Antologia dell’inconsueto: mai uccidere un albatro

“La ballata del vecchio marinaio”, anche tradotta come “La leggenda del vecchio marinaio” (in inglese The Rime of the Ancient Mariner), è la prima opera che vi proponiamo tradotta dall’inglese. Pubblicata nel 1789 da Samuel Taylor Coleridge in “Ballate liriche” (Lyrical Ballads), si inserisce pienamente nella definizione di “gotico”, in quanto abbiamo una sospensione momentanea delle leggi del reale in favore del fantastico, ma riconosciamo che la vicenda si svolge nel nostro mondo. Il racconto ci risulta così realistico.

Si tratta di un componimento poetico in forma di ballata composto da quartine (rima ABCB). Un capolavoro della poesia inglese, ma come sappiamo bene, per entrare in questa antologia il testo deve aderire ad una particolare regola: essere inconsueto. La ballata lo è sicuramente: un marinaio, mentre con la nave faceva vela attraverso l’equatore, uccide un albatro con cui la ciurma stava facendo ormai amicizia. L’uccisione dell’albatro è vista come un atto contro natura e contro Dio e verrà interpretata come foriera di tutte le disgrazie che colpiranno la nave e i compagni del marinaio, che alla fine sarà l’unico sopravvissuto. Il racconto è inquietante e carico di visioni.

Non sappiamo perché il marinaio uccida l’albatro, sappiamo però perché non avrebbe dovuto farlo: porta sfortuna. La sfortuna su una nave è una cosa veramente seria, le superstizioni legate alla vita in mare sono veramente molte. Una su tutte lo “iettatore”, quel marinaio che come Giona attira su di sé la sfortuna. Infatti pensiamo all’equipaggio che imbarcava Giona: appena scoperto che è il profeta il problema lo gettano in mare e da lì finire in un pesce gigante è un attimo (Antico testamento; Libro di Giona 1, 7-15).

In mare, oltre all’albatro che non poteva essere ucciso perché era considerato come l’anima reincarnata di un marinaio (come altri numerosi uccelli), erano numerosissimi gli animali che portavano sfortuna: mante, squali che inseguivano la barca, le tartarughe se uccise e non mangiate… e le donne. 

Per espiare la colpa al marinaio viene appeso al collo il corpo dell’albatro ucciso. Un modo perché porti la sua croce, e proprio questo sarebbe l’indice della metafora del racconto: il marinaio non è che il poeta che, oppresso dalla conoscenza di una verità più alta e dolorosa, non può che raccontarla attraverso la sua opera come il marinaio è costretto a raccontare a tutti la sua storia.

Vi proponiamo la prima e la seconda parte della ballata che potete trovare integrale su Wikisource qui. La traduzione è di Enrico Nencioni (1837-1896). 

Parte prima

È un vecchio marinaio, e ferma uno dei tre convitati: “Per la tua lunga barba grigia e il tuo occhio scintillante, e perchè ora mi fermi?

Le porte del Fidanzato son già tutte aperte, e io sono il più stretto parente; i convitati son già riuniti, il festino è servito, tu puoi udirne di qui l’allegro rumore.”

Ma egli lo trattiene con mano di scheletro. “C’era una volta un bastimento …” comincia a dire. “Lasciami, non mi trattener più, vecchio vagabondo dalla barba brizzolata!” E quello immediatamente ritirò la sua mano.

Ma con l’occhio scintillante lo attrae e lo trattiene. -E il Convitato resta come paralizzato, e sta ad ascoltare come un bambino di tre anni: il vecchio Marinaro è padrone di lui.

Il Convitato si mise a sedere sopra una pietra: e non può fare a meno di ascoltare attentamente. E cosí parlò allora quel vecchio uomo, il Marinaro dal magnetico sguardo:

“La nave, salutata, avea già lasciato il porto, e lietamente filava sull’onde, sotto la chiesa, sotto la collina, sotto l’alto fanale.

Il Sole si levò da sinistra, si levò su dal mare. Brillò magnificamente, e a destra ridiscese nel mare

Ogni dì piú alto, sempre più alto finchè diritto sull’albero maestro, a mezzogiorno …” Il Convitato si batte il petto impaziente, perchè sente risuonare il grave trombone.

La Sposa si è avanzata nella sala: essa è vermiglia come una rosa; la precedono, movendo in cadenza la testa, i gai musicanti.

Il Convitato si percuote il petto, ma non può fare a meno di stare a udire il racconto. E così seguitò a dire quell’antico uomo, il Marinaro dall’occhio brillante.

