Antologia dell’inconsueto: Non farmi mancare i tuoi numeri al lotto

In un’antologia dell’insolito forse uno dei movimenti letterari italiani che meno ci si aspetta di trovare è il Verismo.

Dal verismo ci aspettiamo la narrazione di cose “vere”, “verosimili”, che possano accadere. Niente apparizioni, misteri inspiegabili o assaggi di episodi insoliti. Il pugno duro della realtà. Però è proprio Matilde Serao (1856-1927), scrittrice verista, a permetterci di inserire questo nuovo tassello alla nostra rubrica.

Matilde Serao è una verista atipica, un po’ perché è donna, il che la isola fortemente da tutta la corrente composta in prevalenza da uomini, e un po’ perché la sua penna è votata al giornalismo: la sua scrittura infatti non è letteraria e mostra le criticità tipiche che si incontrano nei lavori che si avvicinano più alla “testimonianza” che al romanzo. Le sue rappresentazioni delle diverse classi sociali poggiano sull’osservazione diretta e critica. Senza mai vincerlo, è stata candidata diverse volte al premio Nobel alla letteratura.

Tra i suoi numerosi lavori abbiamo scelto “Il paese della cuccagna” (1890) per la fotografia veritiera e tragica che dà di una dipendenza mischiata alla superstizione. In questo libro il gioco del lotto è il cardine centrale attorno a cui ruotano storie di incredibile miseria e dipendenza, ma anche di superstizione e paura. Nella lotta per la sopravvivenza anche nobili decaduti e borghesi ambiziosi, oltre alla povera gente che spera in una vita migliore grazie alla vincita al lotto, affidano le loro speranze alla dea bendata.

Il romanzo segue le vite di diversi giocatori di estrazione diversa o dei loro famigliari. Il Marchese Carlo Cavalcanti, giocatore rovinato dai debiti, decide di sfruttare la malattia della figlia, che nei deliri vede la uno spirito (forse la defunta madre), per farsi dare un consiglio per vincere al lotto e risollevare la famiglia. La ragazza, malata e spaventata indica al padre di vedere effettivamente uno spirito: questo a sua volta dovrebbe indicare alla ragazza se il padre vincerà e come. 

La credenza che i defunti tornassero in sogno per consigliare, non solo se giocare o no, ma proprio per dare i numeri vincenti del lotto ai parenti, era diffusa. La incontriamo (con la dovuta ironia) anche in una celebre canzone di Fabrizio De Andrè (1961-1998), “Il Testamento”. Nella canzone un moribondo parla di cosa lascia in eredità a coloro che sono al suo capezzale ed è lì che troviamo una “pallida vecchia contessa” a cui lasciare i numeri del lotto:

“Per quella candida vecchia contessa
Che non si muove più dal mio letto
Per estirparmi l’insana promessa
Di riservarle i miei numeri al lotto
Non vedo l’ora di andar fra i dannati
Per rivelarglieli tutti sbagliati”

I sogni sono una parte importante del gioco del lotto, la smorfia napoletana è il sistema di decodifica (sogno-numero da giocare) classico. Per chi gioca e ci crede basta consultare il libro apposito o andare direttamente sul sito della lottomatica e descrivere il proprio sogno ad un motore di ricerca. Fate voi.

Il lotto appassiona il Conte Cavalcanti, la Contessina Bianca Maria però è una ragazza malata, le conseguenze della pressione paterna non possono che essere disastrose. Abbiamo scelto di presentarvi il momento in cui la povera ragazza cede al padre e ha una visione. Il testo viene dal sito Liber Liber, dove potrete trovare il libro nella sua interezza.

 

Le visioni di Bianca Maria (Capitolo IX)

Il marchese Carlo Cavalcanti, arso dal suo delirio di giuocatore che spera nella vincita e dispera della vincita, da un minuto all’altro, e domanda a Dio, alla Madonna, ai santi, alle anime dei suoi morti, al suo angelo custode, alla Fortuna, a tutte le potenze del cielo e della terra, di vincere, di aver la vittoria, e che dimentica il suo terrore di uomo e di cristiano, per chiederla magari agli spiriti cattivi: il marchese Carlo Cavalcanti, arso da tal delirio, non potea sopportare che tutti dormissero, in casa, quietamente, placidamente, mentre egli spasimava di angoscia e di speranza.

