Supernatural Entertainments: lo spiritismo come spettacolo di massa

Ogni tanto il corriere ti recapita libri importanti.  È quanto mi è successo con Supernatural Entertainments (Pennsylvania University Press, 2016, pp. 248), che dobbiamo a un italiano, Simone Natale, che ha fatto il suo dottorato all’Università di Torino ed oggi si occupa di studi sulla comunicazione e di storia dei media presso l’Università di Loughborough, in Inghilterra.

Natale s’interessa da parecchio allo spiritualismo di epoca vittoriana. Aveva già al suo attivo diversi saggi usciti su riviste accademiche, ma con Supernatural Entertainments ha ampliato la portata del suo approccio. Il suo sguardo mi è parso particolarmente acuto.

Natale ha attirato l’attenzione su alcune caratteristiche macroscopiche eppure sottovalutate dei primi decenni del movimento spiritistico.

Fin dagli esordi, con i trucchi utilizzati dalle sorelle Fox a cominciare dal marzo 1848, lo spiritismo appare segnato dalla sua natura “spettacolare” – nel senso letterale del termine – e dalla sua teatralità. Per spiegarne le dinamiche e la retorica, argomenta Natale, è perciò utile concentrarsi sul sorgere della cultura dei media moderni, fenomeno proprio di quel periodo.   

Così, le sedute medianiche svolte in case private o in luoghi pubblici (halls comunitarie, teatri, club), magari con la partecipazione di studiosi e di figure di varia estrazione, erano occasioni per creare legami fra gli individui culminanti nel godimento delle performance del medium. Individui con punti di vista opposti erano i benvenuti, perché lo sviluppo delle controversie, perfino la scoperta dei trucchi impiegati, di norma non portava alla conclusione delle attività delle star di quell’ambiente, ma a una radicalizzazione dei gruppi dei “convinti”.       

In questo senso, argomenta Natale, lo spiritualismo portò alla nascita di personalità in maniera analoga a quanto avviene nel mondo dello spettacolo contemporaneo. Quel che contava non era credere o, al contrario, dimostrare che gli spiriti avvolti in tela di mussolina in un angolo del gabinetto medianico erano complici del medium, ma partecipare a quel mondo complesso interpretando ruoli precisi.

In quel quadro le più diverse esigenze psicologiche erano soddisfatte, accolte e ascoltate dagli spiriti, pronti a discutere anche della quotidianità dei partecipanti, disposti a far propria la dimensione secolare del common man a contatto con l’altro mondo.

Attentissimo alla dimensione della cultura materiale, Natale esamina parecchi pezzi della toolbox dello spiritismo del tempo, peraltro a tratti indistinguibili da quelli dei mentalisti e dei prestigiatori.

Il ruolo del tavolino, degli strumenti scrittori usati per ricevere i messaggi dall’aldilà, la produzione via via più sofisticata di apparati nati come giochi di società, quali la tavoletta ouija, che ha avuto un ruolo importante anche nella cultura e nella società italiana (come ha documentato di recente anche Fabio Camilletti, del Dipartimento di Italian Studies dell’Università di Warwick, sulla rivista The Italianist), e poi l’infinita produzione pamphlettistica e libraria a basso costo… Tutto congiura nella stessa direzione.  L’editoria spiritualistica profittò in modo eccellente del miglioramento dei processi di stampa, compresa la crescente capacità di riprodurre illustrazioni fotografiche sui periodici, la cui diffusione in quei decenni aumentò in misura fortissima.

La ricerca di Natale indugia a lungo sugli aspetti visivi di questo movimento sociale. La storia della fotografia, la scoperta dei processi di doppia esposizione, il loro utilizzo entusiastico a fini d’intrattenimento e la creazione di falsi fotografici sono fortemente legati alla comparsa, dai primi anni ‘60 del XIX secolo, delle foto di fantasmi. Erano scatti fatti da fotografi professionisti, che si rivelarono ben presto espertissimi in questo genere di rappresentazioni. Un gruppo di professionisti che diventarono portatori di un’estetica e di canoni iconici propri, originali, potenti e completamente immersi nello spirito dei tempi.

Ma l’impiego della lastra fotografica nello spiritismo era stato preceduto e annunciato da un’altra estetica e da un’altra fascinazione, anch’essa figlia dell’invenzione ottocentesca dell’amusement a buon mercato e della paura senza rischi, anche quello un prodotto sempre più ricercato da ogni strato sociale. Era la paura prodotta dalle scene della lanterna magica, della fantasmagoria e degli altri predecessori del procedimento dagherrotipico e dei metodi più efficienti che lo seguiranno.

Nel 1858 susciterà enormi polemiche la foto Fading Away, opera del fotografo inglese Henry Peach Robinson, pioniere del fotomontaggio. Potete vederla qui sopra. La pretesa dell’immagine era di rappresentare una ragazza che stava – alla lettera – per diventare un fantasma, perché ripresa nel momento del trapasso. In realtà si trattava di una foto di scena realizzata con degli attori in posa, compresa la “morta”.

