Cospirazionismo in rete: il lavoro della semiologa Simona Stano

In questi ultimi anni abbiamo discusso sempre più frequente del moderno cospirazionismo e dell’ascolto crescente che, sotto varie forme, sembra incontrare nel pubblico. Quando abbiamo saputo dell’uscita di un importante lavoro di riferimento prodotto dalla casa editrice Routledge con il titolo di Handbook of Conspiracy Theories, abbiamo pensato di farci spiegare qualcosa al riguardo da Simona Stano (nella foto), semiologa del Dipartimento di Filosofia e Scienza dell’Educazione dell’Università di Torino che ha contribuito all’opera con un suo lavoro. Ecco cosa ci ha detto.

Il Routledge Handbook of Conspiracy Theories è un tomo di 700 pagine uscito a febbraio 2020. Quasi cinquanta saggi diversi, approcci multidisciplinari, un gran numero di ricercatori che si occupano di cospirazionismo da prospettive anche assai diverse fra loro. Tramite lei, vorremmo sapere come è nata un’opera così ambiziosa.

L’opera è nata nell’ambito dell’Azione COST – Comparative Analysis of Conspiracy Theories in Europe (COMPACT) (2016-2020), coordinata da Peter Knight e Michael Butter, che ha coinvolto 150 studiosi da 35 paesi europei con l’obiettivo di studiare le teorie del complotto attraverso un approccio fortemente interdisciplinare (in grado di spaziare dalla storia alla filosofia e alla semiotica, dalla sociologia alla psicologia e all’antropologia, dalle scienze della comunicazione ai cultural studies, ecc.). Frutto di numerosi incontri (di cui uno tenutosi proprio a Torino e organizzato da me e da Massimo Leone) che dal 2016 al 2020 ci hanno permesso di confrontarci sul modo in cui ognuno di noi studia diverse forme di cospirazionismo, il manuale rappresenta uno dei principali risultati dell’azione, e ci auguriamo possa diventare un punto di riferimento per chi si occupa di questi temi.

Perché pensa sia rilevante per discipline come la sua occuparsi di teorie cospirative e della loro diffusione?

Occuparsi di semiotica significa interessarsi al modo in cui i testi che circolano nella società acquisiscono senso e ne producono, modellando immaginari culturali. Significa, in altri termini, occuparsi essenzialmente di interpretazione – e quindi di processi che, nell’ambito delle teorie cospirative, acquisiscono un interesse particolare, come ben rimarcato da Umberto Eco nella lectio magistralis tenuta nel 2015 in occasione della cerimonia in cui gli venne conferita la laurea honoris causa in Comunicazione e culture dei media presso l’Università di Torino. Riprendendo Popper e altri celebri studiosi, Eco ricollegò in quel discorso in modo molto interessante il cospirazionismo alla “deriva ermetica” di cui si era occupato diversi decenni prima, inscrivendo le teorie del complotto nell’ambito di quello slittamento incontrollato e disinvolto “da significato a significato, da somiglianza a somiglianza, da una connessione a un’altra” descritto nelle pagine de I limiti dell’interpretazione (1990), che finisce per trasformare semplici coincidenze in causalità, degenerando in un vero e proprio “cancro dell’interpretazione”. Studiare i meccanismi di funzionamento di tali degenerazioni è di fondamentale importanza per la disciplina semiotica, che proprio per questo mi sembra avere un grande potenziale rispetto alla comprensione delle teorie del complotto.

Prima di passare al suo contributo specifico al volume della Routledge, ci dica qualcosa sul suo interesse per l’antropologia delle cospirazioni. Siamo rimasti colpiti da un suo precedente lavoro sul concetto di catastrofe come degenerazione dei sistemi complessi. Pensa che in qualche modo i cospirazionisti possano essere assimilati a dei “catastrofisti culturali”?

Sì, il parallelismo mi sembra molto calzante. Al centro dei discorsi complottisti c’è in genere proprio la contrapposizione tra due sistemi culturali: da una parte, una “cultura disforica” (perversa, corrotta, …), legata agli interessi di particolari gruppi o poteri; dall’altra, una cultura alternativa (euforica), quella di cui il cospirazionismo si autoproclama portatore, che punta proprio a distruggere il primo sistema, innescando una vera e propria “catastrofe” (nel senso etimologico di “rivolgimento”, “rovesciamento”).

Il suo capitolo per il Routledge Handbook si focalizza in particolare sulla diffusione di teorie cospirative no vax in rete: come possiamo spiegare questo fenomeno?  

Come mostro nel capitolo, forme di opposizione ai vaccini sono sempre esistite. Un caso emblematico è quello del vaccino per la poliomielite del 1800, di cui nel capitolo mi occupo a partire da un esempio di propaganda no vax del tempo. Anche nell’analizzare il caso del vaccino MPR, che è il principale caso di studio in analisi, considero diversi media e dinamiche che si sono dimostrati fondamentali per la diffusione delle contestazioni mosse da Wakefield e la creazione di vere e proprie teorie del complotto su questo vaccino specifico e, più in generale, sulla vaccinazione – anche a fronte di una forte opposizione da parte delle istituzioni scientifiche e mediche e dei loro diversi tentativi di mostrare l’infondatezza di simili posizioni e teorie. Proprio rispetto a questo è emerso il ruolo cruciale giocato dalla rete: in diversi carsi, social network e motori di ricerca sembrano reindirizzare gli utenti alla propaganda no-vax o comunque a notizie non verificate, favorendo l’esposizione a informazioni non sempre corrette e talvolta deliberatamente ingannevoli e creando vere e proprie “camere dell’eco” in cui tendono a risuonare (e rafforzarsi) determinate visioni e teorie, escludendo impostazioni diverse. Fondamentale è anche il coinvolgimento emotivo promosso da gruppi e pagine online, così come il ruolo dei cosiddetti “meme” e di diverse forme di ironia nella spreadability (per utilizzare i termini di Jenkins, Ford e Green) dei contenuti online (ivi incluse le teorie del complotto).

