Antologia dell’inconsueto: gli uomini leggono libri migliori delle donne?

Tra tutte le opere di Jane Austen (1775-1817) Northanger Abbey (1817) è considerata “minore” ed è stata pubblicata postuma insieme a Persuasione. Su Query Online abbiamo già parlato di questo libro e non ci siamo fatti mancare nemmeno la lettura di I misteri di Udolpho, che troverete citato nella parte del libro che desideriamo mettere in questa Antologia dell’inconsueto. 

Il particolare interesse che suscita in una mente scettica Northanger Abbey è l’incontro (o lo scontro) con la mente – invece tutt’altro che scettica – della protagonista. Catherine Morland è molto giovane, educata alla meglio, è appena entrata in società e possiede una fervida immaginazione. Nonostante tutto, il suo errore è consistito solo nel fantasticare troppo su una cassapanca. Avere una particolare sensibilità nel riconoscere i gretti di cuore, ovunque essi si posizionino a livello sociale, non le giova, perché unendo questo buon talento alla presenza della cassapanca, la nostra eroina va a creare dal nulla nientemeno che un omicidio. In realtà, non lo inventa proprio dal nulla: il padre del ragazzo a cui è affezionata sarebbe un buonissimo deterrente al matrimonio, la sua futura cognata, Miss Thorpe (fidanzata di suo fratello), inizialmente apprezzata per le letture comuni, è poco seria e Catherine è costretta a non pochi sforzi per evitare la corte del fratello di lei, Mr. Thorpe.

La poverina saprebbe benissimo come vivere in tranquillità, ma amici e parenti la costringono in situazioni difficili da gestire anche per chi legge saggi e non è certo dedito ai Misteri di Udolpho!

Ma ci sono fantasmi qui? No. Allora perché metterlo in questa antologia? Proponiamo un dialogo tra Catherine Morland, il giovane Henry Tilney e la sorella di lui durante una passeggiata. Catherine ha sudato sette camicie per poter passeggiare con questo delizioso, bravo ragazzo (perché lei ha scelto bene fin dall’inizio, giusto per dare a Cesare il dovuto) ed ora sente il peso di una differenza sociale che si esprime non solo sul piano economico ma anche su quello culturale. La nostra eroina rimane un passo indietro, e noi la vediamo ritirarsi dalla conversazione per mancanza di conoscenza circa l’argomento della conversazione.

La situazione sfiora il paradossale: la fanciulla sfrutta al meglio la sua ignoranza, fa leva sulla cultura di lui, la usa! Da un certo punto in poi la fantasia di Catherine, i suoi errori, ci fanno dimenticare quale potenza e quale controllo sappia esercitare su quel poco che la sua posizione le ha dato: è come se possedesse solo un ago e con quello fosse in grado di montare un mobile Ikea senza istruzioni.

Credo che leggere questo dialogo porti le menti scettiche a numerose riflessioni: un testo che sembra devastare un certo modo di pensare fornisce la sua eroina “sciocchina” di talenti inaspettati. 

 

Northanger Abbey

dal Capitolo quattordicesimo

Decisero di fare una passeggiata attorno al Beechen Cliff, quella nobile collina il cui bellissimo manto verde e i cui pendii boscosi sono oggetto di tanta meraviglia per chi li contempli da Bath.

«Non l’ho mai guardato senza pensare al sud della Francia», disse Catherine mentre camminavano lungo la riva del fiume.

«È stata all’estero?», disse Henry con una certa sorpresa.

«Oh, no! Mi riferisco a cose che ho letto. Mi viene sempre in mente la campagna che Emily e suo padre attraversano nei Misteri di Udolpho. Ma credo che lei non legga romanzi».

«Perché no?»

«Perché non sono abbastanza intelligenti per lei… gli uomini leggono libri migliori».

«La persona, uomo o donna che sia, che non si diverte a leggere un buon romanzo, dev’essere intollerabilmente stupida. Ho letto tutte le opere della signora Radcliffe, e la maggior parte di esse con grande piacere. I Misteri di Udolpho, una volta che l’ho cominciato, non sono stato capace di lasciarlo… ricordo di averlo finito in due giorni… e con i capelli ritti in capo per tutto il tempo».

«Sì», aggiunse la signorina Tilney, «e ricordo anche che avevi l’intenzione di leggermelo ad alta voce, ma che quando dovetti allontanarmi per cinque minuti per rispondere a un biglietto, invece di aspettarmi ti sei portato il libro alla passeggiata dell’Hermitage e ho dovuto aspettare a leggerlo che lo finissi tu».

«Grazie, Eleanor… una testimonianza assai onorevole. Vede, signorina Morland, l’ingiustizia dei suoi sospetti. Eccomi, impaziente di andare avanti, che mi rifiuto di aspettare anche solo cinque minuti mia sorella, rompo la promessa di leggere per lei ad alta voce e la lascio sul momento più interessante scappando via col libro che, la prego di osservare, era suo, proprio suo. Ne sono orgoglioso, quando ci rifletto, e penso che la cosa debba accrescere la sua buona opinione di me».

