La sentinella che uccise lo spirito

Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo

Il 14 agosto 1880 un caso curioso fu dibattuto al Tribunale militare di Torino.

Della vicenda si occuparono il 15 agosto i due principali quotidiani cittadini, La Gazzetta del popolo e Gazzetta piemontese (che poi sarebbe diventata La Stampa). Per il primo si trattava di una “causa importantissima per la questione di principio che involgeva, e curiosa oltre ogni dire per i fatti che diedero origine al singolare processo”.

Nella fattispecie, la domanda su cui era chiamato a pronunciarsi il magistrato militare era questa:

Il diritto, anzi il dovere, di respingere colla forza qualsiasi attacco […] spettano alla sentinella anche allorquando l’aggressore si presenta colle forme e coi modi di uno spettro o di un’ombra d’Averno?

Il fatto era accaduto il mese prima, presso le carceri giudiziarie di Aosta, che si trovavano nelle vicinanze del cimitero cittadino, quello storico di Borgo Sant’Orso, che fu attivo fra il 1782 e il 1930, in un luogo isolato e in cui il silenzio, centoquarant’anni fa, era interrotto soltanto da un ruscello che scorreva lì accanto.

Circa quel luogo così suggestivo correvano da tempo ogni sorta di voci, comprese quelle sulla presenza di spettri, streghe, ombre e fantasmi che si diceva aleggiassero intorno al muro di cinta delle carceri, “emettendo grida selvagge, grugniti, urli e lamenti”.

Quelle dicerie giunsero a far breccia anche in una compagnia del 26° Reggimento fanteria del Regio Esercito, che in quel periodo si trovava impegnata nel servizio di guardia del penitenziario.

Come spiegava La Gazzetta del popolo:

E’ vero che [questa voce] non era riescita a fare un gran numero di proseliti, ma sta però in fatto che fra i coscritti più giovani e più credenzoni alcuni ve n’erano che ci prestavano fede.[…] E difficilmente passava notte senza che nel corpo di guardia si raccontasse di qualche apparizione di fantasma, o di qualche sinistra voce infernale.

Ovviamente l’ora più menzionata per le “scorribande” dei fantasmi era la mezzanotte, “l’ora dei conciliaboli infernali” e, per completare il quadro, il luogo più citato il lato nord dell’edificio, quello che dava proprio sul cimitero. Su quel versante sorgeva il casotto della sentinella numero 2. Da questo “luogo sinistro”, le sentinelle – ragazzi di leva – sentivano svolazzare sopra il capo grossi pipistrelli la cui vista facilmente non risultava gradita ai malcapitati di guardia.

Fu proprio qui che accadde la tragedia. La notte del 5 luglio 1880, poco dopo la mezzanotte, si sentì un colpo d’arma da fuoco provenire dalla postazione numero 2. Subito accorse il capo-posto con gli altri uomini di guardia. A sparare era stata la sentinella, il soldato Pietro Piccione. Interrogato, il militare rispose che, avendo creduto di vedere uno spettro, aveva fatto fuoco per metterlo in fuga. Purtroppo lo aveva colpito.

Davanti a lui giaceva il corpo senza vita di un suo commilitone, cui aveva da poco dato il cambio. I giornali torinesi lo identificavano solo con il cognome, e addirittura usando due grafie diverse (Procaccino e Procaccini).    

Fatto sta che l’uomo fu ucciso sul colpo. Com’era stato possibile? Certo, l’atmosfera doveva essere adatta. Un colpo, emerse dal processo, era già stato sparato la notte prima da parte di un’altra sentinella, anche quella convinta di aver visto un fantasma. Ma in quell’occasione non c’erano state conseguenze. In più, secondo Gazzetta piemontese Pietro Piccione era una recluta con pochi mesi d’esperienza, e a quelle storie “di ombre e di spettri” ci credeva, ascoltando i racconti dei commilitoni e, scriveva il quotidiano, cambiando colore per lo spavento.  

Ma questo non basta a spiegare la tragedia. A tutto ciò si era aggiunta, determinante, una tragica messinscena, che poi è la cosa che ci interessa di più sottolineare.

Pare infatti che il soldato Procaccini, al momento di smontare dal servizio di guardia in quella notte fatale, avesse sussurrato a Piccione con aria di mistero: “a mezzanotte, laggiù dietro la torre… Il ciucciu…” (o, secondo la versione più estesa data dalla La Gazzetta del popolo: “Guardati che dopo a mezzanotte passa u ciccio“). Una frase sibillina, ma che sembrava alludere agli spiriti vaganti che infestavano i dintorni delle carceri. Con tutta probabilità, una frase detta con lo scopo di spaventare l’amico, divertendosi a “fare i fantasmi”.

