I rischi del 5G

I cellulari ci stanno abituando a servizi sempre più sofisticati, che richiedono di scambiare una mole sempre maggiore di dati, e di conseguenza la tecnologia spinge verso una velocità di connessione sempre più alte. All’incirca ogni 10 anni la “vecchia” tecnologia di trasmissione risulta inadeguata e ne viene introdotta una nuova. Si parla di “generazioni” di standard, con ogni generazione che in realtà comprende un insieme di standard con prestazioni analoghe: il GSM (2G) ha sostituito intorno al 1991 il primo sistema analogico (TACS), ed è stato affiancato intorno al 2000 dal 3G, che consentiva un data rate massimo di circa 0,2 megabit/secondo. Oggi la maggior parte dei telefonini e tablet utilizzano il sistema 4G, introdotto nel 2008, che consente velocità massime superiori a 100 megabit/secondo, con picchi fino a 1000 megabit/secondo, anche se in condizioni tipiche le velocità sono minori. Questa velocità è sufficiente per trasmettere video ad alta definizione, o per sistemi di teleconferenza, ma presenta limitazioni nel numero di connessioni simultanee.

Soprattutto per estendere il numero simultaneo di connessioni, si sta introducendo la quinta generazione (5G), con sperimentazioni in alcune città italiane a partire dalla fine del 2019, ed introduzione commerciale a partire dal 2020. Lo scopo dichiarato è quello di poter collegare un numero altissimo di dispositivi, per realizzare l’ “internet delle cose” (IoT). In questo scenario sarebbero collegati ad Internet, oltre ai soliti telefonini, tablet e computer (rendendo superflua una connessione internet cablata), anche dispostivi come smartwatch, reti di sensori, e praticamente ogni elettrodomestico ed ogni veicolo. Le applicazioni coprirebbero anche sistemi di automazione industriale, sistemi di controllo automatico del traffico, e telemedicina. In totale la tecnologia consentirebbe di collegare fino a un milione di oggetti per chilometro quadrato, con velocità di connessione tipiche confrontabili a quelle di un allacciamento in fibra, o delle migliori connessioni 4G attuali. Per ottenere queste prestazioni la tecnologia presenta diverse differenze rispetto al 4G: in aggiunta alle bande già in uso verrebbero adoperate una nuova banda a 3.6 GHz e una grossa fetta di frequenze intorno a 25 GHz. Saranno usate celle più piccole e fitte, con una stazione radio base ogni 500-1000 metri. La trasmissione utilizzerà un sistema di puntamento automatico, con fasci di onde radio più stretti mirati agli attuali utilizzatori.

L’introduzione di questa nuova tecnologia ha sollevato molte preoccupazioni. Nella maggior parte dei casi si tratta delle preoccupazioni già sollevate relativamente alla possibile nocività delle onde radio. Altre preoccupazioni sono più di tipo sociologico, riguardanti le implicazioni di una tecnologia così pervasiva, sui rischi di sicurezza informatica, o sui rischi di monopolio cinese sulla tecnologia. Viene paventato che per facilitare introduzione del 5G saranno abbattuti alberi.

Le preoccupazioni sulla salute ricalcano quelle in generale avanzate per i ripetitori di telefonia cellulare, di cui abbiamo già parlato in precedenza qui e qui. In sintesi, l’argomento è oggetto di migliaia di studi, che nel complesso non trovano un rischio relativo all’esposizione di onde radio dovuta a ripetitori. Ci sono aspetti di incertezza su possibili rischi connessi con l’uso del cellulare, in quanto il trasmettitore è posto a pochi centimetri dalla testa. Viene spesso citata la classificazione dell’IARC che pone l’esposizione alle onde radio dei cellulari come “possibile cancerogeno”, basandosi su studi di un ricercatore svedese che nota un aumento di gliomi (tumori cerebrali) in utilizzatori pesanti di cellulare. Il documento dell’IARC specifica però che la classificazione non riguarda i ripetitori, per via appunto delle esposizioni molto minori. L’American Cancer Society, nel suo commento al lavoro dell’IARC, conclude che le evidenze di un rischio sono deboli e che non permettono di stabilire un nesso di causa-effetto, suggerendo l’uso di auricolari per chi sia preoccupato del rischio. Anche un documento dell’Istituto Superiore di Sanità fornisce valutazioni simili.

