibidem). Il tentativo riuscì e suscitò critiche molto accese, tra cui quella che rischiava di “rendere bestiale il corpo umano” (ivi, p. 139). Un medico di Berkeley, Edward Jenner ripeté con successo lo stesso esperimento e dopo molte insistenze riuscì a farlo accettare ai suoi colleghi. Nel 1798, con la pubblicazione dei suoi studi sul vaiolo bovino, il nuovo metodo prese il nome di “vaccinazione”.

Stesso copione

Il metodo di Jenner iniziò a diffondersi nei primi anni dell’Ottocento. Ancora una volta si trattò di veicolare una nuova cura e farla accettare alla popolazione. Ancora una volta, fu necessario l’esempio dato da personalità importanti per convincere la gente a fidarsi del “vaccino”. Nello Stato Pontificio, fu introdotto per la prima volta dal conte Monaldo Leopardi che lo sperimentò sui figli Giacomo e Paolina e lo insegnò ai medici locali (Monaldo Leopardi, Catechismo filosofico e catechismo sulle rivoluzioni, a cura di Lidia Zawada, Fede&Cultura, Verona 2006, p.34). Purtroppo, la vaccinazione non procedette allo stesso ritmo nei vari stati europei; in alcune comunità tardò ad arrivare e ci volle del tempo prima che decollasse. Ad es. in Sardegna ci vollero anni prima che il nuovo metodo desse dei risultati: impreparazione dei medici, credenze popolari e cattiva qualità del siero compromisero la diffusione del vaccino. Il male continuava a infierire e a lasciare profonde cicatrici nei soggetti sopravissuti sino alla metà dell’Ottocento nell’isola. (Valéry, Viaggio in Sardegna, Ilisso, Nuoro 1999, p. 149). Tuttavia, un ulteriore perfezionamento della vaccinazione jenneriana arrivò proprio dalla Sardegna, grazie al medico cagliaritano Giovanni Falconi (1817-1900). Nel 1841, quando era ancora flebotomo, ideò un particolare ago per iniettare la linfa vaccinica al di sotto dell’epidermide senza procurare dolorose ferite nel derma. L’ago, chiamato in suo onore “falconiano”, caratterizzato da una cruna corta e sottile con due lati taglienti, si rivelò ideale per l’inoculazione del siero.

Dalla piccola alla grande Storia

I posteri attribuiscono a Jenner l’onore di aver sconfitto un terribile flagello. Nei libri di storia non compaiono mai Lady Montagu e le ignote donne orientali che “con il loro ritrovato hanno salvato tantissime vite” (Orsolina Guerri, Lady Mary e il vaccino anti vaiolo, Confidenze, n. 9, 16 febbraio 2021, p. 59). Tuttavia, fu grazie a loro che iniziò l’immunizzazione contro il vaiolo, perfezionata in seguito da Jenner. Le spoglie della nobile inglese riposano nella cattedrale di Lichfield. Una lapide monumentale la ricorda come “la prima donna che ha introdotto la cura contro il vaiolo in Inghilterra” (Ibidem).

Note

  • 1 Il vaiolo si manifestava in due forme: Variola major, la più frequente e la più letale; Variola minor, di gravità molto inferiore e in cui il decesso si verificava in meno dell’1% dei casi.
  • 2 I figli dei Montagu avevano gli stessi nomi dei genitori, come si usava all’epoca.
  • 3 Secondo Voltaire l’inoculazione proveniva da un’antica popolazione del Caucaso, precisamente dalle donne circasse. In realtà, la vera origine è ignota.

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