«Sono proprio contenta di sentire una cosa del genere, e d’ora in poi non mi vergognerò più del fatto che mi piaccia tanto Udolpho. Veramente, prima pensavo che gli uomini disprezzassero spaventosamente i romanzi».

«Proprio spaventosamente: ciò potrebbe ben suggerire lo spavento, se lo fanno… perché essi leggono quanto le donne. Io stesso ne ho letti centinaia e centinaia. Non pensi di poter gareggiare con me in quanto a conoscenza di Giulie e Luise. Se andiamo avanti su questa strada e cominciamo a chiederci a vicenda “ha letto questo?” e “ha letto quello?” sono in grado di lasciarla presto indietro come… che posso dire… mi servirebbe una similitudine appropriata… come la sua amica Emily lasciò il povero Valancourt quando se ne andò con la zia in Italia. Consideri quanti anni prima di lei ho cominciato. Io entravo a Oxford mentre lei era una brava ragazzina che stava a casa a fare il suo imparaticcio!».

«Non proprio brava, temo. Ma davvero lei pensa che Udolpho sia il libro più bello del mondo?»

«Il più bello… parola che lei usa, credo, per intendere quello più di buon gusto. Il che deve dipendere dalla copertina».

«Henry», disse la signorina Tilney, «sei molto impertinente. Signorina Morland, la sta trattando esattamente come fa con sua sorella. Cerca sempre di trovarmi in difetto per qualche uso scorretto della lingua e adesso si sta prendendo la stessa libertà con lei. La parola “bello” come lei l’ha usata, non gli piace; sarà bene che la cambi al più presto possibile o, per tutto il resto della strada, saremo sopraffatte da Johnson e Blair».

«Sono certa», esclamò Catherine, «di non aver detto nulla di sbagliato. È un bel libro e perché non dovrei dire così?»

«Benissimo», disse Henry, «e questo è un giorno assai bello, e noi stiamo facendo una bella passeggiata, e voi siete due fanciulle molto belle. Oh, è proprio una bella parola!… È adatta a tutto. In origine forse però era usata solo per esprimere eleganza, proprietà, delicatezza, raffinatezza… le persone erano belle per gli abiti che indossavano, per i sentimenti che provavano, per le loro scelte, ma ora, con questa unica parola si esprime ogni tipo di giudizio su qualsivoglia soggetto».

«Mentre, di fatto», esclamò sua sorella, «dovrebbe essere riferita solo a te, e senza commenti di sorta. Tu sei più bello che saggio. Andiamo, signorina Morland, lasciamolo meditare sui nostri errori di espressione mentre noi lodiamo Udolpho con i termini che più ci aggradano. E un’opera interessantissima. A lei piace questo genere di letture?»

«A dire la verità, a me piacciono quasi esclusivamente queste letture».

«Davvero!».

«Cioè, mi piace leggere la poesia e le opere teatrali, e altre cose di questo genere, e non mi dispiacciono i libri di viaggi, ma la storia, la vera solenne storia, non riesce a interessarmi. E a lei?»

«Sì, a me la storia piace».

«Vorrei che piacesse anche a me. Ne leggo un po’ per dovere, ma non mi dice niente che non mi deprima e non mi annoi. Le liti di papi e di re, le guerre e le pestilenze che riempiono ogni pagina, gli uomini sempre così inetti, quasi mai nessuna donna… sono davvero stancanti: tuttavia penso spesso che sia strano che la storia possa essere tanto noiosa, perché in gran parte dev’essere invenzione. I discorsi che vengono messi sulle labbra degli eroi, per esempio, i loro pensieri, i loro progetti… per la maggior parte debbono essere frutto di invenzione, e l’invenzione è quello che mi piace di più negli altri libri».

«Gli storici, quindi, secondo lei», disse la signorina Tilney, «non hanno la mano felice con i voli della fantasia. Dispiegano l’immaginazione senza suscitare interesse. Io sono appassionata di storia… e sono ben contenta di godermi il falso con il vero. Nei fatti principali gli storici hanno le loro fonti di informazione in libri più antichi e in documenti che forse sono attendibili quanto lo è ogni cosa che non sia stata direttamente osservata; e, quanto a quei piccoli abbellimenti di cui lei parla, sono abbellimenti, e mi piacciono in quanto tali. Se un discorso è ben scritto, io lo leggo con piacere, da chiunque sia stato fatto… e probabilmente lo leggo con piacere più grande se è opera del signor Hume o del signor Robertson che se fosse l’autentico discorso di Carataco, Agricola o Alfredo il Grande».