Vengono spesso citati tre recenti studi: uno, dell’Istituto Ramazzini, trova un aumento di un tumore cardiaco in ratti maschi esposti a un livello relativamente elevato di onde radio, e nessun effetto significativo su topi femmine o a livelli differenti di esposizione. Gli altri due studi sono stati condotti dallo US National Toxicology Program (NTP) rispettivamente su topi e ratti. Non si trovano aumenti del rischio di glioma su topi, ma un leggero aumento nei ratti maschi. Nel complesso le evidenze di questi studi sono deboli e parzialmente contraddittorie, per cui i principali enti di protezione hanno mantenuto le considerazioni sopra riportate. Inoltre esistono numerosi studi epidemiologici che notano come negli ultimi decenni, nonostante l’enorme diffusione dell’uso dei cellulari, non si è riscontrato nessun aumento nella frequenza di questi tumori. Alcuni enti (es. quello svizzero) hanno prodotto una serie di FAQ specifiche, in cui ribadiscono che l’introduzione del 5G non presenti rischi per la salute.

Gli effetti sulla salute dei ripetitori sono molto più complessi, in quanto le esposizioni sono molto minori e non è semplice stabilire quanto una persona sia esposta nel corso della sua giornata, ma sostanzialmente non esistono indicazioni di un possibile rischio ai livelli consentiti dalle norme internazionali. Il 5G non presenta significative novità a riguardo, in particolare l’esposizione per chi usa un telefono diminuirebbe, per la maggiore uniformità della rete di ripetitori. Le nuove frequenze utilizzate sono assorbite in misura minore dal corpo umano, circa la metà rispetto alla banda di 1,8 GHz (usata soprattutto da 3G e 4G) e un terzo rispetto alla banda di 0,9 GHz.

Risulta però difficile stabilire quale sarà il livello effettivo di esposizione. Per quanto il sistema 5G usi una codifica più efficiente, che richiede in proporzione meno potenza, e celle più piccole, che quindi richiedono anch’esse meno potenza, la potenza cresce con la quantità di dati trasmessi ed il numero di oggetti collegati. La tecnologia consente di concentrare l’emissione nelle direzioni in cui serve, cosa che da un lato diminuisce la potenza necessaria, inviandola solo dove serve, ma dall’altro rende più difficile una misura delle esposizioni. Complessivamente l’introduzione del 5G porterà a una riduzione delle onde radio che assorbiamo dai ripetitori. Considerazioni simili a queste sono state esposte il 26 febbraio, in Commissione trasporti, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sul 5G, dal dott. Alessandro Vittorio Polichetti dell’Istituto Superiore di Sanità.

Il 5G utilizzerà anche satelliti artificiali, per coprire le zone dove non ci sono ripetitori. Le esposizioni da satellite sono però molto inferiori, vista la distanza a cui questi operano, e il rischio è assolutamente trascurabile. Qualche sito indica come fattore di rischio il fatto che l’emissione venga “fasata” nella direzione dell’utilizzatore, ma questo non comporta nessuna differenza nel tipo di onde radio ricevute.

I limiti di alcuni paesi, tra cui l’Italia, sono stati scelti essenzialmente stabilendo un livello di emissioni il più basso possibile, sufficiente alle necessità di 20 anni fa, e non sulla base di effettivi studi epidemiologici. In particolare il limite non dipende dalla frequenza di emissione, mentre gli effetti biologici sono minori al crescere della frequenza, e quindi i limiti internazionali crescono in proporzione. Per le nuove frequenze introdotte dal 5G i limiti italiani (0,1 W/mq) sono 100 volte inferiori a quelli internazionali (10 W/mq) (1). C’è quindi una pressione da parte dei gestori per innalzare i limiti (non solo) italiani, almeno alle frequenze più alte. E una resistenza a farlo, per motivi facilmente comprensibili.

Una rete molto fitta fatta da piccoli ripetitori è influenzata da ostacoli, come muri, cartellonistica ed alberi. Una serie di documenti che evidenziano il problema, per poter scegliere in modo opportuno i siti di installazione, è stata interpretata da alcuni siti ambientalisti come un progetto per abbattere gli alberi che ostacolerebbero la nuova rete. Ma come succede spesso in questi casi, il fatto che gli amministratori interpellati abbiano sempre negato qualsiasi connessione tra abbattimenti di alberi malati e 5G è stato interpretato come un cover up del progetto.

