Un bagno di realtà sui tuffi dopo pranzo

Articolo di Antonio Crisafulli

Uno dei peggiori ricordi delle estati passate al mare o in piscina dai bambini italiani è la regola ferrea per cui: se hai mangiato non puoi fare il bagno, perché sennò ti viene la congestione e muori. Devi aspettare almeno un paio d’ore.

Anche la nostra testata si è occupata in passato di questo problema [1].

In effetti l’argomentazione portata a sostegno di questo atteggiamento circospetto non è basata su un ragionamento del tutto fallace: si procrastina un piacere sicuro ed immediato per non correre un potenziale rischio definitivo. Insomma, a prima vista sembra un affare conveniente. È una di quelle tante scorciatoie mentali che hanno accompagnato dagli albori la storia evolutiva di Homo sapiens: sii molto prudente se non conosci bene un fenomeno o un ambiente nuovo perché il rischio è alto. E noi non siamo affatto animali acquatici, per cui siamo naturalmente portati ad essere accorti in acqua. Si tratta dunque di un approccio dettato dal timore e dalla mancanza di conoscenza del fenomeno.

Queste poche considerazioni dovrebbero far capire il perché “congestione” abbia avuto tanta presa sui nostri costumi estivi. E adesso possiamo affrontare il problema con un approccio dettato non solo dalla prudenza, ma anche dalla conoscenza.

Per prima cosa analizziamo la parola “congestione”. Con questo termine sembrerebbe che si indichi una sorta di furto di sangue da parte dei nostri visceri impegnati nel processo digestivo a scapito del sangue necessario altri organi. In pratica il sangue verrebbe “sequestrato” nei visceri a spese del resto del nostro organismo, il cervello in particolare. Proviamo quindi a verificare se il problema è mai stato affrontato dalla letteratura medica ufficiale.

Per far questo abbiamo utilizzato una nota banca dati di letteratura medico-scientifica, PubMed, ed abbiamo inserito le seguenti parole chiave insieme a “digestive congestion” (congestione digestiva): “syncope” (svenimento), “cold” (freddo) e “sudden death” (morte improvvisa).

Dalla ricerca sono emersi circa 75 risultati. Ma nessuno dei risultati aveva a che fare con la “congestione digestiva” intesa come la abbiamo definita prima, cioè come un “furto di sangue da parte dei nostri visceri impegnati nella digestione.”

D’altronde. è fenomeno noto come la nostra circolazione non sia severamente impegnata durante la digestione. Alcuni studi riportano infatti che la gettata cardiaca (GC) – cioè la quantità di sangue pompata dal cuore in un minuto – aumenta di circa il 20% durante la digestione (per capirci: passa da 5 l/min a 6 l/min circa) [2]. Per avere un elemento di comparazione, tenete presente che durante esercizio strenuo la GC può arrivare ad oltre 30 l/min [3].

Certo è che sarebbe meglio evitare di fare attività fisica dopo un pasto abbondante, e questo per due motivi: a) per quanto minimo, l’impegno circolatorio imposto dalla digestione si va sicuramente a sommarsi a quello dovuto al lavoro muscolare, per cui la performance può solo peggiorare; e b) l’attività fisica attiva il sistema nervoso simpatico, che tende a rallentare e a bloccare la digestione.

Insomma, la digestione non sembra poi questo grande impegno per un organismo sano. E la “congestione digestiva” sembra proprio non esistere, stando alla letteratura scientifica internazionale.

Abbiamo poi esteso la ricerca per verificare se fare il bagno fosse – indipendentemente dalla digestione – un fattore di rischio. Abbiamo quindi inserito insieme a “swimming” (nuotare) le seguenti parole chiave: “syncope” (svenimento) e “sudden death” (morte improvvisa) ed effettivamente in letteratura sono riportati sporadici casi di svenimento o perfino di morte mentre si nuota.

In generale i motivi per cui si può perdere coscienza – cioè svenire – sono tantissimi ed esulano da una trattazione divulgativa. Vi basti sapere che alcuni testi di medicina d’urgenza ne riportano a decine: pressione bassa, ipoglicemia, traumi, aritmie cardiache, assunzione di stupefacenti o fdi armaci, epilessia, attacchi di panico, e questo giusto per citare i più comuni [4]. D’altronde si sviene con una certa frequenza anche dopo un esercizio fisico strenuo [5].

È tuttavia intuitivo che se si sviene in acqua i pericoli sono maggiori rispetto allo svenimento sulla terraferma per il semplice motivo che si rischia di affogare. Sulla terraferma il problema maggiore è invece quello di non battere la testa.

I motivi per cui invece si può “morire improvvisamente” in acqua – intendendo per morte improvvisa una morte che avviene in poco tempo in una persona altrimenti sana – sono gli stessi per cui si può morire sulla terraferma, ed anche in questo caso sono tantissimi e la loro elencazione sarebbe inutile ai fini della comprensione di questo articolo. Basti sapere che i più comuni sono:ì infarto, ictus, aritmie fatali.

Quest’ultimo punto – le aritmie fatali – merita un piccolo approfondimento. Da qualche anno a questa parte sono emerse all’attenzione della comunità medica una serie di patologie che effettivamente portano ad un aumentato rischio di morte improvvisa. Si tratta di patologie dai nomi poco orecchiabili come “canalopatie”, “sindrome del QT lungo”, “sindrome di Brugada”, “cardiopatia aritmogena” e così via.

