La coscienza come elemento strutturale dell’universo: origine dell’ipotesi e difficoltà

articolo di Alberto Cavallarin 

 L’Autore, laureato in Filosofia all’Università Ca’ Foscari di Venezia, studia attualmente nel Research Master in Philosophy all’Università di Utrecht, Olanda.

 

Il panpsichismo (dal greco pan-psyche, tutto-anima) è l’ipotesi che la coscienza sia fondamentale ed ubiqua nell’universo – un’idea che suona certamente strampalata e che porta con sé uno strano sapore di New Age. Nonostante ciò, negli ultimi decenni molti scienziati e filosofi rispettabili – Christof Koch1 e Philip Goff2, per citarne uno per categoria – hanno iniziato a prendere in seria considerazione la possibilità che ci sia qualcosa di vero nella tesi panpsichista. Com’è possibile? Cosa rende tale posizione così interessante? Per rispondere a queste domande è necessario tornare all’origine dei moderni studi sulla coscienza ed interpellare il saggio che più di altri aprì le porte alla proliferazione di posizioni simili a quella panpsichista: Facing Up to the Problem of Consciousness (1995; trad. it: La mente cosciente. Mc-Graw Hill, Milano, 1999).

Problemi facili e problemi difficili

Qui David Chalmers, l’autore, distinse per la prima volta i cosiddetti problemi “semplici” della coscienza dal famigerato problema “difficile” (hard problem of consiousness). I primi sono quei problemi risolvibili grazie ai metodi standard delle scienze cognitive, ad esempio la spiegazione di fenomeni come la capacità di elaborare gli stimoli esterni o di dirigere l’attenzione. Non c’è praticamente alcun dubbio che, per quanto tali fenomeni possano essere complessi, sia possibile darne una spiegazione scientifica completa. Lo stesso però non sembra valere, a detta di Chalmers, per la coscienza in sé. Prendiamo come esempio l’esperienza del colore rosso. Le scienze cognitive sono perfettamente in grado di spiegare i meccanismi che permettono al cervello di elaborare il colore rosso e di distinguerlo da altri colori (questo è dunque un problema “semplice”), ciò che sembra invece prima facie inspiegabile è perché ci sia un’esperienza soggettiva associata a quel fenomeno cerebrale. Perché esiste un’esperienza del colore rosso e perché tale fenomeno non avviene invece “al buio”, senza che qualcuno ne sia cosciente? Perché non siamo degli “zombie”, cioè degli esseri viventi del tutto identici a noi ma senza coscienza? Come possiamo giustificare l’esistenza della soggettività? In ciò consiste l’hard problem of consciousness3.

Prevedibilmente, il lavoro di Chalmers diede inizio ad un lungo dibattito sull’effettiva esistenza di tale problema. Una delle voci principali di questo dibattito fu (ed è tutt’ora) il filosofo Daniel Dennett, il quale, già nel 1996, elaborò la più popolare delle critiche rivolte tutt’oggi a Chalmers. Secondo Dennett il problema difficile della coscienza non è in nulla dissimile dal problema della vita, l’origine della quale sembrava a molti scienziati dell’epoca (i cosiddetti “vitalisti”) tanto inspiegabile, quanto appare inspiegabile oggi l’origine della coscienza. La verità è che fu sufficiente essere pazienti perché il “mistero” della vita venisse reso meno misterioso, nello specifico, dalla scoperta del DNA da parte di Watson e Crick. La cosa più ragionevole che possiamo fare è continuare la ricerca scientifica sulle funzioni cerebrali, dando per scontato che prima o poi troveremo una risposta al problema difficile della coscienza, dopotutto il progresso scientifico non ci ha mai delusi4.