Il 5G rappresenta un’enorme opportunità per l’industria elettronica cinese, che nell’ultimo decennio ha sviluppato una grossa competenza in queste tecnologie. Di conseguenza ci sono preoccupazioni relative alla possibilità che si formi un monopolio e che si finisca per dipendere completamente dalla Cina in un settore strategico come quello delle telecomunicazioni. Lo standard 5G comunque è pubblico, non è coperto da segreti industriali, e diverse ditte occidentali sono anch’esse interessate a produrre dispositivi per il 5G: non ci sarà un monopolio. Non è infondata anche la paura relativamente alla sicurezza delle informazioni che navigano nella rete. Non stupisce nessuno che siano state in passato inserite “backdoor” in alcuni dispositivi, che consentivano ai servizi segreti occidentali di acquisire informazioni, e ogni dispositivo connesso in rete può presentare vulnerabilità sfruttabili da malintenzionati. Le ditte cinesi, in questo, non sono peggiori di quelle occidentali. Stiamo comunque già affidando a dataserver cinesi (o comunque posti all’estero) informazioni relative a nostri dispositivi domestici, impianti fotovoltaici e molto altro, per non parlare di tutto quanto risiede nel “cloud”. Occorre affrontare quindi il problema in un quadro più ampio.

Concludendo con una nota personale: sono un radioastronomo, e ho lavorato una vita osservando le debolissime emissioni radio provenienti dal cosmo nelle bande che verranno occupate dal 5G. Probabilmente la mia professione è l’unica che verrà pesantemente danneggiata da questa tecnologia.
Aggiornamento (28/05/2019): Un articolo su Nature solleva il problema delle interferenze del 5G ai satelliti che misurano il vapor acqueo atmosferico. Il rischio, concreto, è che i segnali dei ripetitori, a frequenza molto vicina a quella usata per rilevare il vapor acqueo, falsino le misure, utilizzate per le previsioni meteorologiche.

Immagine di Kārlis Dambrāns da Flickr

(1) Valore corretto. I 50W/mq riportati in una prima versione dell’articolo rappresentano il limite per esposizioni professionali.

20 pensieri riguardo “I rischi del 5G

  • 16 Maggio 2019 in 17:25
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    Inutile. La rete cablata in casa costa oramai molto poco e è molto affidabile, molto di più che una connessione mobile. La rete cablata in casa permette più sicurezza e anche connessioni wi-fi.
    Si stanno attaccando agli specchi per “vendere” questa nuova tecnologia che non aggiunge nulla a quello che già esiste.
    Peccato che il 4G o 4G+ NON funzionino come dovrebbero, le velocità massime teoriche non vengono mai raggiunte… cosa serve un 5G se poi “corre” come una lumaca?
    Fate funzionare 4G… se siete capaci.

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    • 16 Maggio 2019 in 18:15
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      forse non hai capito bene cosa significa e cosa riguarda la rete 5G, dalla telemedicina alla guida autonoma di veicoli …..

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    • 22 Giugno 2019 in 00:09
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      La velocità di navigazione dipende anche dal numero di utenti connessi. È come se ciascun utente collegato usa una parte di banda. Per aumentare la velocità per quanto ne so, bisogna aumentare la capacità dei ripetitori. La domanda è in costante crescita e se non vado errato si può dire che ogni tot, essa raddoppia. Quindi l’unica è aumentare costantemente e a dismisura la capacità e il numero dei ripetitori. O migliorare l’efficienza della trasmissione. E qua, secondo l’autore, il 5g avrebbe una codifica migliore.
      Non capisco però la critica agli studi fatti, la ricercatrice dell’istituto ramazzini è ha un’opinione parecchio diversa riguardo alla pericolosità, basata sugli studi eseguiti.

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      • 23 Giugno 2019 in 12:44
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        Per aumentare il numero di connessioni si può aumentare il numero di ripetitori, diminuendone allo stesso tempo la portata. Questo lascia invariate (o migliora, per assenza di “punti caldi) l’esposizione.
        Il 5G aumenta il numero di connessioni anche utilizzando beamforming adattivo, cioè inviando le onde radio nella direzione richiesta da ciascuna connessione.
        L’efficienza di codifica del 5G è circa 6 volte maggiore di quella del 4G, cioè a parità di potenza impiegata la banda è 6 volte maggiore.
        Riguardo agli studi, la critica è quella mossa dalla comunità internazionale, e riguarda, più che lo studio in sé, la sua interpretazione.
        La ricercatrice, tra gli autori dello studio, lo considera sostanzialmente definitivo. Ha tutti i diritti di difendere il suo lavoro, o di attribuirci un’importanza molto maggiore di quanto accettato dai colleghi, ma nella scienza conta quanto riesci a convincere i tuoi pari, non quanto sia convinto tu. Personalmente non ho gli strumenti per valutare la bontà dei dati, ma conosco abbastanza statistica medica da condividere l’opinione della comunità (i dati, anche se corretti, sono debolmente significativi e in parte contraddittori, quindi sono solo un elemento tra i tanti) e non quella degli autori dello studio. I risultati dello studio sono comunque quelli esposti qui .L’altro studio citato dalla ricercatrice fornisce evidenze ancora più deboli, o addirittura mostrerebbe una assenza di pericolosità.