Ah! no, non aveva paura, egli, della solitudine e della notte e dei piccoli rumori dei vecchi mobili, dei vecchi soffitti scricchiolanti, delle porte stridenti: non temeva di nulla, in quella glaciale casa dove era morta di languore, di dolore, sua moglie, dove pareva ancora si aggirasse l’ombra mesta dell’estinta. Che paura! Egli chiedeva, invocava una voce, una rivelazione, una visione: sarebbe stato contento, avrebbe avuto la emozione della felicità e non dello spavento, se avesse potuto vedere qualcosa. Ma la sua anima era troppo macchiata di peccati, il suo cuore era impuro di terreni desiderii: ci voleva un’anima candida, un cuor verginale per avere questo dono spirituale del cielo, la Grazia, per cui si vede quello che agli altri occhi umani non è concesso di vedere.

Bianca Maria dormiva… dormiva la fredda creatura, così prossima alla Grazia, e che pure si negava ad appagare il desiderio di suo padre. Egli uscì dalla sua stanza, attraversò il corridoio, passò innanzi al grande salone e si arrestò davanti alla porta chiusa della stanza di sua figlia. Ascoltò: nessun rumore. Dormiva la gelida creatura che non aveva metà dei tormenti di suo padre e che non voleva chiedere a Dio e alla Vergine la rivelazione. una sorda collera si mescolava alla follia del venerdì, nel marchese Cavalcanti: due o tre volte andò su e giù, pel corridoio, tentando allontanarsi dalla stanza della sua figliuola, ma non riuscendovi, tanto lo mordeva la curiosità di sapere da lei, che era candida, verginale, la rivelazione dello spirito che, certo, quella notte ella aveva dovuto avere. Non poteva mancare.

Don Pasqualino, l’assistito, dopo un digiuno volontario di tre giorni, dopo essersi inflitto la disciplina per due notti, sulle spalle e sul petto nudo scarno, aveva udito dallo spirito che lo assisteva, che la rivelazione l’avrebbe avuta Bianca Maria. Lo spirito non mente. E a un certo punto, quasi macchinalmente, come se lo spingesse una forza cui gli parve di obbedire, egli mise la mano sulla maniglia: essa stridette, la porta fu aperta. Ma un grido acuto rispose, di dentro, allo stridore, un grido della fanciulla, il cui lievissimo, quasi sospettoso sonno era stato turbato e che si era levata sul letto, nella camiciuola bianca, coi neri capelli disciolti per le spalle, con gli occhi sbarrati e le convulse mani puntate sulle coltri.

– Sono io, Bianca, sono io, – mormorò il marchese Cavalcanti, avanzandosi.

– Chi, chi? – chiese ella, tremando di paura, non osando muoversi.

– Io, io, Bianca, – ripetè lui, impazientendosi.

Ella sospirò profondamente, senza dire nulla: ma il respiro le rimase affannoso. Il marchese era giunto presso il letto di sua figlia, guidato dal fiochissimo lume di una lampada, accesa innanzi a una immaginetta della Madonna. La fanciulla era ricaduta sui cuscini e guardava il soffitto. Il marchese si era seduto accanto al letto e le sue dita nervose giuocavano con la frangia bianca della coltre:

– Perché hai tanta paura? – interrogò lui, dopo un lungo silenzio.

– Non so. È più forte di me.

– Quando si è nella grazia del Signore, non bisogna aver paura, – sentenziò lui, severamente. – Hai qualche peccato mortale sulla coscienza?

– No… non credo almeno, – ella disse, esitando. Tacquero. Il marchese Cavalcanti guardava nella penombra. – È venuto, lo spirito? – chiese, poi, sottovoce, con una intonazione di mistero.

– Oh! – disse ella, sospirando, di nuovo, e chiudendo gli occhi, celandosi il volto fra le mani.

– È venuto? – insistè lui, in cui già ruggiva la ferocia del giuocatore.

– Per carità, se mi volete bene, non mi parlate di ciò, – diss’ella, prendendogli la mano, baciandola, per pregarlo meglio.

