L’eclissi in un uovo

Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo

Questa è la storia di un uovo deposto a Borgosesia, in provincia di Vercelli. Un semplice uovo che fu al centro di diatribe, controversie e dotte disquisizioni nel mondo intellettuale del XVIII secolo. Già, perché intorno a quel semplice prodotto di una gallina si giocava tutta la teoria delle impressioni materne, l’idea del potere della suggestione e la somiglianza tra uomini e animali.

Tutto iniziò con un’eclissi solare, quella del 25 luglio 1748: un’eclissi anulare ben visibile da Polonia, Paesi Bassi e Scozia. In Italia l’eclissi fu solo parziale, ma comunque giunse ad oscurare il 65% dell’astro diurno. 

In quell’occasione un uovo fu deposto a Borgosesia, e si trattava di un uovo strano. Sembrava recare impressa proprio una “fotografia” del fenomeno celeste appena avvenuto (e questo in tempi in cui la fotografia, ovviamente, doveva ancora essere inventata). L’episodio destò scalpore e se ne interessò un medico novarese, Sebastiano Rovida, che scrisse un opuscoletto di 16 pagine per divulgare il fatto. Si intitolava Figura e descrizione d’un uovo mirabile che ha l’effigie dell’eclissi del Sole naturalmente improntata su la superficie del guscio e venne stampato a Milano nell’agosto del 1748. 

Sulla prima pagina campeggiava un’incisione dell’uovo incriminato, con un disco solare munito di raggi cui si sovrapponeva la Luna, e al di sotto una piccola stella. Poi, un’introduzione, forse curata dello stampatore Giuseppe Marelli, spiegava brevemente la vicenda: 

In Borgosesia, Diocesi di Novara, nel dì dell’Eclissi visibile del Sole de’ 25 di Luglio di quest’anno 1748 è nato un Uovo di Gallina con l’effigie dell’Ecclissi medesimo naturalmente improntata su la superficie del guscio. L’effigie espressa su l’Uovo non solo è visibile, ma è anche sensibile al tatto, essendo come scolpita a basso rilievo. […] I raggi, o fiammelle non hanno alcun colore, se non se del guscio stesso, e sono un po’ più bianchi del fondo della scorza dell’Uovo. […] Il corpo Lunare ecclissante è rilevato alquanto. Sotto il corpo Lunare, e sotto i raggi, si vede un segno rappresentante una picciol Stelletta, che credesi Venere. L’Uovo è nato circa le ore 16 della mattina dell’Eclissi. La gallina nel principio dell’Eclissi era all’aperto, e quando fece l’Uovo era in luogo coperto all’oscuro. Quest’Uovo si conserva in Borgosesia da uno Speziale del Luogo. E sopra di questo argomento è sortita una picciola Dissertazione fatta da un Medico di Novara, a cui sono pervenute tutte le attestazioni autentiche sopra la verità del fatto.  

Infine, seguiva la vera e propria dissertazione del medico. Rovida spiegava che l’avvenimento aveva incuriosito molti a Novara, specialmente un religioso, il “degnissimo Signor Preposto Boccioloni” (Giuseppe Mattia Bocciolone), suo amico, che l’aveva interrogato sulle possibili cause, con una lettera del 5 agosto. Rovida era andato di persona ad esaminare l’uovo, custodito dallo speziale Giuseppe Antonio Frinchignone, e si era fatto la sua idea. Dopo essersi profuso in lodi rococò per il Boccioloni e la sua famiglia, e aver detto che non si sentiva degno di parlare di un sì alto argomento, Rovida snocciolava la sua teoria. 

Tanto per cominciare, il medico novarese affermava che uomini e animali sono fatti nello stesso modo: hanno gli stessi sensi, sangue, vene, intestini, muscoli, nervi, ossa. E’ vero, l’uomo ha la “discretiva” (cioè la capacità di discernimento) e il “raziocinio dell’anima”, ma per il resto siamo fatti nello stesso modo. E quindi si può pensare che gli animali abbiano la nostra medesima immaginazione:

Di modo che, come dice un moderno Filosofo, se un accidente o di luogo, o di tempo, o di prevenzione fa loro temere, o sperare qualche cosa, la immagine di quell’accidente, come foriere di quella cosa, che bramano, o temono risveglia in esse l’allegrezza, o il timore.