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  • 16 Maggio 2019 in 18:27
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    Non ho affrontato il tema del “ci serve davvero il 5G?”. Non ne ho le competenze, e cosa ci serva dipende dalle esigenze personali (incluse quelle dei venditori di vendere la tecnologia).

    Da quel che capisco l’enfasi è sulla bassa latenza (il tempo del “ping”) e sul numero di oggetti collegati. Per la guida autonoma serve poter collegare simultaneamente TUTTI i veicoli in circolazione. Per la telemedicina serve poter avere sempre sotto controllo chi deve essere monitorato per motivi medici.

    Personalmente sono piuttosto restio a vedere tutto collegato in un’unica rete. Mi sembra un sistema molto complesso, da cui si finisce per dipendere, che può avere conseguenze disastrose se si blocca, o se ha falle di sicurezza in qualche modo individuabili da malintenzionati. E sempre personalmente, se qualcosa si può collegare con un filo, lo preferisco sempre. Ho un cellulare 3G, e lo uso solo per cose per cui serve il cellulare, per il resto uso oggetti connessi con un filo. E che posso scollegare senza che succeda niente di catastrofico..

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    • 22 Giugno 2019 in 00:14
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      Da quello che ho capito per quanto concerne la guida autonoma, la connessione superveloce e con un ping basso, serve alle auto a guida autonoma per confrontare quello che vedono con un database di immagini e poterquindi riconoscere la situazione.
      A mio avviso bisognerebbe usare meglio la tecnologia e non avere praticamente uno streaming 4k aperto per ogni auto con guida autonoma per compensare le mancanze del software nel riconoscere l’ambiente circostante.

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  • 16 Dicembre 2019 in 02:47
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    ma se non si è sicuri al 1000×1000 che questa nuova tecnologia non faccia male alla salute (perché non ci sono studi che dimostrano ogni ragionevole dubbio che faccia male o che non faccia male) perché intanto vendere le frequenze? bombardare i media di pubblicità a go go sulla bellezza del 5g? iniziare sperimentazioni nelle città e sulla popolazione della banda 5g per poi via via estenderla in tutto il territorio? perché non ci si può fermare, aspettare, avvalersi del principio di precauzione per stabilire al di la di ogni ragionevole dubbio che tutto ciò è assolutamente innocuo? perché far partire tutto sto macchinone del 5g (investitori, industria, operatori telefonici, imprese, governi, dispositivi) e tentare di capire in corsa se il tutto ci farà friggere come patatine fritte oppure sarà aria fresca di montagna ? perché la tecnologia, il progresso, non possono avere delle pause, degli stop di studi e controstudi per arrivare a stabilire oltre OGNI RAGIONEVOLE DUBBIO che il 5g è del tutto innocuo? perché se vi è anche una sola voce discordante riportante studi o esperimenti di qualche istituto indipendente che ne sospettano la pericolosità, la tecnologia viene venduta come sicura e assolutamente priva di rischi? non sarebbe meglio sospendere tutto anche se 99 dicono che tutto ok e 1 dice che può far male, non sarebbe più scientifico andare a investigare anche quell’1% per essere sicuri sempre oltre OGNI RAGIONEVOLE DUBBIO (perché con la salute si dovrebbe adottare questo principio credo) prima di mettere in vendita una tale tecnologia? il punto che non capisco è del perché non si può aspettare fino a che non ci sia una totale unanimità e oggettività di studi che dimostrino oltre OGNI RAGIONEVOLE DUBBIO che il 5g non produca effetti cancerogeni, nel tempo, sulla salute umana, vegetale animale.