È certamente vero – risponderebbe David Chalmers a questa osservazione – che gli scienziati sono sempre stati degli eccellenti demistificatori, tuttavia il problema difficile della coscienza sembra essere fondamentalmente diverso da qualunque altra indagine che essi si siano proposti fino ad ora. L’approccio standard della ricerca scientifica consiste nell’isolare una porzione della realtà, “l’oggetto” della ricerca, e nel cercare di darne una spiegazione funzionale, quantitativa. Questo non è possibile secondo Chalmers con la coscienza, la quale è per definizione pura soggettività e qualità. Non è possibile, ad esempio, dare una spiegazione funzionale o quantitativa dell’esperienza soggettiva del colore rosso, o della sua “rossità”. Nessuna spiegazione dei meccanismi cerebrali potrà mai permetterci di superare questa difficoltà: per quanto comprenderemo in maniera sempre più dettagliata le funzioni correlate alla coscienza, sarà sempre possibile chiedersi: «perché tali funzioni sono accompagnate da un’esperienza?»5. Se quest’ultima osservazione è vera, risulta del tutto inutile cercare di spiegare come la coscienza possa “emergere” dalla materia, è necessario tentare un approccio diverso. Qui subentra la proposta panpsichista: possiamo provare a considerare la coscienza non come un prodotto della materia, ma come un elemento fondamentale, strutturale dell’universo.

Il programma panpsichista…

Nella sua versione più comune, il programma di ricerca panpsichista parte dell’ipotesi che gli elementi costitutivi dell’universo (ad esempio i quark) siano coscienti, cercando poi di spiegare come tali coscienze (o proto-coscienze) si uniscano per dare origine ad esperienze soggettive più complesse, come quelle degli esseri umani. L’idea che elettroni, o addirittura rocce e alberi possano essere in qualche modo coscienti è certamente controintuitiva, ma dopotutto il progresso scientifico è sempre stato in grado di dimostrarci quanto le nostre intuizioni siano ingannevoli. Si noti bene che ciò non significherebbe, ad esempio, che i quark hanno pensieri ed emozioni, abbiamo infatti già sottolineato come questi rientrino tra i problemi “semplici” della coscienza, e in quanto tali non interessano direttamente il panpsichista. La proposta di quest’ultimo è, al contrario, che al quark sia associata una qualche forma di coscienza o proto-coscienza “pura”, cioè senza “contenuti” (appunto, ad esempio, pensieri ed emozioni).

…e i suoi problemi

Detto ciò, esistono almeno due problemi con la posizione panpsichista, uno di natura “tecnica”, e l’altro di natura teorica. Il problema tecnico riguarda il fatto che tutte le diverse forme di panpsichismo risultano difficilmente testabili o falsificabili. Il problema teorico è invece il cosiddetto “problema della combinazione” (combination problem): non è chiaro in che modo le diverse coscienze o proto-coscienze degli elementi costitutivi della realtà dovrebbero unirsi o “fondersi” per formare un’unica coscienza. Possiamo avvicinare quanto vogliamo, ad esempio, cento granelli di sabbia, ma questi non si uniranno mai a formare un unico granello gigante, perché ciò dovrebbe accadere con le coscienze?6

Sono state avanzate molte proposte per risolvere questi problemi, ma esse rimangono al momento speculative. A dire il vero, qualunque posizione panpsichista rimane per ora ampiamente speculativa. Ciò rende necessaria una domanda: cosa differenzia tale visione del mondo da qualsiasi altra speculazione pseudoscientifica? Come spiega Philip Goff7, l’obiettivo del panpsichista è quello di proporre una spiegazione credibile e parsimoniosa della nuova evidenza a disposizione, cioè del fatto che, se consideriamo valido l’argomento di Chalmers, la coscienza non è in alcun modo riducibile alla materia (la prima non può cioè essere un prodotto della seconda) e necessita quindi di una ricollocazione nella nostra visione del mondo.

Questo “collegare i puntini” non è per nulla estraneo alla ricerca scientifica. Per comprendere poi come tale posizione sia particolarmente parsimoniosa basti pensare al fatto che, anche se accettassimo l’idea che gli elementi strutturali dell’universo sono coscienti, la fisica contemporanea rimarrebbe sostanzialmente identica a come la conosciamo. A ciò potremmo aggiungere che esistono delle ipotesi – ad esempio quella del filosofo della mente David Pearce8 – che sono testabili sperimentalmente, per lo meno in linea teorica. Ovviamente il panpsichismo apre le porte a innumerevoli fantasie pseudoscientifiche, ma queste non dovrebbero distogliere l’attenzione dalla ricerca rigorosa e basata sull’evidenza che molti pensatori stanno portando avanti (si veda il progetto Integrated Information Theory del neuroscienziato Giulio Tononi per un programma di ricerca panpsichista particolarmente promettente9).