“Ed ecco che sopraggiunse la burrasca, e fu tirannica e forte. Ci colpì con le sue irresistibili ali, e, insistente, ci cacciò verso sud.

Ad alberi piegati, a bassa prora, come chi ha inseguito con urli e colpi pur corre a capo chino sull’orma del suo nemico, la nave correva veloce, la tempesta ruggiva forte, e ci s’inoltrava sempre piú verso il sud.

Poi vennero insieme la nebbia e la neve; si fece un freddo terribile: blocchi di ghiaccio, alti come l’albero della nave, ci galleggiavano attorno, verdi come smeraldo.

E traverso il turbine delle valanghe, le rupi nevose mandavano sinistri bagliori: non si vedeva più forma o di bestia – ghiaccio solo da per tutto.

Il ghiaccio era qui, il ghiaccio era là, il ghiaccio era tutto all’intorno: scricchiolava e muggiva, ruggiva ed urlava. come i rumori che si odono in una sincope.

Alla fine un Albatro passò per aria, e venne a noi traverso la nebbia. Come se fosse stato un’anima cristiana, lo salutammo nel nome di Dio.

Mangiò del cibo che gli demmo, benchè nuovo per lui; e ci volava e rivolava d’intorno. Il ghiaccio a un tratto si ruppe, e il pilota potè passare fra mezzo.

E un buon vento di sud ci soffiò alle spalle, e l’Albatro ci teneva dietro; e ogni giorno veniva a mangiare o scherzare sul bastimento, chiamato e salutato allegramente dai marinari.

Tra la nebbia o tra ’l nuvolo, su l’albero o su le vele, si appollaiò per nove sere di seguito; mentre tutta la notte attraverso un bianco vapore splendeva il bianco lume di luna.”

“Che Dio ti salvi, o Marinaro, dal demonio che ti tormenta! – Perchè mi guardi cosí, Che cos’hai?” – “Con la mia balestra, io ammazzai l’ALBATRO!

 

Parte Seconda

Il sole ora si levava da destra: si levava dal mare, circonfuso e quasi nascosto fra la nebbia, e si rituffava nel mare a sinistra.

E il buon vento di sud spirava ancora dietro a noi, ma nessun vago uccello lo seguiva, e in nessun giorno riapparve per cibo o per trastullo al grido dei marinari.

Oh, io avevo commesso un’azione infernale, e doveva portare a tutti disgrazia; perchè, tutti lo affermavano, io avevo ucciso l’uccello che faceva soffiare la brezza. Ah, disgraziato, dicevano, ha ammazzato l’uccello che faceva spirare il buon vento.

Nè fosco nè rosso, ma sfolgorante come la faccia di Dio, si levò il sole gloriosamente. Allora tutti asserirono che io avevo ucciso l’uccello che portava i vapori e le nebbie. È bene, dissero, è bene ammazzare simili uccelli, che apportano i vapori e le nebbie.

La buona brezza soffiava, la bianca spuma scorreva, il solco era libero: eravamo i primi che comparissero in quel mare silenzioso…

A un tratto, il vento cessò, e cadder le vele; fu una desolazione ineffabile: si parlava soltanto per rompere il silenzio del mare.

Solitario in un soffocante cielo di rame, il sole sanguigno, non più grande della luna, si vedeva a mezzogiorno pender diritto sull’albero maestro.

Per giorni e giorni di seguito, restammo come impietriti, non un alito, non un moto; inerti come una nave dipinta sopra un oceano dipinto.

Acqua, acqua da tutte le parti; e l’intavolato della nave si contraeva per l’eccessivo calore; acqua, acqua da tutte le parti; e non una goccia da bere!

Il mare stesso si putrefece. O Cristo! che ciò potesse davvero accadere? Sì; delle cose viscose strisciavano trascinandosi su le gambe sopra un mare glutinoso.

Attorno, attorno, turbinosi, innumerevoli fuochi fatui danzavano la notte: l’acqua, come l’olio nella caldaia d’una strega, bolliva verde, blu, bianca.

E alcuni, in sogno, ebbero conferma dello spirito che ci colpiva così: a nove braccia di profondità, ci aveva seguiti dalla regione della nebbia e della neve.

E ogni lingua, per l’estrema sete, era seccata fino alla radice; non si poteva più articolare parola, quasi fossimo soffocati dalla fuliggine.

Ohimè! che sguardi terribili mi gettavano, giovani e vecchi! In luogo di croce, mi fu appeso al collo l’Albatro che avevo ucciso.

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