– Dimmi, se è venuto, – tornò a replicare lui, implacabilmente.

Ella, comprendendo di non poter sfuggire a quella persecuzione, guardò disperatamente la Madonna, poi nascose la faccia nei cuscini.

– Dimmi, dimmi se è venuto, – stridette la voce di lui, mentre abbassava il capo sui cuscini, quasi a soffiare la sua magnetica curiosità, nel volto, a sua figlia.

– No… – diss’ella, con un filo di voce.

– Tu menti.

– Non mento.

– Tu menti. Lo spirito è stato qui, io lo sento.

– Per carità, per carità…- diss’ella, con una trepidazione infinita.

– Come lo hai visto? Nella veglia? Nel dormiveglia? Nel sonno? Era una figura bianca, nevvero? con le palpebre abbassate, ma sorridente? Che ti ha detto? Una voce debole debole, nevvero? Qualche cosa che tu sola puoi aver udito?

– Mio padre, voi volete che io muoia, – pronunziò ella, desolatamente.

– Paure da femminetta, – diss’egli, con disdegno. – Chi è mai morto, per una comunicazione suprema? Il contatto dell’anima, con quella di uno spirito, è una fonte di vita. Bianca Maria, non essere ingrata, non essere crudele, dimmi tutto.

– Voi volete che io muoia, – ripeté ella disperatamente e rassegnatamente.

– Sei una sciocca. Vuoi che ti preghi, io tuo padre? Ebbene, ti pregherò, non c’è che fare: i figli sono ingrati e malvagi, rispondono al nostro amore con la crudeltà. Ti prego, Bianca, te ne prego come se tu fossi la mia santa protettrice, dimmi tutto.

– Io morirò di ciò, mio padre, – mormorò lei, con la voce soffocata dai cuscini, dove frenava il suo pianto e i suoi singhiozzi.

– Ascolta, Bianca – egli riprese, freddamente, frenando ancora il suo sdegno, – tu devi credermi. Io sono un uomo, sono sano, ho la mia ragione, ho la mia logica: ebbene, è per me articolo di fede, chiaro come la luce del sole, che tu hai avuto in questa notte, o avrai l’apparizione dello spirito, che verrà per benedire la nostra famiglia, che ti dirà le parole della felicità. Se ciò è accaduto, tanto meglio: ma il tuo obbligo di figlia ubbidiente, di figliuola amorosa della casa Cavalcanti, è di dirmi tutto, subito.

– Non so nulla, – disse ella, seccamente.

– Lo giuri?

– Lo giuro. Non so nulla.

– Allora questa visione verrà in queste consecutive ore della notte. Vado in cappella a pregare. Sono un peccatore, ma anche i peccatori possono chiedere una grazia. Pregherò perché tu veda e senta lo spirito.

– No, non ve ne andate! – gridò ella sollevandosi sul letto e attaccandosi al suo braccio, con una stretta disperata.

– E perché?

– Non ve ne andate, per amor di Dio, se avete carità, restate qui!

– Debbo andare a pregare, Bianca, – esclamò lui, esaltato, non intendendo lo stato convulso della sua figliuola.

– No, no, restate, io non posso star sola qui, senza morire di spavento. E parlava affannosa, pallida, con le mani tremanti che stringevano sempre il braccio del padre. Non osava guardarsi intorno, aveva il capo abbassato sul petto, chiudeva gli occhi, si mordeva le labbra; mentre lui, in preda alla ostinazione della sua follia, guardava fiso la sua figliuola, credendo scorgere in lei quel disordine spirituale, che deve fatalmente accompagnare questi grandi miracoli delle anime.

– Che hai? – domandò lui, profondamente, intensamente, quasi volesse strappar dall’anima la verità.

– State qui, state qui, – disse ella, battendo i denti dal terrore.

– Vedi qualche cosa? – chiese lui, suggestivamente, con una intensità di voce e di volontà che dovea piegare quel fragile involucro femminile, tutto sconquassato dall’urto nervoso.

– Ho paura di vedere, ho paura, – ella disse, pianissimamente, appoggiando la fronte sui braccio di suo padre.

– Non temete, cara, non temere, – le susurrò lui, teneramente, carezzandole con atto paterno i neri capelli.