«Lei è appassionata di storia!… Anche il signor Allen e mio padre lo sono. E ho due fratelli cui la storia non dispiace. Così tanti esempi di amanti della storia nella mia piccola cerchia di amici, che cosa notevole! Di questo passo, non dovrò più aver compassione per gli scrittori di storia. Se alla gente piace leggere i loro libri, benissimo! Ma darsi tanta pena per riempire dei volumoni che, come credevo, nessuno avrebbe mai letto volentieri, far tanta fatica solo per tormentare bambini e bambine, mi è sempre sembrato un destino assai duro; e sebbene sapessi che era giusto e necessario, mi sono spesso meravigliata del coraggio di chi sedeva al proprio tavolo di lavoro con l’intento di scrivere libri di storia».

«Che i bambini e le bambine debbano essere tormentati», disse Henry, «è cosa che nessuno che conosca la natura umana nel suo stadio di civilizzazione può negare, ma, in difesa dei nostri più eccellenti storici, debbo osservare che essi dovrebbero offendersi se non si supponesse in loro anche uno scopa più alto, e che sono perfettamente qualificati, a motivo del loro metodo e del loro stile, a tormentare lettori assai più intelligenti e maturi di anni. Uso il verbo “tormentare”, come ho notato che fa lei in luogo di “istruire”, nella supposizione che essi ormai possano considerarsi sinonimi».

«Lei pensa che io sia una sciocca a chiamare l’istruzione un tormento, ma se lei, come è accaduto a me, fosse stato abituato a vedere dei poveri bambini che imparano a leggere e a scrivere; se lei avesse visto quanto possono apparire instupiditi per l’intera durata di una mattina, e quanto sia stanca alla fine della mattinata la mia povera madre, cosa che io vedo quasi ogni giorno, nella mia vita domestica, allora potrebbe convenire che “tormentare” e “istruire” possano talora essere usati come sinonimi».

«È probabile. Ma non si deve far carico agli storici della difficoltà di imparare a leggere; e anche lei, che peraltro non sembra particolarmente portata verso una severa e rigida applicazione allo studio, forse potrà arrivare a riconoscere che è preferibile essere tormentati per due o tre anni della propria vita, per il piacere di essere capaci di leggere per tutto il resto di essa. Consideri… se non si imparasse a leggere, la signora Radcliffe avrebbe scritto invano… o magari non avrebbe scritto affatto».

Catherine assentì… e l’argomento fu chiuso con un suo caldissimo panegirico dei meriti di quella signora… I Tilney poi si impegnarono nella discussione di un altro argomento su cui ella non aveva nulla da dire.

Guardavano la campagna con l’occhio di persone abituate a disegnare e meditavano sulla possibilità di riprodurla in pittura, con tutto il calore di chi ha un vero gusto per la materia. Su questo argomento Catherine era perduta. Non sapeva nulla di disegno… nulla di gusto:… li ascoltava con un’attenzione che le recava pochissimo profitto, poiché si esprimevano con frasi che non avevano quasi alcun senso per lei. Quel poco che poteva capire, comunque, le sembrava che fosse in contraddizione con le poche nozioni che sulla materia aveva precedentemente acquisito. Sembrava che una bella vista non fosse più quella che si godeva dalla cima di un’ alta collina, e che un cielo azzurro non fosse più prova di una bella giornata. Si vergognava di cuore della sua ignoranza: una vergogna fuori luogo. Quando la gente desidera fare colpo, deve sempre essere ignorante. Presentarsi come persone aggiornate significa essere incapaci di soddisfare la vanità degli altri: cosa che una persona sensibile dovrebbe sempre evitare. Specialmente una donna, se ha la sfortuna di sapere qualcosa, dovrebbe sempre fare in modo di nasconderlo meglio che può.

I vantaggi della naturale scempiaggine di una bella fanciulla sono stati già descritti dalla straordinaria penna di un’altra autrice; per rendere giustizia agli uomini, tuttavia, debbo soltanto aggiungere che, sebbene la maggior parte di essi, e in particolare i più sciocchi, ritengano che la stupidaggine femminile sia una grande occasione per porre in rilievo il loro fascino personale, c’è una parte di loro che è troppo intelligente e troppo colta per non desiderare in una donna qualcosa di più della semplice ignoranza. Ma Catherine non conosceva la sua fortuna… non sapeva che una bella fanciulla, con un cuore amorevole e una mente ignorante, non può non attrarre un giovane intelligente, a meno che le circostanze non siano particolarmente avverse. Nelle presenti circostanze, ella confessò e lamentò la sua mancanza di conoscenze sull’argomento: dichiarò che avrebbe dato qualsiasi cosa per essere capace di disegnare; ne seguì immediatamente una sorta di conferenza sul pittoresco in cui gli insegnamenti di lui furono così chiari che ella cominciò presto a scorgere la bellezza in ogni cosa che egli ammirava e si dimostrò così ricettiva che egli fu totalmente soddisfatto di lei e del suo innato buon gusto.

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