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    • 16 Dicembre 2019 in 11:18
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      Perché vendere i sottaceti quando non si è sicuri oltre ogni dubbio (quand’è che un dubbio è ragionevole?) che non siano cancerogeni, tant’è che sono classificati come “possibili cancerogeni” dall’IARC? Più in generale esiste qualcosa di cui siamo assolutamente, al 1000 per 1000, sicuri non sia pericoloso? Il principio di precauzione stabilisce che i livelli di incertezza e le misure precauzionali devono essere “consistenti”, applicarsi allo stesso modo per cose che abbiamo lo stesso livello di possibile dubbio. Secondo l’OMS è già applicato, con le misure attuali, ai possibili rischi dei campi elettromagnetici.

      Il 5G differisce dagli standard precedenti essenzialmente per le modalità di codifica. E’ (per usare un eufemismo) estremamente improbabile che queste cambino qualcosa riguardo la cancerogenicità. Per quel che sappiamo, il 5G dovrebbe diminuire le esposizioni, non aumentarle, e quindi semmai diminuire i rischi sulla popolazione. La sperimentazione riguarda aspetti tecnici, non gli effetti sulla salute, che non si vedono con le tecnologie attuali e non si vedranno con queste sperimentazioni. Nel frattempo gli studi sui possibili effetti dannosi proseguono, ma i risultati ottenuti negli ultimi 40 anni di studi ed espressi nei documenti citati qui è difficile che cambino.

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  • 16 Dicembre 2019 in 14:19
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    Non funziona così, in ambito scientifico non ci sarà mai la certezza che qualcosa non faccia male, è intrinseco nel metodo di ricerca, mentre la certezza che qualcosa sia nocivo, sì (vedi la classificazione della IARC per le sostanze cancerogene). Vi è però la possibilità di dire che il rischio associato all’esposizione ad un agente sia con buona probabilità trascurabile o comunque talmente basso da non essere “visto” in quanto coperto dai fattori di confondimento delle analisi epidemiologiche. Tale è attualmente lo stato delle conoscenze sull’esposizione ai campi elettromagnetici a radiofrequenze e microonde, tra cui ricadono i segnali 5G. Anzi, l’esposizione umana ai segnali 5G sarà meno pericolosa in quanto onde a frequenze molto alte dai 3,7 GHz alle decine di GHz e quindi non in grado di penetrare in profondità il nostro corpo e interessare gli organi interni (vengono assorbiti nei primi strati della pelle). E’ bene comunque ricordare che l’Italia con il DPCM 8 luglio 2003 ha già applicato (in maniera del tutto errata a causa della mancanza di presupposti che lo giustifichino) il principio di precauzione per l’esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici: è stato infatti fissato un limite di 6 V/m là dove negli altri paesi europei sono in vigore limiti dai 40 ai 60 V/m. Direi pertanto che non ci sono giustificati presupposti per poter fermare il 5G o per essere allarmati.

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    • 22 Maggio 2020 in 17:15
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      Questo sommario mi sembra molto carente nella sezione “Research on EMF and 5G effects on human health”.
      Viene citata la classificazione IARC “possibili cancerogeni”, senza contestalizzarla.
      Quindi vengono citati:
      – appelli di associazioni antielettrosmog (nessun valore scientifico)
      – un articolo che suggerisce un tipo diverso di dosimetria (basato su effetti delle onde radio la cui stessa esistenza è dubbia)
      – un articolo che parla di campi elettrici pulsati (il 5G non usa questi campi)
      – un articolo che riporta l’opinione personale di un singolo ricercatore
      – articoli isolati che mostrano possibili effetti dannosi delle onde radio
      – (finalmente) un rapporto di un ente protezionistico, non di associazioni o di singoli ricercatori, che prende in rassegna l’esistente e conclude che non si evidenziano rischi, anche considerando i recenti studi del Ramazzini e del NTP.
      – ma subito si cita il commento di un singolo ricercatore che dice che non è vero nulla
      – e un paio di articoli che sostengono la necessità di nuove ricerche
      Non va meglio nel capitolo sugli stakeholder: i due stakeholder sarebbero un’associazione antielettrosmog (l’IEMFA) e una partnership tra Parlamento Europeo e industrie.
      Nel capitolo successivo si danno per assodati danni a piante, animali ed esseri umani, e il 5G violerebbe quindi la dichiarazione di Helsinki sui diritti umani.
      Il quadro che emerge è quello di una lotta di gruppi “indipendenti” di esperti e di comitati (spesso citati in modo da farli sembrare enti ufficiali) contro i governi e gli enti protezionistici, alleati del 5G. Non viene data però nessuna reale prova per suffragare questo quadro. Solo articoli singoli, estrapolati da tutta la letteratura scientifica sull’argomento, petizioni, articoli di opinione, o articoli (come quello delle “pulsazioni”) che con le onde radio non c’entrano nulla.

