Nella giungla semantica di Nostradamus. Pempotam = Venezia?

articolo di Paolo Cortesi

Tra i molti misteriosi neologismi inventati da Nostradamus per le sue profezie, una dei più noti è Pempotam (con varianti Pampotam e Pompotam).

Il termine è piuttosto raro: appare solo due volte nelle Propheties (in VIII.97 e X.100), una volta nella Lettera ad Enrico II re di Francia e nel Présage relativo all’agosto 1558. Questa collocazione nelle edizioni più tarde del corpus nostradamico può suggerirci che fu una  fra le ultime invenzioni verbali.

Nel 1867, Anatole Le Pelletier (Les oracles de Michel de Nostredame) considera il neologismo come un ibrido greco-latino: pan (greco: tutto) + potens (latino: potente). Dunque, tutto-potente, onnipotente. Per Le Pelletier, il vocabolo si riferisce specificamente all’Inghilterra: «Le Panpotent des mers, l’Angleterre» e ancora: «Les Panpotens, les Anglais». Ma attenzione: Nostradamus ha scritto Pempotam, non Panpotent.

Parrebbe che Le Pelletier, il quale scrive durante il Secondo Impero francese, sotto l’occhio diffidente della censura, non risparmi lodi al dominio della Regina Vittoria, alleata di Napoleone III. Così, secondo l’esegeta, mentre Nostradamus profetizzerebbe/prometterebbe alla Francia  il dominio sul continente europeo, affiderebbe all’Inghilterra la signoria dei mari. Profezia che si accorda comodamente con la situazione geopolitica del momento in cui venne elaborata la relativa interpretazione: niente di nuovo sotto il sole.

Per tentare di trovare una ragionevole spiegazione del neologismo, ovvero per cercare di capire cosa Nostradamus intendesse dire, possiamo rivolgerci al contesto in cui appare per la prima volta il termine Pempotam. È questo, infatti, uno di rarissimi casi in cui una espressione oscura appare anche all’interno di una prosa non ambigua.

Nella Lettera a Enrico II re di Francia, che precede la Centuria VIII, datata 27 giugno 1558, Nostradamus afferma, con una chiarezza per lui davvero eccezionale, che «dopo la persecuzione della chiesa cristiana che durerà fino al 1792 […] Venezia con grande forza e potenza alzerà le sue ali ( : riferimento visivo al leone alato di San Marco) così in alto da non essere troppo lontana dalle forze dell’antica Roma». Purtroppo per Venezia, ancora una volta Nostradamus sbagliò; pare anzi un curioso esempio di profezia alla rovescia, infatti dal 1792 non iniziò affatto il trionfo di Venezia, che era già in piena decadenza, tanto che solo cinque anni dopo la fatidica data, la Serenissima cessava di esistere come stato autonomo.

Nel paragrafo successivo, Nostradamus prevede «grande discordia» in Adriatico, e ciò riguarda Venezia, anche se non viene espressamente citata. Si parla anche di Creta: «di due cretesi non sarà rispettata fede», ovvero, pare di capire, sarà violata la promessa fatta a due cretesi. Ma la frase, controversa, può anche significare che i due cretesi non saranno in grado di mantenere la parola data.

In ogni caso, il riferimento a Creta ci ricorda che l’isola fu possedimento veneziano dal 1204 al 1669, chiamato Candia, dal nome italiano della sua capitale, oggi Iraklio.

«Gli archi costruiti dagli antichi Marziali ( : signori della guerra? imperatori?) si uniranno alle onde di Nettuno», il che potrebbe significare che vi saranno grandi battaglie navali. E dopo: «Nell’Adriatico sarà fatta grande lotta (sera faite discorde grande), ciò che sarà unito sarà diviso. Ad una casa sarà ridotta ciò che era ed è una grande città, comprendendo la Pempotam, la Mesopotamia d’Europa a 45 e altri di 41, 42 e 37 gradi».

Il neologismo Pempotam è una delle tante creazioni lessicali di Nostradamus il quale, come tutti coloro che pretendono di svelare il futuro, è ambiguo e sfuggente, dice e non dice, si lascia insomma sempre una vasta zona d’ombra in cui cercare una giustificazione per la sua necessaria reticenza. Dunque, non è mai saggio cercare traduzioni sicure e definitive nella giungla semantica di Nostradamus. Eppure, con tutte le cautele del caso, senza alcuna pretesa di certezza, si può avanzare una prudente ipotesi: e se Pempotam indicasse Venezia

Il neologismo è con ogni verosimiglianza formato da due vocaboli di origine greca: pem che deriva da pan, cioè tutto (come già aveva suggerito Le Pelletier) e potam che si deve rapportare a potamòs, fiume: quale città è tutta un fiume, se non Venezia? E la Mesopotamia d’Europa non è forse una suggestiva immagine per Venezia, la città che sorge tra i fiumi, tra i canali? Pempotam e Mesopotam sono due termini che Nostradamus impiega in evidente parallelismo, il che pare confermare la comune etimologia, con riferimento al fiume.

Infine, ricordiamo che la latitudine di Venezia è effettivamente a 45°.

Se allora Pempotam allude a Venezia, siamo al cospetto del tipico atteggiamento profetico di Nostradamus: afferma una cosa e poi il suo contrario, perché la potenza di Venezia, chiaramente nominata, viene prima profetizzata; poche righe dopo, sotto il velame di un neologismo, si afferma la sua sconfitta: comunque andassero le cose, Nostradamus ha visto giusto, con soddisfazione ancora oggi dei suoi credenti. . Quasi certamente, Nostradamus fu a Venezia. Alcuni storici fissano la sua presenza in laguna nel 1548, altri nel 1549.

Di sicuro, il viaggio in Italia avvenne dopo il matrimonio con la ricca vedova Anne Ponsard, il cui contratto di matrimonio fu firmato l’11 novembre 1547, a Salon-de-Provence.

Venezia è una delle città italiane più citate nell’opera di Nostradamus. Il toponimo Venise (Venezia) appare infatti dodici volte nelle Prophéties(IV.1, IV.6, V.29, VI.75, VIII.9, VIII.11, VIII.31, VIII.33, VIII.93, IX.28, IX.42, X.64), mentrein I.73 si trova la parola Venitiens, veneziani. Roma (Rome) ricorre venti volte; Firenze (Florence) undici. La città di San Marco è citata perfino più di Parigi (Paris) che viene nominata otto volte, di cui una anagrammata in Rapis. Questo non sorprende, dato che Venezia, quando Nostradamus pubblicò i suoi libri oracolari (1555-1558) era una grande potenza europea.

E, come tutte le profezie, anche quella di Nostradamus non è che la proiezione nel futuro delle speranze e soprattutto dei terrori del presente, di cui il veggente/astrologo/profeta si fa narratore.

Nota: Le traduzione sono mie, condotte sull’edizione delle Prophéties di Pierre Rigaud (Lyon, 1568).

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