1939: la seconda venuta dei marziani

Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo

Tutti conoscono il “panico marziano” del 30 ottobre 1938, causato dalla trasmissione radiofonica di Orson Welles che descriveva, come una cronaca, l’invasione del nostro pianeta da parte degli extraterrestri (dotati di mezzi contro i quali l’esercito americano poteva poco o nulla). In linea generale, però, sappiamo che la stampa  enfatizzò in maniera fortissima le conseguenze della trasmissione. Oggi migliori analisi storiche e approcci multidisciplinari hanno ridimensionato e contestualizzato ciò che accadde quella sera negli Stati Uniti: potete leggerne qui, in questo articolo di Roberto Labanti.  

Oggi vi racconteremo di un secondo “panico marziano”, quasi sconosciuto rispetto a quello del 1938; anzi, di una serie di casi diversi che si susseguirono l’anno seguente, fedelmente riportati dalla stampa italiana (che non vedeva l’ora di dipingere gli americani come creduli e ingenui).  

Non sono gli unici episodi di questo tipo. Nel corso degli anni ci furono parecchi altri panici marziani – a volte dalla portata catastrofica – che costellarono un po’ tutta l’era ufologica, a partire dall’estate del 1947. Quando nacque il mito dei dischi volanti, nel giro di pochissimo tempo radio e giornali cominciarono a ipotizzare si trattasse di astronavi di altri mondi. Insieme all’idea dei super-velivoli misteriosi provenienti da altri pianeti, comparvero molte repliche della trasmissione di Welles di una decina di anni prima. Significativamente, la stampa si rivolse allo stesso attore e regista per avere un’opinione su quanto stava accadendo. Autori e radio-sceneggiatori di altre parti del mondo lo imitarono. Il 12 febbraio 1949, poi, ci fu una vera tragedia. Quella sera, una stazione radio di Quito, capitale dell’Ecuador, trasmise un adattamento del programma di dieci anni prima: in molti credettero corrispondesse a realtà e si spaventarono. Quando si scoprì che era una finzione, gruppi di facinorosi attaccarono la sede dell’emittente e la diedero alla fiamme. Rimasero uccise circa ventuno persone. L’ideatore del programma sfuggì a stento alla morte. Del resto, già al culmine della Seconda Guerra Mondiale, il 12 novembre 1944, quando una stazione radio di Santiago, capitale del Cile, aveva trasmesso una sua riedizione del programma di Wells, stando alle cronache una persona era morta di paura e parecchie altre erano rimaste ferite nel panico che ne era seguito (Associated Press, 13 novembre 1944).

Tuttavia, come si accennava, noi racconteremo oggi di una fase precedente, quando i dischi volanti non avevano ancora invaso i nostri cieli. La paura di un’invasione marziana si presentò più volte nel 1939, poco prima dello scoppio del secondo conflitto mondiale, e si intensificò con l’avvicinarsi del perigeo di Marte, nel settembre di quell’anno. Sarebbe interessante studiare meglio questi episodi. Intanto, però, cerchiamo di capire a grandi linee e con alcuni esempi che aria tirava in quell’ultima estate di pace.

Una croce uncinata nel cielo

Ci sono alcuni indizi che la stampa dei Paesi dittatoriali (Italia, Germania, Unione Sovietica), ognuna a modo suo, ampliò a dismisura la portata degli effetti della trasmissione di Welles. Lo fece inventando di sana pianta alcuni episodi e gonfiandone altri, a dimostrazione del costante “stato isterico” in cui si pretendeva vivessero i decadenti americani. 