Assunto il fatto che anche una gallina potesse essere dotata di immaginazione, ecco che l’uovo veniva spiegato facilmente:

La Gallina dell’Uovo portentoso di Borgosesia agitata forsi da un’insolita pressione cilindrica di aere nel principio della formazion dell’Ecclissi, e commossa da quella invisibile compressione di etere, è verisimile, che vagando or di qua or di là quasi fuor di se per indagare il motivo di sua commozione, e guatando or in questa, or in quell’altra parte, abbia poi indirizzato lo sguardo al Cielo nel Sole (quando non debba dirsi piuttosto, che siasi a caso incontrata a mirarlo coll’occhio, o che accidentalmente abbia contemplata la di lui immagine nell’acqua nell’atto di abbeverarsi) è verisimile, dico, che veduto il Sole difformato dal corpo Lunare, abbia conceputo in se tal’orrore, e spavento, che con l’idea spaventosa della faccia del Sole ecclissata, altamente impressa nella di lei fantasia, dovendo in quel dì sgravarsi dell’Uovo; sempre fissa, ed intenta nell’oggetto dispiacevole già osservato o in alto, o nell’acqua; adagiatasi in fine nel nido con la fantasia ricolma della immagine poco prima veduta; per la via consimile, per cui si portano dalle Madri ad improntarsi le marche delle lor voglie, o nausee su la cute dei loro Parti, è passata ad improntarsi su l’Uovo l’effigie del Sole ecclissato, che era l’oggetto da essa lei altamente aborrito.  

Riassumendo: la gallina vede l’eclissi, si spaventa, ed ecco che l’immaginazione della gallina si imprime sull’uovo, come si credeva avvenisse anche per le donne. C’erano, dietro le considerazioni di Rovida, almeno due teorie ormai smentite dalla scienza. 

La prima è che, per costringere la gallina a guardare il cielo, si doveva assumere, come faceva Rovida, che l’eclissi avesse compresso l’aria, e che questa cosa fosse stata in qualche modo avvertita dal pennuto. Con questa idea, all’epoca, si spiegavano tutta una serie di presunti effetti di eclissi e comete, ritenute artefici di problemi sanitari e medici negli uomini (non dimentichiamo che fino a non troppi decenni fa i fenomeni celesti erano ritenuti in grado di portare pestilenze o di influire direttamente sulla vita terrestre – anche in tempi relativamente recenti). E comunque questa ipotesi non era nemmeno necessaria, perché la gallina di Borgosesia poteva aver visto il Sole anche solo per caso, o riflesso nell’acqua! 

Ma ecco che arrivava il secondo assunto, ancora più forte del primo: quello della teoria delle impressioni materne, dottrina del tutto smentita dalla scienza da lunghissimo tempo, ma ritenuta degna di nota fino a XX secolo inoltrato. La teoria era che una donna potesse essere “impressionata” da fatti e cose viste durante la gravidanza e che queste si potessero stampare sulla pelle del nascituro in forma di marchi e macchie. Non a caso i segni sull’epidermide dei neonati portano ancora il nome di “voglie”, a indicare l’effetto dei desideri avuti dalla madre durante la gestazione e quindi “immaginati” (nel senso letterale del termine) più volte dalla stessa.  

Ma all’epoca i libri di medicina riportavano aneddoti anche più estremi: bambini nati con il labbro leporino perché la donna incinta aveva contemplato troppo a lungo un coniglio, bambini nati con la pelle nera perché nella stessa stanza della madre si trovavano statue d’ebano (no, non ridete!). 

Se una cosa poteva avvenire per gli esseri umani, perché non sarebbe potuta accadere con una gallina? Dopotutto – argomentava Rovida – prima che il guscio dell’uovo si solidifichi, quando è all’interno del corpo del volatile, è ancora morbido e tenero come la pelle di un neonato. E in effetti l’uovo di Borgosesia era comparso alle 16, mentre il pieno dell’eclissi era avvenuto un paio d’ore prima… 

Insomma, per il medico era tutta colpa della “forza della fantasia”. Rovida citava tutta una serie di casi a sostegno della sua teoria: 

Non v’è Provincia, o Città, anzi non v’è Paese per picciol che sia, in cui non si veda taluno segnato o nel volto, o in altra parte del corpo con qualche marca improntata dalla forte immaginativa della Madre. Nè io mai la finirei se volessi qui apportare le marche di fiori, di frutti, di latte, di vino, ec; così pure se volessi annoverare le varie mostruose sembianze or di cane, or di gatto, ora d’altro strano animale ricopiate dall’appetito, o avversione delle Madri incinte.  