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      • 22 Maggio 2020 in 18:34
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        Sono d’accordo. Il problema e’ che si tratta della posizione di un organismo importante. Ad esempio anche lo SCHEER (https://ec.europa.eu/health/sites/health/files/scientific_committees/scheer/docs/scheer_s_002.pdf), che pure e’ un organismo tecnico, affida ad un singolo reviewer, tal Marian Scott, il capitolo dedicato agli effetti delle onde elettromagnetiche sulle forme di vita e assegna a questa fonte un rischio 3, il piu’ elevato. Se poi si passano in rassegna le fonti (solo 5!!!) citate e si entra nei dettagli si scoprono sempre i soliti punti scricchiolanti: errata interpretazione dei risultati, studi ambigui perche’ condotti con troppi pochi campioni, cherry picking, studi vecchi (addirittura uno del 1971 dattiloscritto!) ecc. ecc.
        Sempre sul sito dello SCHEER, che pure e’ un organismo tecnico e dovrebbe pubblicare dati chiari, si trova anche quest’altro documento, scritto in linguaggio semplice (https://ec.europa.eu/health/sites/health/files/scientific_committees/docs/citizens_emf_en.pdf) di tutt’altro tenore.
        Secondo me a livello di Comunita’ Europea c’e’ in atto una lotta politica e qualche uomo di scienza si fa coinvolgere.

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  • 27 Aprile 2020 in 02:58
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    E’ bellissimo leggere tutti questi commenti anti 5G da gente che magari li scrive dallo smartphone 3G o 4G che utilizzano potenze ben più “importanti” rispetto al “demone dalle cinque teste”.
    E’ fantastico vederli poi citare gli studi del Ramazzini che ha usato come gamma di frequenze le stesse del 3G e del 4G per dirci che il 5G fa male…
    Meraviglioso è citare l’assenza totale di studi quando: OMS, ISS, ISPRA, ARPA e IARC hanno espresso pareri in merito.
    Sarà che c’è qualcosa che noi comuni mortali non sappiamo, forse i complottisti sanno qualcosa ma “nocielodicono”.

    Per il bravo e stimato autore dell’articolo:
    La banda dai 3 ai 30 Ghz (SHF) non è già usata da decenni per ponti radio, radar militari, satelliti ecc?

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  • 11 Luglio 2020 in 10:56
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    Gentile Comoretto, mi permetto di segnalarle una ricerca che ho appena terminato sulle fonti citate nelle ordinanze anti 5G emanate soprattutto belle ultime settimane da più di 500 comuni. Sono andato a spulciare tutti quanti gli articoli di legge, le sentenze e le normative citate confezionando il tutto in un libercolo di 100 pagine. Lo trova su https://drive.google.com/file/d/18x4m0UwZK2lxs7L6YgRlZwkPjtsydj8h/view?usp=drivesdk
    È ovviamente scaricabile e condivisibile gratuitamente, con la speranza che venga letto dagli amministratori locali prima di firmare l’ordinanza.

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    • 11 Luglio 2020 in 16:18
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      Gentile sig. Garavaglia,
      ho letto con interesse la sua monumentale monografia, e direi che è stato fin troppo prudente nelle sue valutazioni.

      Ad esempio, nel confrontare i limiti italiani con quelli internazionali utilizza sempre il campo elettrico. I nostri limiti sono di 6 V/m, un decimo di quelli europei. Ma la grandezza rilevante per le esposizioni (il SAR) è proporzionale alla densità di potenza, che a sua volta è proporzionale al quadrato del campo. Quindi in Italia i limiti sono di 0,1 W/mq, un centesimo di quelli suggeriti dall’ICNIRP (10 W/mq): il nostro personale ulteriore “principio di precauzione” è di un fattore 100, come si può vedere in alcune figure (fig. 5.4) ma non nel testo.