Prendiamo quanto riferì La Stampa il 4 maggio 1939. Secondo un articolo da New York, nella notte fra il 2 e il 3 una grande meteora era passata su Houston, esplodendo poi sul Golfo del Messico. Le “voci fantastiche che i circoli bellicisti e i loro giornali” diffondevano senza posa, avevano fatto sì che gli abitanti di Houston ne rimanessero terrorizzati. Migliaia di persone si sarebbero precipitate nelle strade, qualcuno dicendo di aver visto “una croce uncinata nel cielo” poco prima dell’esplosione, altri di aver visto le scritte “Hitler” e “guerra”, altri ancora di un attacco aereo condotto con l’ausilio di nebbia artificiale. La Stampa descriveva una situazione surreale e gravissima: donne svenute, vecchi e bambini calpestati dalla gente in fuga, medici e guardie costretti a lottare contro detenuti e degenti che volevano scappare all’aperto, stazioni di polizia e giornali delle città vicine oberati da migliaia di chiamate telefoniche…  

Un bel disastro, a soli cinque mesi dal panico marziano di Welles. Beh, il fatto è che, per quanto ne sappiamo, sulla stampa americana non c’è traccia di un evento del genere. E che un evento di questa portata sia stato omesso, anche dalla stampa locale, pare francamente improbabile. Dunque, è possibile che l’antiamericanismo, assai diffuso in quel periodo, abbia generato false storie di panico collettivo (con al centro il cielo e i suoi pericoli). 

D’altro canto si direbbe che, anche al netto dei pregiudizi europei e della propaganda delle dittature (quella sovietica e quelle nazi-fasciste), alcuni guai ci siano stati sul serio.

Sassate celesti per l’americano medio

Se c’erano probabili invenzioni (come quella del bolide scioccamente scambiato per un attacco aereo tedesco da parte degli yankee), c’erano anche super-bolidi veri su cui capitalizzare per illustrare l’attesa della nuova guerra che divorava Washington e il suo popolo di rozzi cowboy, così diversi dai raffinati europei. 

Alle 07.58 locali del 2 luglio 1939, un superbolide esplose sulla zona di Portland, nell’Oregon. La comparsa di bagliori intensissimi e un’enorme scia di fumo furono seguiti da scoppi potenti e da un’onda d’urto che provocò lievi danni per un raggio di 70 chilometri: vetri rotti, cassette della posta divelte, danni alle coperture delle case e, naturalmente, grande spavento. Le segnalazioni giunsero anche dallo stato di Washington. L’episodio è documentato grazie ai quotidiani della costa occidentale degli Stati Uniti. 

Dunque, stavolta non si trattava di un’invenzione: il botto impressionante c’era stato. Ma quello che importava era raccontare altro. Al bolide dell’Oregon Stampa Sera del 3-4 luglio reagì con un vistoso articolo in prima pagina, parlando di avvenimento “pauroso”, di due interi Stati in preda al panico, di popolazione in fuga in preda al terrore e degli americani babbei che temevano la fine del mondo vicina, sobillati dai pastori protestanti che dai pulpiti invitavano la gente a pentirsi in vista del Giudizio… Del resto, si diceva, la luce era mancata, per ore c’era stato il buio, cinque boschi erano in fiamme per la caduta dei meteoriti, parecchie case erano andate distrutte. Una catastrofe. Le autorità cercavano il colossale corpo celeste nei pressi di Eugene, città presso la quale doveva essersi abbattuto.

Quel che emerge da quella prosa esagerata è ciò che interessava alla propaganda fascista – che del resto era in sintonia con il comune sentire europeo: l’America era un Paese rozzo, ingenuo, nevrastenico, preda delle manie religiose e tremante di fronte alla crisi politica europea. Che cosa ci si sarebbe potuto aspettare, da quei poveretti abituati solo alle loro praterie? Che non si mischiassero dunque negli affari del Vecchio Continente, altrimenti ne sarebbero usciti male…

Per combinazione, appena nove giorni dopo, al lato opposto del Nordamerica, si ebbe un secondo superbolide. Alle 20.45 dell’11 luglio, fu visto brillare, produrre un rombo e in apparenza lasciar cadere frammenti da cinque Stati del nord-est (dall’Ohio, al Michigan, allo Stato di New York, fino alla provincia canadese dell’Ontario). Più di un  testimone sostenne che era caduto nel lago Erie.