E così si appellava, ad esempio, a un episodio del libro della Genesi, in cui Giacobbe poneva rami scortecciati di fronte a un gregge per far nascere, quasi per magia simpatica, degli agnelli screziati. Ma non è tutto: Rovida raccontava che sulle Alpi nascevano a volte lepri completamente bianche. La colpa in quel caso era della neve, che le madri leprotte avevano sempre dinanzi a loro… Il medico concludeva il tutto riassumendo la sua teoria e citando due fatti che gli sembravano avvalorarla: i sensi acutissimi delle galline (in particolare quello della vista) e il fatto che – gli era stato riferito – pure in un altro villaggio della Valsesia, Balmuggia (forse Balmuccia?), il 25 luglio erano state deposte due uova molto simili a quello da lui esaminato. 

La dissertazione ebbe un certo successo nel mondo intellettuale dell’epoca. L’uovo fu acquistato dal marchese di Rivarolo, governatore di Novara, per 10 zecchini. Un assai successivo (1842) Repertorio di agricoltura pratica e di economia domestica, opera del chimico novarese Rocco Ragazzoni (1820-1856), ci informa che il buon Rovida era riuscito a mettere le mani su altre due uova dell’eclissi, deposte a Ornavasso (Verbania); ma fonti coeve parlano di un uovo solo. 

Ad ogni modo, questa è la ricostruzione del putiferio causato dal libretto:

Appena pubblicato questo scritto, i fogli d’Italia e di Germania parlarono dell’uovo di Borgosesia, e da una lettera del nostro concittadino risulta che anche altrove si stampò la sua memoria. Alcuni negarono il fatto, e fu il Rovida qualificato come impostore; altri lo credettero un lavoro artificiale a cagione della stelletta, mentre in realtà sull’uovo aveva piuttosto la forma d’un riccio di castagno o di fiocco sparpagliato, avente però una certa idea, quantunque oscura, di stella. 

Tra i critici della storia ci fu certamente un giornale di Mantova, Ragguagli universali d’Europa e di altri luoghi, che il 27 dicembre 1748, dopo aver accennato alla spiegazione di Rovida commentava, datando la storia da Colonia, al 9 di dicembre, ed attribuendola a “varie lettere da Torino”:

Altri fisici più critici però trovano difficoltà in credere che l’immaginativa della gallina abbia potuto trasportare in un istante sopra un suo uovo da lei non veduto l’immagine di oggetto esterno soltanto mirato co’ suoi occhi; certa cosa essendo peraltro che la detta eclissi non fu di figura annulare per l’Italia, ma solamente per una parte della Polonia e di altre provincie settentrionali dell’Alemagna e Scozia: ed è generalmente certo che i raggi del sole e delle stelle non dipingonsi nel fondo dell’occhio, come gli hanno dimostrato le galline del Novarese, ad imitazione dei pittori dei secoli passati.

Ma il libretto più divertente dev’essere stato quello di un medico di Trecate, sempre nel Novarese, di cui sappiamo sempre dal Repertorio di agricoltura:

Certo sig. Medico Sottocasa da Trecate aveva pure pubblicato uno scritto in data del 27 settembre dello stesso anno, col quale avrebbe voluto far credere che l’impronta di cui si tratta “fosse uno scherzo di uno spirito folletto, ossia spirito perturbatore famigliare a quella gallina, o in lei in quell’ora divagandosi, abbattutosi ed invogliatosi di figurare quell’uovo coll’eclissi che allora seguiva.” 

In seguito questo medico dovette cambiare idea, visto che nel 1749 pubblicò a Milano un altro scritto dal titolo incredibilmente rococò che val la pena menzionare per esteso (Lettera ad amico di Baldassare Sotto-Casa milanese dottore di S.T., filosofia, e medicina, medico dell’insigne borgo di Trecate in difesa d’una cura d’un apostema di capo criticata all’autore, con altra lettera filosofica sul uovo dall’ecclissi improntato nato in borgo Sesia in tempo dell’ecclissi solare il giorno 25. di luglio 1748). Stavolta però attribuiva l’impressione dell’eclissi alla potenza degli influssi celesti. Il Repertorio di agricoltura riporta l’inizio di una lettera mandata da Rovida a Sottocasa: 

Finalmente in capo ad un anno ho la soddisfazione di vedere alle stampe alcune riflessioni da V.S. fatte sulla mia speculazione fisica dell’uovo di Borgosesia, divenuto ormai rancido. Non ignoro la prima scrittura da lei distesa su di questo argomento, e godo di sentire ch’ella si sia ritirato dalla primiera opinione dello scherzo dello spirito folletto. 