Sono tutte patologie insidiose, a trasmissione genetica e caratterizzate da un tratto comune: la persona affetta non ha nessun segno o sintomo della malattia fino a quando non ha una sincope o, peggio, muore improvvisamente. Per fortuna sono condizioni abbastanza rare. Nel mondo dello sport sono ormai riportati diversi casi di questo tipo. E anche una certa percentuale delle morti in culla dei neonati è attribuibile a questo tipo di problema.

Cosa succede a chi ha queste patologie?

Semplicemente, la persona sviluppa aritmie fatali i cui nomi appaiono minacciosi anche a chi non ne conosce il significato: torsione di punta, tachicardia ventricolare sostenuta, fibrillazione ventricolare…

Ma queste patologie hanno a che fare con le morti improvvise durante il bagno al mare o in piscina? Purtroppo sembra proprio che alcune di queste aritmie su base congenita siano scatenate dal contatto con l’acqua, che è in grado di “destabilizzare” il normale controllo del sistema nervoso autonomo sul nostro cuore innescando alcuni riflessi nervosi ancestrali che noi abbiamo in comune con alcuni mammiferi acquatici (balene, delfini, foche…).

Per quanto rari, sono ormai riportati casi di persone morte improvvisamente mentre facevano la doccia, il bagno nella propria vasca oppure anche in piscina o al mare [6]. C’è da considerare che queste patologie sono spesso svelabili con semplici esami medici di base (anamnesi, visita medica ed elettrocardiogramma).

Allora, la domanda sorge spontanea: fare attività in acqua ci mette più a rischio di svenire o, peggio, di morire?

La risposta non è semplicissima da fornire. Intanto, manca un’analisi comparativa dei rischi di morte improvvisa durante il nuoto rispetto ad altri contesti. Allo stato attuale non si assiste comunque a nessuna “epidemia” di morti durante il bagno. In pratica, non sembra che ci sia nessun incremento significativo rispetto alle “morti improvvise” che avvengono in altri contesti, come fare sport, fare la doccia o stare semplicemente sdraiati in casa su un divano.

I casi sono molto rari, per cui non pare opportuno nessun allarmismo.

In conclusione:

    1. la “congestione digestiva” sembra non esistere come entità fisiopatologica. Non sembra quindi che la digestione ci metta a rischio durante una nuotata. Il massimo che può fare è renderla più faticosa. La nuotata dal canto suo può rallentare la digestione;
    2. lo svenimento in acqua è sicuramente più pericoloso di uno svenimento sulla terraferma. Per questo motivo è sempre meglio non nuotare da soli, oppure nuotare in posti dove sia presente un bagnino;
    3. il rischio di morte improvvisa non sembra essere aumentato durante un bagno, anche se alcune (rare) patologie dovrebbero essere tenute sotto controllo e approfondite meglio;
    4. resta sempre in vigore il principio del buon senso: se si prevede di volersi tuffare in acqua, è bene limitarsi a un pasto non eccessivamente impegnativo, non buttarsi in acqua se ci si è disidratati per ore al Sole, evitare il brusco passaggio dalla temperatura esterna a quella dell’acqua, che può essere anche di 20 gradi inferiore.

Antonio Crisafulli è un medico e professore associato di Fisiologia umana

Note

[1] Rolando, R. “Mai fare il bagno dopo aver mangiato”. Sarà vero?. Query On Line, 14 agosto 2017. 

[2] Jakob A Hauser, Vivek Muthurangu, Jennifer A Steeden, Andrew M Taylor , Alexander Jones. Comprehensive assessment of the global and regional vascular responses to food ingestion in humans using novel rapid MRI. Am J Physiol Regul Integr Comp Physiol 2016 Mar 15;310(6):R541-5. doi: 10.1152/ajpregu.00454.2015. Epub 2016 Jan 13.

[3] Crisafulli A, Piras F, Chiappori P, Vitelli S, Caria MA, Lobina A, Milia R, Tocco F, Concu A, Melis F. Estimating stroke volume from oxygen pulse during exercise. Physiol Meas. 2007 Oct;28(10):1201-12. doi: 10.1088/0967-3334/28/10/006. Epub 2007 Sep 18.

[4] Garetto G. La nuova medicina d’urgenza. Riconoscimento, gestione, trattamento delle urgenze extra ed intraospedaliere. CG Edizioni Medico-Scientifiche, 1994.

[5] Crisafulli A, Melis F, Orrù V, Lener R, Lai C, Concu A. Hemodynamic during a postexertional asystolia in a healthy athlete: a case study. Med Sci Sports Exerc 2000 Jan;32(1):4-9. doi: 10.1097/00005768-200001000-00002.

[6] Zylla M, Thomas D. Biophys J Inherited Arrhythmias: Of Channels, Currents, and Swimming. 2016 Mar 8;110(5):1017-22. doi: 10.1016/j.bpj.2016.02.010.

Un pensiero riguardo “Un bagno di realtà sui tuffi dopo pranzo

  • 21 Agosto 2020 in 14:42
    Permalink

    Non sono unedico, ma un subacqueo e come tale non avete preso in considerazione lo shock da idrocuzione che forse è la causa più comune per una morte improvvisa in acqua.

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