L’aspetto futuristico dei padiglioni della Fiera mondiale di New York (1939).

Ma il perigeo di Marte si rivelò un’occasione pubblicitaria per gli stessi americani. A fine luglio la direzione della Fiera mondiale di New York, che era in corso in quei mesi, annunciò che avrebbe preparato un sistema di difesa contro i marziani. La zona dell’esposizione intorno al Fountain Lake sarebbe stata oscurata, e la contraerea avrebbe aperto il fuoco contro aerei che avrebbero dovuto simulare i velivoli invasori ultraplanetari. A quanto pare non andò troppo bene, perché i titolari dei vari Luna Park dell’esposizione si rifiutarono di spegnere le luci e dunque di perdere un po’ di incassi. Insomma, mentre in Europa dipingevamo gli americani come spaventati e resi quasi folli dalla paura di un imminente avvento dei marziani, loro la prendevano in maniera leggera: ci giocavano, ci scherzavano, ne facevano rappresentazioni-spettacolo. Un mood allegro che, tuttavia, nascondeva anche alcune preoccupazioni più serie. A un mese dall’inizio della Seconda Guerra Mondiale, si voleva simulare un attacco aereo su New York, da respingere a cannonate…

Questo non toglie, però, che alcune situazioni di paura generale potessero esserci sul serio, magari in altri Paesi del continente americano. Quasi in contemporanea alla Fiera mondiale, pare che nativi della provincia argentina di Mendoza fossero stati colti dal panico: avrebbero attribuito uno sciame sismico in corso nella zona all’avvicinarsi di Marte (Daily News, Australia, 2 agosto 1939; The Midlands Journal, Maryland, 11 agosto 1939). 

L’invasione dei microbi marziani

All’idea che i marziani potessero arrivare sulla Terra – così presente negli episodi del 1939 che stiamo raccontando – contribuì anche un’altra circostanza. Sin dalla seconda metà dell’Ottocento si parlava, fra scienza e burle di ogni tipo, della possibilità che i meteoriti caduti sulla Terra potessero portar con sé tracce di vita organica. Articoli più o meno scherzosi, comparsi sulla stampa popolare, raccontavano di fossili di marziani interi o di animali extraterrestri scoperti all’interno dei sassi spaziali. La scienza del tempo, più concretamente, sperava di trovar tracce di forme di vita elementare, oppure temeva la possibile diffusione di microbi provenienti da altri mondi. Burle a parte, si presero parecchie cantonate. 

Un rappresentante tardo di questo filone di studi fu un importante botanico e studioso di fisiologia delle piante, l’americano Charles B. Lipman (1883-1944). Docente presso la University of California, Lipman si occupò moltissimo delle possibilità di sopravvivenza dei semi nei suoli aridi e in climi estremi, oppure della loro possibilità di germogliare dopo lunghissimi periodi di tempo senza nutrienti. Nella seconda parte della sua attività accademica, cioè negli anni ‘30, gli parve naturale mettersi a cercare l’evidenza di una possibile presenza di forme vegetali di vita nelle meteoriti. Voleva provare in modo indiretto che alcuni bolidi potevano provenire da corpi celesti in cui sussisteva una chimica organica complessa.

Charles Lipman negli anni ’20 del secolo scorso.

Si tratta di tentativi – almeno in quelle forme – superati sotto ogni profilo, ma a suo tempo colpirono moltissimo l’opinione pubblica e le persone colte. Nel 1932 ci fu il suo primo, clamoroso annuncio: ponendo otto campioni di meteoriti sterilizzati in colture per periodi di 24-48 ore, aveva visto svilupparsi cellule coccoidi e bastoncelli. In realtà i suoi campioni, posti in una soluzione al 30% di perossido di idrogeno, erano probabilmente contaminati. Gli arrivarono parecchie obiezioni, e quando qualcuno gli fece notare che alcuni “suoi” batteri rinvenuti nelle meteoriti erano un po’ troppo simili a quelli comunemente presenti sul nostro vecchio mondo, Lipman replicò che non vedeva motivo per il quale su altri pianeti non avrebbero potuto svilupparsi forme di vita estremamente simili a quelle diffuse fra noi. 