Sappiamo di sicuro che una copia della dissertazione arrivò anche a Ludovico Antonio Muratori (1672-1750), il grande erudito emiliano che fu tra i padri della storiografia medievale. Muratori ne scrisse in due lettere indirizzate al bibliotecario toscano Giovanni Lami (1697-1770): la prima datata 3 ottobre 1748, la seconda 7 novembre. Da esse si apprende che l’uovo, custodito dal barbiere, era poi stato portato a Torino in dono al “Re di Sardegna”, che allora era Carlo Emanuele III. E’ davvero un peccato che se ne sia persa ogni traccia. Ad ogni modo, commentava Muratori riguardo al portento di Borgosesia: 

Qualche sospetto di manifattura in quell’uovo m’era caduto in mente. Come, quasi nel punto stesso, imprimersi quella figura, e nascer l’uovo? Come improntarvi ivi i raggi del sole e della stessa, come usualmente da noi si fa? Perché in quel picciolo tratto di paese tre uovi simili, e non trovarsene esempio in tante altre parti dell’Italia? E per quali vie passare in quegli uovi gli spiriti della fantasia gallinaria?

Nonostante questi dubbi, però, Muratori era propenso a credere a Rovida, e aggiungeva di aver saputo di un altro uovo formatosi nella medesima maniera a Matelica (Macerata). Forse – congetturava l’erudito – altri reperti simili si sarebbe potuto raccogliere, “se avesse saputo la gente, che questo fatto meritasse attenzione”. Per lo studioso emiliano l’evento di Borgosesia aveva una certa importanza: non a caso, aveva da poco dato alle stampe Delle forze della fantasia, un trattato in cui aveva riportato i dubbi degli studiosi sulla teoria delle impressioni materne, e in particolare le opinioni di “chi niega questa forza nella sola immaginazione”. 

Ma allora, come spiegare l’evento piemontese? Muratori sembrava oltremodo perplesso e dubbioso: 

[…] qualora sia innegabile il fenomeno degli uovi suddetti, chieggo io se si possa più negare il grado di dipintrice alla fantasia, ancorché noi non sapessimo le vie per le quali essa tramanda gli spiriti a formar le sue pitture?  

Nella lettera successiva, quella del 7 novembre, Muratori tornava sull’argomento, dopo averci pensato su:

Parlandone qui con uno de’ nostri filosofi, egli assolutamente tiene che sieno imposture. Però, se non è stampata quella mia letteruccia, la prego di dire in fine, che se potesse mantenersi per vero questo fenomeno, allora sarebbe innegabile la forza della fantasia delle donne sopra i lor feti. Ma io finora inclino a credere che queste sieno imposture.  

Il riferimento alla pubblicazione della lettera si deve alle Novelle Letterarie di Firenze, settimanale di lettere e scienze di cui Giovanni Lami era stato il fondatore nel 1740 e del quale fu, fino al 1769, redattore unico. La lettera di Muratori – con relativo commento di Lami – fu effettivamente stampata dal periodico.  

Non sappiamo bene cosa accadde a questo punto. Può darsi che Rovida abbia scritto direttamente a Muratori per lamentarsi della sfiducia in lui riposta. Possiamo però leggere la replica di quest’ultimo, che fu pubblicata solo molti anni dopo sul Baretti, nuovo giornale di istruzione del 13 maggio 1875, come una delle lettere inedite di Muratori. Nella prima di esse, datata 1° aprile 1749, Muratori ammetteva di aver dubitato dell’uovo, ma di averlo fatto per colpa di quella stella Venere, troppo simile a come la dipingevano i pittori; però, se la figura era a rilievo, allora non la si poteva “far con arte”. E comunque la presenza di così tante uova in luoghi diversi era un punto a favore della loro autenticità, dal momento che era improbabile che si fossero “accordati […] tanti Impostori”. Consigliava quindi a Rovida di prepare un altro opuscolo sull’argomento per rispondere ai critici, in particolare a un commento molto negativo uscito anche in questo caso sulle Novelle letterarie

Lami aveva infatti ripubblicato una lettera anonima datata 1° febbraio 1748 (in realtà 1749, visto che gli anni erano calcolati secondo lo stile ab incarnatione Domini, dunque con inizio il 25 marzo, considerata per tradizione data dell’Annunciazione e quindi del concepimento virginale di Gesù). Può essere letta qui ed è un capolavoro di sarcasmo. L’Anonimo accusava Rovida di andar

[…] chiacchierando sopra de’ fatti senza accertarsi delle circostanze di essi. Se il desiderio di metter al pubblico un fatto nuovo non l’avesse del tutto acciecato, gli sarebbe stato facilissimo scuoprire il vero: bastava, che mostrasse l’uovo ad alcune vecchie contadine, e gli avrebber detto di averne vedute parecchie simili: così feci, quando viddi la Dissertazione del Rovida; descrissi in maniera assai intellegibile l’uovo a più contadine, e interrogatele se ne avean vedute delle simili, francamente mi rispuoser di sì, fino ad individuare i raggi, ed il colore; l’istesso mi hanno affermato altre persone, le quali per ragion del loro impiego rompono più di trentamila uova l’anno.  