      Sulla classificazione 2B dell’IARC. Per chi lo sa traspare dalle sue spiegazioni, ma non è semplice illustrare la differenza tra la probabilità di esistenza di un rischio (quella che l’IARC cerca di valutare) e probabilità che il rischio causi un danno. La classificazione 2B significa “non siamo sicuri che i campi siano innocui, ma è poco probabile che siano dannosi”. La 2A significa che (ad es. la carne rossa) “è probabile che sia dannosa ma potrebbe non esserlo”. Per rispondere ad una domanda che fa nel testo, la revisione di questa classificazione è stata chiesta dagli autori di alcuni recenti studi, che ritengono le evidenze di cancerogenicità assolutamente inoppugnabili. Ovviamente non significa che la richiesta sia stata accolta.

      In generale temo che il suo lodevole sforzo vada oltre le capacità del tipico interlocutore. Fa bene a mettere le conclusioni all’inizio, e a sviluppare gli approfondimenti separatamente. Spesso però si tratta di argomenti complessi, che è difficile trattare in modo divulgativo.

      Ad esempio non è assolutamente semplice capire (neppure per uno scienziato) il concetto di analisi della significatività statistica. È sufficiente stabilire che i risultati hanno una probabilità del 5% di essere dovuti al caso? Perché non il 15% o il 30%? Il problema è che se esamino un sacco di ipotesi (che tumore? Solo nei maschi? Nelle femmine? A che potenze?) supero rapidamente le 20 ipotesi. Se NON ho effetti, una di queste 20 sarà “significativa” per puro caso. Se ne ho un centinaio (es. 10 tipi di tumori, 2 sessi, 5 livelli di esposizione) posso essere sicuro di avere qualche risultato “significativo”. Un esempio grafico è rappresentato in questo fumetto: https://xkcd.com/882/

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  • 11 Luglio 2020 in 18:50
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    Complimenti: è il primo ad averlo letto in una giornata e ad averlo capito. Si, temo anch’io che sia molto complesso, ma quello che volevo fare era controllare pezzo per pezzo, visto per visto, citazione per citazione tutto quanto menzionato nelle ordinanze, nella speranza che, messo di fronte all’evidenza (nella maggior parte dei casi si tratta di citazioni fatte a sproposito) chi ha firmato un’ordinanza faccia marcia indietro. Spero che lo faccia almeno il sindaco del mio piccolo paese. Insomma, si è preso la responsabilità di appore la sua firma su un ordinanza molto pesante, che susciterà sicuramente il ricorso degli operatori (uno lo ha già fatto), quindi spero abbia l’interesse e quindi la pazienza di leggere su quali basi ha firmato, dopodiché voglio capire come fa a non ripensarci. A parte il concetto di significatività statistica, che ho cercato di esemplificare probabilmente con scarso successo (ha ragione sul 5%: è del tutto arbitrario. Diciamo che è il default in tutti i tool di analisi statistica, la qual cosa non basta certo per dargli la patente di costante universale). Il fumetto esemplifica bene l’approccio che credo certi sperimentatori, non me ne vogliano, abbiano usato: se provi un numero sufficientemente grande di volte ti succederà, anche solo per caso, di osservare il risultato voluto… (anche a me, in aziende diverse, è capitato di … perdere sbadatamente dei pezzi che fallivano la qualifica, prontamente sostituiti da altri che invece passavano, magari perché chi pagava la qualifica non aveva tempo da perdere con un’altra campagna). Nella prima versione del documento ero stato molto più cattivo. Ho addolcito e reso asettico in almeno tre passate.
    Anche sulla classificazione dello IARC forse ho semplificato troppo e male. Cercherò di rimediare magari con un esempio, se riesco (qualche suggerimento?).

    Comunque credo che il punto chiave, che mi sembra chiaro anche nella mia monografia (mi corregga se non è cosi’), è che il principio di precauzione è già stato applicato da ICNIRP, poi dal legislatore italiano e ora lo si vorrebbe applicare una terza volta stoppando tutto! Va bene essere prudenti, ma…

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    • 11 Luglio 2020 in 19:02
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      Be’ mi occupo di questo argomento da 30 anni, sono avvantaggiato 🙂 …
      Comunque le mie osservazioni non volevano essere di critica al lavoro, che mi sembra veramente ottimo. Spero sia possibile valorizzarlo.