– Tacete, tacete, – diss’ella, con un tremore acuto. E rimase appoggiata alla sua spalla, nascondendo la faccia, raggricchiandosi tutta. Il marchese passò il braccio alla cintura di sua figlia, per sostenerne il debole corpo convulso: e mentre ella più si nascondeva, attaccata a suo padre, come a una tavola di salvezza, egli sentiva ogni tanto sussultare tutto quel povero corpo di creatura inferma nelle fibre, nei nervi e nel sangue.

– Che hai? – egli domandava, allora.

– No, no, – faceva ella, più col gesto che con la voce.

– Guarda, guarda, non aver paura, – suggeriva l’allucinato.

– Tacete, – replicava lei, rabbrividendo. Con pazienza, egli la sosteneva, aspettando, con la ostinazione del folle che attenderebbe ore, giorni, mesi e anni, purché la realtà della sua follia potesse avverarsi.

– Figlia mia, figlia mia, – mormorava il marchese, ogni tanto, incoraggiandola teneramente. Ella rispondeva, sospirando: un sospiro che pareva un lamento, che pareva un singhiozzo di fanciullo sofferente. Tenendola appoggiata al suo petto, il marchese di Formosa sentiva la rigidità nervosa di quel povero corpo giovanile e malaticcio, percorso da lunghi fremiti. Quando la fanciulla tremava, tutta, suo padre ne sentiva il contraccolpo e parendogli che la rivelazione così invocata fosse imminente, le diceva un’altra volta, ostinato, spietato: – Che hai?

Ella faceva un cenno con la mano, di orrore, come se volesse scacciare un pensiero spaventoso o una spaventosa visione. Che importava a lui lo strazio di quel cuore giovanile, lo squilibrio funesto di quei nervi? Egli in quella stanza glaciale e verginale, in quella penombra dove la lampada accesa innanzi alla Madonna gittava un cerchio di luce sul soffitto, con quel corpo convulso di fanciulla fra le braccia, con quell’anima tremante innanzi ai misteri spirituali, egli sentiva di essere in un momento solenne, in cui ogni circostanza di tempo, di età, scompariva, e lui, Formosa, si trovava finalmente in faccia al grande mistero. Dalla bocca innocente di sua figlia lo avrebbe saputo, il segreto della sua vita, del suo avvenire: le fatali cifre che contenevano la sua fortuna, sarebbero state dette a Bianca Maria dallo spirito, da Bianca Maria a lui.

– Bianca, Bianca, prega lui che venga, che ti dica se dobbiamo vivere o morire. Pregalo, Bianca, poiché lui, lo spirito, è una emanazione del Divino, di dirti la divina parola…pregalo, se è qui, presso a te, o in te, se è innanzi ai tuoi occhi o alla tua fantasia, pregalo, Bianca, pregalo, ne va la vita nostra, salvaci, Bianca, salvaci, figlia mia, figlia mia…

Continuava a parlare, incoerentemente, invocando la presenza dello spirito, dirigendo a lei, dirigendo a lui le preghiere più impetuose e più dolorose. La fanciulla, trasalendo, rabbrividendo, batteva i denti dal terrore; le mani che teneva strette al collo del padre, come un bambino che soffre, si avvinghiavano a guisa di tenaglia. Non parlava più, adesso: ma si capiva che l’ora, l’ambiente e le parole del padre esaltavano la sua convulsione. Un singhiozzo sommesso le sollevava il petto: e quando non singhiozzava, un piccolo lamento fioco fioco, instancabile, di bambino che agonizza, le usciva dalle labbra. Egli le parlava, sempre: ma quando le sue parole diventavano più incalzanti, quasi colleriche nel loro dolore, egli sentiva le braccia della figliuola torcersi per la disperazione. Poi, a poco a poco, un nuovo fenomeno si era manifestato.