Le foto degli spiriti sono figlie di quel mondo e, per inciso, sono parte importante del dibattito sull’attendibilità dell’immagine fotografica come copia conforme della realtà o invece come sua trasmutazione. Osserva Natale che

“la fotografia giunse ad esser considerata fra gli spiritualisti quale mezzo imperfetto, nella cui autorità era rischioso confidare” (p. 141).

Natale considera l’atteggiamento incerto degli spiritisti come il segno dell’ambiguità di fondo del quale, a ben vedere, tutto lo spiritualismo era permeato rispetto alle nozioni di “verità”, di certezza e di demarcazione fra categorie interpretative.

In altri termini, il problema di gran parte di coloro che parteciparono alla crescita del movimento spiritista non era tanto quello di credere o di non credere, di aver paura dei fantasmi o di farsi beffe di chi credeva nella medianità, ma di essere partecipe, insieme ad altri, di quel circo Barnum ben orchestrato che fu lo spiritualism sino alla Prima Guerra Mondiale. I più avvertiti, i più colti, i più esigenti erano affascinati dalle continue oscillazioni tra scientismo e religiosità, fra divertimento e misticismo che permeavano lo spiritismo. Gli altri, semplicemente, se ne beavano.

Frequentando uno dei mille circoli medianici si poteva imparare a spaventarsi un pochino ma non troppo, a sognare ma non troppo, a cercare spiegazioni razionali – ma tutto sempre senza esagerare. Si elaboravano nuovi modi per passare del tempo usando modalità “moderne”, che non afferivano più in maniera alternativa alla religione tradizionale, alla scienza o ai singoli sistemi d’intrattenimento, visto che funzione precipua dell’invenzione dello spiritismo fu di indebolire i confini di tutti quei recinti.

Su quest’ultimo punto, cioè sulla coesistenza di atteggiamenti più o meno scettici o credenti nelle persone che s’interessavano al mondo dello spiritismo, Natale fa leva per proporre un altro punto cardine della sua riflessione. Nella cultura dei media moderni che generò il nostro fenomeno, le demarcazioni tra credenza e distacco, fra risata e paura, fra discorso razionale e invocazione liturgica, fra religiosità e positivismo sono impossibili a tracciarsi. Credenti e scettici potevano sedere comodi intorno allo stesso tavolino che gli “spiriti” facevano ballare, in casa o anche sul palcoscenico di un teatro, ma sempre secondo la logica propria di uno spettacolo, di quello che in maniera immancabile si sarebbe prodotto con i fenomeni in vista dei quali tutti erano convenuti.

Citando lo studioso di narratologia David Herman, Natale fa notare che, come per altri ambiti del pensiero esoterico e “alternativo”, anche gli studiosi di storia dello spiritismo hanno preso un po’ troppo sul serio i modi con i quali le persone partecipavano a quelle sedute. L’homo ludens della modernità, col suo desiderio di esplorare allo stesso tempo nuove dimensioni della vita sociale “profana” e di quella “religiosa” senza tenerle separate, in quegli anni trovò esiti ideali nella mania per i contatti con gli spiriti.

Per l’Autore lo star system dello spiritualismo del XXI secolo è il portato di quella società e di quei processi. In questo senso lo spiritismo non è affatto morto, come qualcuno sostiene: è mutato in tutto, ma la logica dell’intrattenimento che lo sottese è viva più che mai.

Su scala infinitamente più modesta, Sofia Lincos e io, dilettandoci come CICAP Piemonte di storie di spiriti fra Otto e Novecento a Torino e in tutto il Piemonte, con la rubrica Il giandujotto scettico abbiamo intravisto dinamiche simili a quelle mostrate da Natale. La nostra attenzione, però, non è rivolta tanto ai medium, alla pubblicistica spiritica e alle articolazioni organizzative del movimento spiritualista. Ci interessa di più il modo in cui la folla, oppure gruppi un po’ meno effimeri, reagivano alla notizia della presenza di una “casa degli spiriti” infestata da rumori, da stoviglie che volavano o da piccoli incendi, oppure alle apparizioni di un fantasma coperto di bianco sui tetti di una casa o presso un cimitero.

Ebbene, anche questi nuclei, come i protagonisti dello studio di Natale, davano luogo a “spettacoli”. Anche quei movimenti disordinati, effimeri, tumultuosi, sovente dispersi dall’intervento della forza pubblica, eseguivano rituali e azioni impiegando strumenti e linguaggi ben codificati. Lo facevano in pubblico, cercando di constatare la presenza dei fantasmi o di un poltergeist in una casa privata, in cui magari cercavano di penetrare senza tanti complimenti per i proprietari e per gli altri inquilini.

Come scrisse Gazzetta Piemontese nell’agosto del 1890, parlando di una delle “case degli spiriti” assediate dalla folla a Torino, la folla assisteva allo spettacolo che essa stessa rappresentava.

Proprio come lo spiritismo vittoriano dipinto con maestria da Natale, anche quello italiano di epoca umbertina amava la mise en scène, l’ostentazione, il divertimento, le novità tecniche, la proiezione delle immagini in movimento. Annunciava a modo suo l’avvento della società di massa e il potere della folla, croce e delizia di ogni sociologo novecentesco come si deve.

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