Cosa ci può dire delle strategie utilizzate per opporsi a tale diffusione?

Ve ne sono diverse. Pensiamo ad esempio alla recente introduzione, su diverse piattaforme social, di particolari “etichette” per indicare contenuti contestati o potenzialmente ingannevoli, soprattutto in relazione all’ambito politico e sanitario. O alle più consolidate operazioni di debunking, o “smascheramento”, di notizie false o inaccurate, che hanno trovato ampio spazio soprattutto nella blogosfera. D’altra parte, l’efficacia di simili misure, come dimostra proprio il caso dei vaccini, è abbastanza ridotta. Ciò che occorre è, da una parte, un’analisi sempre più accurata delle strategie testuali e delle dinamiche comunicative soggiacenti all’ampia e rapida diffusione di contenuti sul web; e dall’altra, un ripensamento generale della comunicazione istituzionale e scientifica, che dovrebbe sfruttare proprio i risultati di questa analisi per sperimentare, come in alcuni casi sta già cercando di fare, nuove forme di ibridazione di codici, canali e tecniche di comunicazione al fine di accrescere la circolazione e la visibilità di informazioni comprovate nelle “cyber-cascate” contemporanee.

La metafora della viralità, così usata per questi contenuti, la lascia insoddisfatta; perché ritiene che non sia adeguata per descrivere la diffusione di contenuti cospirazionisti in rete?

Si tratta di una riflessione portata avanti con il gruppo semiotico torinese, su iniziativa dei colleghi Gabriele Marino e Mattia Thibault, che nell’anno accademico 2015/2016 organizzarono un interessante ciclo di seminari per approfondire la questione. Fu proprio in quell’occasione che iniziai a lavorare sulla comunicazione in ambito sanitario, gettando le basi di un ragionamento che, in seguito alla collaborazione con il network COST COMPACT e ad altre ricerche condotte nel frattempo sulla comunicazione digitale (in particolare nell’ambito del mio attuale progetto Marie Curie  Communication for Food Protection (COMFECTION), attivo dal 2019), si è sviluppato ulteriormente, nel tentativo di comprendere come questi fenomeni si leghino l’uno all’altro. L’idea di fondo è che la metafora della viralità non sia adeguata a descrivere la diffusione dei contenuti sul web, in quanto getta un’ombra di passività sui destinatari di tali contenuti, richiamando modelli di comunicazione ormai desueti e incapaci di descrivere la complessità degli scenari mediali contemporanei. Chi riceve – e condivide – contenuti virali, facendoli diventare tali, interviene attivamente su di essi, modificandone incessantemente forme e contenuti, e quindi aumentando esponenzialmente il rischio di “derive ermetiche”. Questo mi pare particolarmente significativo rispetto alla comprensione dei meccanismi di diffusione di contenuti cospirazionisti.

Lei rileva l’importanza di internet nella diffusione delle teorie cospirative e al contempo sottolinea che tali teorie erano diffuse ben prima della nascita della rete; dunque, qual è lo specifico contributo di Internet da questo punto di vista?

La nascita della rete e, nello specifico, del cosiddetto Web 2.0, ha avuto evidenti ricadute sui sistemi di informazione e comunicazione: se, da una parte, ha aperto le porte a un processo di “democratizzazione” dell’informazione, favorendo la diffusione orizzontale delle potenzialità comunicative e una maggiore condivisione di conoscenze e idee, dall’altra, ha creato un terreno particolarmente fertile per la diffusione (deliberata o involontaria) di notizie false o quantomeno inesatte (le cosiddette fake news o “bufale”). Questo dipende soprattutto dalla velocità e dall’ubiquità di Internet, che permettono di diffondere contenuti di vario tipo (inclusi i discorsi cospirativi) a un pubblico molto esteso e in tempi molto brevi, spesso anticipando qualsiasi operazione di verifica dei contenuti – la cui quantità, come sappiamo, è aumentata vertiginosamente, portando al problema del cosiddetto “information overload” o sovraccarico cognitivo, altra problematica essenziale legata alla comunicazione digitale.

In che senso il concetto di social trust che lei propone nel capitolo influenza la diffusione delle teorie cospirative?

Nel panorama mediale contemporaneo, le emozioni e le convinzioni personali tendono a essere più influenti della componente referenziale (il riferimento a fatti verificati) – è questo uno dei nodi centrali dell’ancora molto acceso dibattito sulla cosiddetta “post-verità”. Nella convivialità online, in altri termini, si creano legami in grado di favorire l’adesione a particolari idee e la condivisione di determinati contenuti, senza prestare particolare attenzione (o senza prestarne affatto) alla veridicità dei fatti raccontati. Questo facilita la diffusione delle teorie cospirative, sia perché contribuisce a velare quel meccanismo di deriva di cui parlavamo sopra, sia perché favorisce enormemente la diffusione e condivisione dei discorsi del cospirazionismo.

Immagine in evidenza: Conspiracy Theories by Nick Youngson CC BY-SA 3.0 Alpha Stock Images.

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