Purtroppo per lui il biologo Sharat K. Roy, curatore del Chicago’s Field Museum of Natural History, replicò l’esperimento, trovando anch’egli bastoncelli e cellule coccoidi. Roy le identificò come Staphyloccus albus e Bacillus subtilis, comuni fonti di contaminazione nei laboratori (John G. Burke, Cosmic debris: Meteorites in History, University of California Press, 1986, pp. 311-2).

Le controversie non bastarono a dissuadere Lipman. Nel 1937, sul Journal of Bacteriology (vol. 34, n. 5, pp. 475-81), Victor Burke e Averyll J. Wiley obiettarono punto per punto alla presunta scoperta di forme di vita nei pezzi di carbone. Non era però quello che la stampa desiderava. Il 30 gennaio del 1939, il New York Times annunciò con enfasi che Lipman aveva scoperto ulteriori prove della presenza di vita nei meteoriti grazie a un recentissimo ritrovamento effettuato in California. 

Ciò che colpisce è che in realtà, in Paesi come l’Italia, il “meteorite californiano con i microbi marziani” (e con esso Lipman e le sue teorie) diventarono popolari non alla sua origine, nel 1932 o nel gennaio 1939, ma proprio durante la psicosi di luglio. 

Scrivendo da New York con la data del 19 di quel mese, infatti, il Corriere della Sera del giorno seguente, ormai al culmine dei timori per il perigeo marziano, spiegò che il 2 febbraio 1939 (quello il giorno assegnata al fatto dalla fonte italiana) era da considerarsi “una data storica per l’astronomia” e – c’è da giurarlo, visto il tenore della notizia – per il mondo intero. Era quello, infatti, il momento in cui era stato possibile disporre della prova definitiva che “la vita animale esiste anche fuori dal globo terrestre”. Di prima mattina, un uomo alla guida della sua auto su una strada nei pressi di San Francisco aveva visto un bolide cadere dal cielo con uno scoppio. Fermatosi, aveva trovato rapidamente la buca fatta dal meteorite. Pioveva: dovette ripartire, ma la sera dello stesso giorno il sasso era recuperato, ancora caldo, dagli addetti dell’osservatorio di Berkeley. Il resto lo intuirete già: dopo aver trovato “azoto organico” nel meteorite, Lipman aveva approfondito le sue ricerche, scoprendo parecchi microbi di vario genere che, sottoposti a temperature inferiori a -200°C, dopo quaranta giorni erano ancora vivi! 

Lipman morì nel 1944. Una sua biografia, pubblicata come necrologio dalla University of California e ancora oggi presente sul sito di quell’istituzione, ne illustra le importanti ricerche di fisiologia delle piante. Tuttavia in quel ricordo i problemi relativi alle sue speranze deluse sui “microbi dei meteoriti”, educatamente, non figurano.  

La grande paura messicana

Niente di tutto ciò, comunque, fu paragonabile a ciò che accadde in Messico nella seconda metà di luglio. Le numerose fonti locali e nazionali ci fanno capire che non si trattò di un’esagerazione della stampa italiana. 

Il 13 luglio 1939 uno dei principali quotidiani della capitale, El Universal, uscì a titoli cubitali annunciando così: 

Il mondo potrebbe finire il giorno 27 a causa delle radiazioni del pianeta Marte.

L’astronomo messicano Joaquim Gallo Monterrubio.