In conclusione, il panpsichismo afferma l’esistenza di un problema nella nostra attuale visione del mondo – il problema dell’esistenza della soggettività – e propone, seppur con qualche difficoltà, una possibile soluzione. Gli studi sulla coscienza sono ancora nella loro infanzia ed è certamente possibile che tra qualche decennio, conoscendo meglio il nostro cervello, il problema difficile della coscienza diventi l’ennesimo mistero risolto dalla scienza, tuttavia, se consideriamo l’argomento di Chalmers ragionevole, non possiamo non reputare l’ipotesi panpsichista una voce degna di essere ascoltata.

 

Bibliografia

1) https://www.scientificamerican.com/article/is-consciousness-universal/

2) https://aeon.co/ideas/panpsychism-is-crazy-but-its-also-most-probably-true

3) Chalmers, D. J. 1995. “Facing Up to the Problem of Consciousness”. Journal of Consciousness Studies (2) 3: pp. 200-19.

4) Dennett, D. C. 1996. “Facing Backwards on the Problem of Consciousness”. Journal of Consciousness Studies (3) 1: pp. 4-6.

5) Chalmers, D. J. 2003. “Consciousness and its Place in Nature”. Blackwell Guide to the Philosophy of Mind. Oxford: Blackwell, pp. 102-142.

6) https://aeon.co/ideas/why-panpsychism-fails-to-solve-the-mystery-of-consciousness

7) https://aeon.co/ideas/panpsychism-is-crazy-but-its-also-most-probably-true

8) https://www.physicalism.com/

9) http://www.scholarpedia.org/article/Integrated_information_theory

4 thoughts on “La coscienza come elemento strutturale dell’universo: origine dell’ipotesi e difficoltà

  • 6 Dicembre 2020 in 08:47
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    Mi ricorda vagamente il biocentrismo di Robert Lanza. Anche se mi pare che Lanza sostenga che sia la nostra coscienza (degli umani) a “creare” la realtà

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  • 6 Dicembre 2020 in 11:58
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    Secondo me è la parola “Panpsichismo” a suscitare schock anafilattici negli Scienziati Atei bloccando ogni ulteriore ricerca. Se si parlasse di un probabile comportamento intelligente della Materia, sia a livello infinitamente grande (Universo) che a livello di particelle elementari, si instaurerebbe una sorta di tregua cogli scienziati Credenti, per cui questa ricerca, comunque di confine, difficilmente molto finanziata, andrebbe avanti. E non è detto che in futuro gli Atei non saranno contenti di aver trovato spiegazioni plausibili del comportamento intelligente della Materia. L’ importante è che non sia governata da una Volontà e, soprattutto, che non abbiamo una Anima immortale di cui render conto all’ uscita.

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    • 9 Dicembre 2020 in 10:55
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      Se ho letto bene l’articolo, “comportamento intelligente” della materia sarebbe un’espressione molto fuorviante. Il *comportamento* della materia rimarrebbe inalterato e spiegato dalle leggi fisiche attuali. Il problema che invece ci si sta ponendo è quello della *consapevolezza* della materia, cioè il fatto che, a comportamenti inalterati, essa sia in grado in qualche modo di provare l’esperienza soggettiva di tali comportamenti.

      Mi sembra molto difficile che si riesca a rendere falsificabile, e quindi oggettiva, questa ipotesi, ma è un’opinione personale.

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  • 13 Dicembre 2020 in 09:21
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    Secondo me, cara o caro, BB, la consapevolezza è un ulteriore balzo in avanti verso l’ ipotesi che l’ Universo sia un Essere Vivente, Intelligente e in grado di interagire con noi, oltre che con gli altri Esseri viventi. E questo, allo stato attuale, sarebbe motivo di grave scontro tra i portatori di visione del Mondo No-gods e i portatori di Divinità. L’ intelligenza, invece, potrebbe ancora rientrare in entrambe le credenze ed essere accettata dalla maggioranza degli Scienziati. Sono ormai lontani i tempi in cui il direttore di Nature, John Maddox, negava la teoria del Big-Bang affermando che sarebbe stato un regalo ai Creazionisti.

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