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      • 11 Luglio 2020 in 21:24
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        beh, un modo per valorizzarlo ci sarebbe. Per ora abbiamo pubblicato su LinkedIn ed evitato Facebook, sperando in un audience più qualificata e di evitare troll e insulti, vorrei poi consegnare qualche copia stampata ai sindaci dei comuni limitrofi. È troppo chiedere una citazione da parte del CICAP? Che io sappia un lavoro di analisi sulle fonti citate nell’ordinanza tipo non esiste e potrebbe essere utile ai sindaci per aiutarli a valutare correttamente prima di firmare o addirittura per fare marcia indietro per autotutela.

        Rispondi
    • 13 Luglio 2020 in 11:00
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      Prima di tutto i miei complimenti all’autore per il bel lavoro di monografico fatto. Ho solo una diversa opinione su quello che viene chiamato “punto chiave”, e ciò sul fatto che l’ICNIRP abbia già applicato il principio di precauzione nelle sue linee guida: non mi sembra. Leggendo un vecchio (ma ancora del tutto attuale, visti i risultati attuali delle ricerche) promemoria dell’OMS (http://old.iss.it/binary/elet/cont/Politiche_cautelative.pdf) su che cosa siano e come dovrebbero essere applicate le politiche cautelative, traspare molto chiaramente come nell’ambito “campi elettromagnetici a radiofrequenza” le linee guida ICNIRP di allora, ma anche le attuali appena pubblicate, non abbiano mai applicato il principio di precauzione, bensì solo una riduzione “ampiamente cautelativa” sui valori di riferimento del SAR e grandezze derivate per escludere con ampio margine di sicurezza l’insorgenza degli effetti termici. E’ vero invece che il principio di precauzione è stato applicato dal nostro Paese e in maniera esplicita (cfr. testo della legge quadro n.36/2001). Penso comunque che il problema di fondo sia la difficoltà di far comprendere alla gente che la ricerca ha un linguaggio, quello scientifico, molto diverso da quello usato tutti i giorni e che comprende termini e regole a cui non siamo abituati e che purtroppo il nostro sistema scolastico fatica sempre più ad insegnare. Lo dico per esperienza acquisita sul campo; sono ormai 20 anni e più che partecipo come fisico di ARPA agli incontri pubblici sui rischi per la salute dei campi elettromagnetici, sia a frequenze di rete che a radiofrequenze e microonde e posso dire che ho visto peggiorare sempre di più l’atteggiamento di chiusura e di sfiducia delle persone nei confronti delle organizzazioni scientifiche. Preoccupazioni come quella attuale sul 5G erano nate anche con l’avvento del 3G (stranamente non per il 4G, forse perchè passato sotto silenzio), ma allora per lo meno c’era voglia anche di comprendere e capire come stavano le cose e a che punto era la ricerca, adesso invece è solo uno scontro con caratteristiche molto simili a quello che si vede tutti i giorni a livello politico. Si sta meglio così, fermi sulle proprie convinzioni, aprire la mente costa troppa fatica. Ci sono poi le eccezioni ovviamente; l’autore del libro ne è un esempio e la cosa mi fa piacere, forse c’è ancora una speranza di ricondurre il dibattito su un sentiero più obiettivo.

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  • 14 Luglio 2020 in 10:26
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    Grazie Giuseppe del link. Ho letto il documento ed ho capito che la sottile differenza tra principio di precauzione, prudent avoidance e ALARA e’ molto difficile da afferrare. Ho dovuto rileggere tre volte e ancora in alcuni passaggi i tre approcci si mischiano ed esistono parecchie zono grigie.
    Del resto nel mio documento ammetto di non essere stato, per mia ignoranza, cosi’ sottile ed aver messo un po’ tutto assieme. Quando dico che ICNIRP ha gia’ adottato il principio di precauzione nel fissare i limiti di esposizione intendo tradurre in soldoni quanto da loro dichiarato nell’ultima edizione delle linee guida e che riporto nel capitolo 14.13.1: “Consistent with previous guidelines from ICNIRP, reduction factors were then applied to the resultant thresholds (or operational thresholds) to provide exposure restriction values. Reduction factors account for
    biological variability in the population (e.g., age, sex), variation in baseline conditions (e.g., tissue
    temperature), variation in environmental factors (e.g., air temperature, humidity, clothing), dosimetric uncertainty associated with deriving exposure values, uncertainty associated with the
    health science, and as a conservative measure more generally”.
    Insomma, adottando un approccio pratico ed empirico tutto americano, alla fine bisogna arrivare a definire un numero, senza starci a girare troppo intorno. Un numero che il tecnico installatore dell’impianto e quello dell’ARPA devono usare come riferimento sul campo.

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