Sul principio, le mani e la fronte di Bianca Maria erano gelide, come sempre, poiché l’anemia di cui languiva, le toglieva ogni calore vitale. Anzi, in quella convulsione, egli aveva inteso, il vecchio allucinato, che era agghiacciato tutto il corpo della povera creatura. Ma ad un certo punto, in alcuni intervalli in cui il batter dei denti taceva, in cui le braccia si rilasciavano per un accasciamento, egli sentiva un sottile calore correre sotto la pelle delle mani, un sottile calore salire alla fronte della fanciulla. Pareva una fluida corrente di calore che si diffondesse in tutta la persona giovanile di Bianca Maria: un calore che inondava le vene impoverite di caldo sangue e che crescendo, crescendo, ne rendeva scottante la fronte e le mani. Egli udì che il respiro della fanciulla si facea affannoso e ogni tanto, quasi le mancasse l’aria, un lungo sospiro le sollevava il petto oppresso. Due volte egli fece per riporre il capo sui cuscini del letto, ma ella ebbe un fremito di paura.

– Non mi lasciar sola, per amor di Dio, – balbettava, quasi infantilmente.

– Non ti lascio: dimmi che cosa vedi, – ripeteva lui, indomito, implacabile.

– Oh è orribile, è orribile…- balbettava Bianca, tremando ancora, tremando sempre, come se il suo corpo fosse diventato quello di una vecchia settantenne.

– Che, è orribile? Parla, Bianca, raccontami tutto, dimmi che cosa hai visto?

– Oh! – faceva lei, lamentandosi, disperandosi.

Adesso, cessato il batter dei denti, col respiro corto che parea le uscisse a stento dalla gola, ella ardeva tutta, il suo alito breve bruciava il collo del padre, dove la sua testa si appoggiava. A questo fiato ardente si univa il batter rapido, rapido dei polsi pieni, e il battito rapido e pieno delle tempie. Ma il marchese Cavalcanti, preso intieramente dalla sua follia, nella notte gelida, in quella penombra misteriosa, accanto a quella povera anima addormentata in quell’involucro tormentato, aveva smarrito il senso del reale: e la sua ammalata fantasia assaporava acutamente il dramma di quell’ora, senza intenderne la crudeltà. Egli, anzi, vibrava di gioia, poiché credeva giunto il gran momento della rivelazione dello spirito: la fortuna di casa Cavalcanti, ecco, in quel minuto si decideva. Le ansie, i terrori, le convulsioni, le tronche parole di sua figlia si spiegavano: era l’approssimazione della Grazia. Tanto tempo, tanto tempo era passato nella infelicità e nella miseria: e ora tutto si risolveva: l’indomani, lui e sua figlia sarebbero ricchi a milioni. Oppressa, affannata, Bianca Maria era scivolata dal petto di suo padre sui cuscini e si udiva il sibilo del suo respiro, si vedevano i suoi occhi brillare stranamente.

Inchiodato dalla morbosa curiosità, il marchese si tenea ritto presso il letto, spiando, al lume della lampada, ogni gesto, ogni atto della sua figliuola, abbattuta su quel letto di dolore. A un tratto, come per una scossa elettrica, le mani della fanciulla brancicarono convulsivamente la coltre: un grido rauco le uscì dalla strozza.

– Che è? – gridò il marchese, scosso anche lui.

– È lo spirito, lo spirito, – balbettò lei, con la voce cambiata di tono, profonda, cavernosa.

– Dove è? – disse il padre, sottovoce.

– Sulla soglia, è là, guardatelo, – disse ella, fermamente, energicamente, sbarrando gli occhi verso la porta.

– Non vedo niente, niente, sono un povero peccatore! – gridò disperatamente il marchese Cavalcanti.

– Lo spirito è là, – sussurrò lei, quasi che nulla avesse inteso.

– Come è vestito? Che fa? Che dice? Bianca, Bianca, pregalo!

– È vestito di bianco…non si muove… non dice nulla, – mormorò ella, parlando in sogno.

– Pregalo, pregalo che ti parli, tu sei innocente, Bianca!

– Non parla… non vuol parlare.

– Bianca, scongiuralo, per il nostro Dio, per la sua forza, per la sua potenza

Tacquero. Tutta l’intensa attenzione del marchese Cavalcanti era su quella porta, dove solo sua figlia vedeva lo spirito, mentre tutto l’animo di lui era una preghiera. Ella giaceva, sempre più affannata, mentre le ardenti mani sottili stringevano convulsivamente, fra le dita, le pieghe del lenzuolo.

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