Quel giorno il pianeta sarebbe stato nel punto più vicino alla Terra, ossia a 58 milioni di chilometri. Che cosa sarebbe accaduto? È a questo punto che nell’articolo le cose s’ingarbugliano. Già, perché a quanto pare un astronomo messicano famoso nel suo Paese, Joaquín Gallo Monterrubio (1882-1965), aveva dichiarato al giornale che a suo avviso su Marte era esistita una specie simile alla nostra, ma che ormai le condizioni del pianeta non permettevano più di sostenerla. Pensava però che i mari marziani potessero ancora contenere acqua e che, forse, poteva esserci vegetazione. Ma ecco la cosa più sorprendente di questi ragionamenti già fantastici per conto loro. È contenuta in poche righe:

Non condivido l’opinione di chi crede che i pianeti, né per la loro posizione, né per le loro radiazioni, influenzino in modo potente e nemmeno debole la nostra vita; credo che lor signori avranno presenti diversi scritti che negano l’esistenza di queste influenze. Però, anche se le cose stanno così, magari il pianeta Marte, che credo stia morendo di sete e che si troverà alla distanza minima da noi il 27 di questo mese, ci invierà delle radiazioni che faranno morire l’umanità! 

Gallo Monterrubio fu un astronomo con una carriere onorevole, del tutto consona a ciò che poteva fare ai suoi tempi e con i mezzi a sua disposizione. Il caso delle sue dichiarazioni del luglio 1939 (poche parole, peraltro) è uno dei mille esempi di parole scherzose, satiriche o inadatte usate sovente da scienziati, politici, alti capi militari, religiosi. Di norma, ammesso le abbiano pronunciate sul serio, parecchi fra loro devono fare i conti a lungo con queste loro imprudenze. 

Una delle caratteristiche del ragionamento pseudoscientifico è l’attribuzione degli eventi, in specie di quelli umani, a una causa sola. Di norma invece le cose hanno carattere multicausale, e sono le relazioni fra cause a costituire problemi di difficile analisi e spiegazione. Pure nel caso della fobia marziana che toccò il Messico nella seconda metà di luglio del 1939 fu così. L’imprudenza di Gallo Monterrubio ebbe probabilmente un peso importante in ciò che accadde di lì a poco. 

Nei giorni successivi, la storia delle affermazioni dell’astronomo giunse sulla stampa di parecchi Paesi dove, in diversa misura, era già diffusa la preoccupazione per il perigeo di Marte. La mattina del 23 luglio, una tempesta investì la città di Colima, capitale dello stato messicano omonimo, sulla costa del Pacifico. Molti, al corrente delle voci, pensarono fosse quello “l’inizio della tragedia” (El Informador, Jalisco, Messico, 25 luglio 1939). 

Nelle 48 ore successive la situazione diventò più tesa, in particolare nello stato di Jalisco. Molti contadini, convinti che i due pianeti sarebbero entrati in collisione, si raccolsero in preghiera. A Tiaquepaque la polizia fece irruzione in una casa traendo in arresto “sessanta stregoni intenti a praticare strani esorcismi nell’intento di scongiurare il cataclisma”. La dichiarazione di Gallo Monterrubio si era trasformata in una voce un po’ diversa: si raccontava che gli scienziati avevano annunciato tremendi terremoti in Messico e nel resto del mondo (Corriere della Sera, 27 luglio 1939). Nella notte del 27 e nella giornata del 28 un gran numero di contadini affluì nelle chiese di molte parti del paese. A Veracruz si sarebbero avute vere e proprie scene di panico (Corriere della Sera, 29 luglio 1939).

La Stampa del 30 luglio descrisse anche un altro clamoroso effetto di queste paure. Moltissimi giovani, di solito contadini e operai, erano corsi a sposarsi un po’ in tutto il Messico. I matrimoni, celebrati in fretta e furia grazie al rinforzo di una cinquantina di preti cattolici inviati nelle parrocchie, avrebbero raggiunto un ritmo frenetico in particolare – ancora una volta – a Veracruz. Al suo culmine, la mania collettiva avrebbe portato a celebrare in città novecento unioni in 24 ore!