Dunque, uova simili nascevano in continuazione, anche senza scomodare il cielo. Anzi, era accaduto che un uovo simile fosse stato deposto a Livorno alcuni giorni prima dell’eclissi del 1748. Quante speculazioni ci avrebbe fatto il dottor Rovida! Chissà – commentava maliziosamente l’Anonimo – avrebbe pensato che la gallina si era data ai calcoli astronomici… Non rimaneva che scoprire quali tavole aveva usato! Poi, più seriamente, proseguiva: a detta delle contadine uova simili si vedevano più spesso nel periodo della trebbiatura; e quindi non stupiva che ne fossero apparse diverse il 25 luglio; ma in generale, ce n’erano un po’ tutto il resto dell’anno:

Il che chiaramente prova, esser tanto distante la Dissertazione del Rovida dalla verità, quanto l’eclisse dall’uovo.

L’Anonimo concludeva che quando si assegna un effetto a una causa, bisognerebbe anche controllare che l’effetto non ci sia quando la causa manca (cioè, che non ci fossero uova simili in mancanza dell’eclisse). 

I toni erano un po’ sopra le righe, ma le argomentazioni buone. Dovette riconoscerlo anche Muratori. Nella seconda lettera a Rovida, datata 11 maggio 1749, quest’ultimo consigliava infatti al medico di lasciar perdere l’intera faccenda. La notizia dell’uovo di Livorno, così simile a quello di Borgosesia, era un bel problema: 

Fatto tale basta per atterrar tutti i riflessi fatti sul punto dell’eclissi, e per ridurre a un puro accidente quel fenomeno. Temo ancora, che altre Uova non diverse dal Livornese si troveranno. Ciò posto, giudicherei più prudente partito quello di lasciar morire questa Quistione, per non esporsi a i morsi di tanti, che non credono la Fantasia possente ad alterare i Corpi.  

Gioco, partita, incontro all’anonimo. Rovida rinunciò al secondo opuscolo, quello che avrebbe dovuto zittire i critici una volta per tutte, e non si hanno notizie di suoi ulteriori commenti alla vicenda, a parte una sua lettera a un certo dottor Migliavacca, in cui confermava di aver seguito il consiglio del suo “grande e verace amico”, il Muratori. 

La storia dell’uovo di Borgosesia si ferma qui, e non sappiamo nemmeno se l’uovo si conservò o se – divenuto rancido, come accenna Rovida nella lettera a Sottocasa – sia stato buttato via. Ma non si fermò certo lì la lunga storia delle uova delle eclissi. Ancora nel 2015, un uovo con questa strana conformazione venne trovato a Gualdo Tadino in occasione di un’eclissi parziale. Si tornò così a parlare di “influenze celesti” e “galline spaziali”. Ma a ben pensarci quasi ogni eclissi, dal Settecento ad oggi, ha avuto le sue “uova speciali”. Per vederne una potete andare a Sestino, in provincia di Arezzo: lì il reperto è ancora conservato ed esposto al pubblico, nonché incluso in diversi repertori di oggetti misteriosi della nostra Penisola. 

La scienza, però, il mistero l’ha già svelato da tempo. Sono uova deposte troppo presto e il cui guscio non è ancora del tutto mineralizzato. Come spiegava già nel XVIII secolo l’enciclopedista francese Georges-Louis Leclerc, conte di Buffon, quello che interpretiamo poeticamente come un sole raggiato altri non è se non lo “stampo” della cloaca della gallina, impresso quando questa si siede sull’uovo ancora morbido. 

L’Anonimo aveva ragione: prodigi simili accadono ogni giorno, anche senza eclissi a stimolarli. Solo quando ci sono le eclissi, però, le colleghiamo al fenomeno celeste, immaginando improbabili scenari di impressioni materne, influssi celesti o presenze di spiriti folletti. 

In un certo senso, Rovida  non aveva tutti i torti. L’uovo di Borgosesia era una testimonianza della portentosa “forza dell’immaginazione”. Non di quella delle galline, ma di quella umana. 

In evidenza: la prima pagina dell’opuscolo di Sebastiano Rovida, uscito a Milano nell’agosto del 1748.

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