Una possibile lettura

Lo psicologo americano Harold Lasswell, tra i primi studiosi di teorie delle comunicazioni di massa. (Fonte: University of Chicago Photographic Archive, http://photoarchive.lib.uchicago.edu/db.xqy?one=apf1-03680.xml)

Gli anni ‘30 del secolo scorso videro lo sviluppo delle moderne teorie sociologiche delle comunicazioni di massa. Preoccupati per gli effetti dell’uso della radio, del cinema e della stampa, asserviti alle dittature europee e colpiti dalla capacità della propaganda di convincere milioni di uomini a morire nelle trincee della Prima Guerra Mondiale, studiosi come Harold Lasswell, Paul Lazarsfeld e Kurt Lewin elaborarono i primi modelli degli effetti dei mass media. A modo loro, erano dei pessimisti culturali, privi di fiducia nella capacità degli uomini di opporre barriere alla pubblicità e al potere della comunicazione moderna.

Nel complesso, le loro letture di quegli effetti sono passati alla storia delle scienze sociali come teoria ipodermica, o teoria del proiettile. Il messaggio è facilmente inoculabile, come un’iniezione sotto la cute, o addirittura come un proiettile esploso contro un obiettivo, che penetra senza incontrare resistenze. 

Queste posizioni degli scienziati sociali della vigilia della Seconda Guerra Mondiale rappresentano il modo in cui storie come quelle che vi abbiamo raccontato furono accolte, lette, modificate, alterate ed amplificate.

Per quanto ne sappiamo, almeno parte delle notizie sulle paure “marziane” dell’estate del 1939 sono invenzioni, oppure esagerazioni (ossia, fatti accaduti ma con conseguenze minori di quelle descritte dalla stampa). Non certo tutte: ciò che accadde in Messico, accadde davvero.

Le cause di questo “panico sulla paura del panico” furono: 1) l’antiamericanismo culturale, diffuso in tutta Europa e rinforzato dalla propaganda delle dittature del tempo; 2) la ricezione da parte dei media dei modelli ipodermici sugli effetti delle comunicazioni di massa e delle notizie incontrollate. A partire dal 1939 questi modelli contribuirono in modo rilevante all’idea che la trasmissione di Orson Welles avesse condotto a un vero disastro collettivo

Il panico dell’invasione da Marte come metafora del caos informativo. Così, in piena guerra, il settimanale “Newsweek” invitava ad abbonarsi, per evitare di cadere in paure irrazionali e di fidarsi di fonti inattendibili e dicerie (“Automotive”, 29 novembre 1943).

Agli episodi autentici di paura collettiva, contribuì invece il clima generale di timore per l’imminenza per una nuova guerra europea e il terrore per gli attacchi aerei senza preavviso, magari condotti con bombardieri pesanti, su vasta scala e con armi chimiche. Nelle cronache del 1939 si mescolano paure per invasioni marziane, conflitti bellici terrestri e terremoti. A luglio, quando i messicani correvano a sposarsi, la guerra civile spagnola si era conclusa da meno di quattro mesi mesi, e aveva visto il primo impiego su vasta scala dell’aviazione contro grandi città europee.

Tutto ciò, naturalmente, senza trascurare l’ampia convinzione popolare che gli altri pianeti, o in modo diretto (con un’invasione), o in modo mediato (per un impatto, perché potevano portare malattie, gas venefici, oppure far uscire la Terra dall’orbita e sconvolgerla, magari con sismi e maremoti senza pari) fossero una minaccia mortale. 

Dopo la parentesi decisiva della Seconda Guerra Mondiale, nei cieli di tutto il mondo, a partire dagli Stati Uniti, faranno la loro comparsa i dischi volanti extraterrestri, che apriranno un capitolo nuovo dell’immaginario contemporaneo.

Immagine in evidenza: una pubblicità americana del 1893. Marte è abitata, e da lì chiedono il sapone Kirk’s.

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