Poi, poco dopo essere rientrato, il soldato Procaccini era uscito di nuovo con un pretesto (per Gazzetta piemontese si trattava di lavare il “baracchino” del rancio, per la La Gazzetta del popolo di attingere acqua nel ruscello che fiancheggiava l’edificio). Se non che, invece di dirigersi verso il torrentello, il giovane aveva continuato il suo tragitto fino alla postazione di guardia.

Cosa sia successo da quel momento, lo sappiamo soltanto attraverso le dichiarazioni della sentinella, ed è plausibile che il racconto mirasse ad attenuarne le responsabilità. Fatto sta che Piccione affermò di aver visto di fronte a lui un’ombra che avanzava a lenti passi, “emettendo grugniti ed agitando le braccia a guisa di fantasma”.

Più volte, occupandoci di altri episodi, abbiamo visto come nell’Italia del XIX e del XX secolo, o anche per la Svizzera del XX, non era raro che qualcuno si travestisse da fantasma per spaventare amici, vicini di casa o ignari concittadini – il fenomeno che alcuni studiosi hanno definito playing the ghost, ad esempio in questo studio, che concerne la casistica di questo tipo nell’Australia di epoca vittoriana, pubblicato nel 2016 sulla rivista Folklore dall’antropologo David Waldron e dalla psicologa Sharn Waldron. Gli spiriti in quell’epoca erano di gran moda. Non c’è da stupirsi che in quel clima in tanti decidessero di cavalcare l’onda dell’esaltazione collettiva, magari per burla o addirittura per prendersi qualche rivincita.

Ma c’era qualcosa di più: chi decideva di impersonare il fantasma spesso rischiava grosso. Le presunte infestazioni portavano ad assembramenti di centinaia di persone, che potevano anche sfociare nella violenza: non era raro che ai fantasmi si desse la caccia armati di bastoni e di rivoltelle. In questi travestimenti e in quest’ostentazione c’era quindi, molto probabilmente, anche un senso di sfida, o almeno una tendenza “maschile” a sottovalutare il pericolo e a desiderarlo. Un aspetto al quale siamo particolarmente attenti nelle nostre ricostruzioni.

Di qui a impersonare un fantasma di fronte a una sentinella armata di tutto punto, ce ne potrebbe passare ancora, ma è in questo modo che probabilmente andarono davvero le cose in quella notte del luglio 1880. Così ricostruiva la scena La Gazzetta del popolo:

La notte era oscurissima, e l’oscurità in quel luogo era resa più fitta da una fila di alberi di alto fusto, che protendevano le loro ombre fin contro il casotto della sentinella. Sorpreso da quel rumore sordo ed incomprensibile il Piccione trasalì, e vedendo che quello spettro continuava ad avanzare agitando minacciosamente le braccia, “chi va là!” gridò con voce non troppo sicura; ed il fantasma senza nulla rispondere procedeva di lento passo mugghiando ed agitandosi! “Chi va là!” ripete la sentinella, e non ottiene risposta all’infuori di un rantolo spaventevole. A questo punto il Piccione carica l’arma con una cartuccia a mitraglia, e l’ombra si avanza inesorabilmente minacciosa. “Chi va là?” ripete per altre quattro volte la sentinella con voce divenuta fioca per lo spavento. L’ombra si avanza sempre: allora il Piccione indietreggia di un passo e grida risolutamente: “Alto là!”. Nessuna risposta. Già il fantasma lo stringe dappresso e sta per afferrarlo con quelle braccia, che misuravano un miglio di paese. Fu in quel momento che la sentinella messa così a mal partito spianò il fucile contro il suo terribile nemico, e fece fuoco.

Giunto in soccorso alla sentinella, il capoposto affermò di aver trovato Pietro Piccione sotto shock, al punto da non poter articolare parola. Solo in un secondo tempo il giovane si rese conto che, credendo di sparare a un fantasma, aveva finito per uccidere il suo commilitone e amico.

Ne apprendiamo il nome completo – Pasquale Procaccino, 23 anni, di Corleone (Palermo) – soltanto grazie a un settimanale francofono di Aosta, L’Echo du Val d’Aoste del 20 agosto.

Fu rapidamente istruito il processo. Dal momento che non sembrava esserci l’intenzionalità del gesto, l’accusa fu quella di “omicidio per eccesso nell’esecuzione di consegna”, ai sensi dell’articolo 170 del Codice penale di pace per il Regio Esercito. Il soldato rischiava dai quattro mesi ai due anni di carcere militare. Il Pubblico Ministero chiese sei mesi.

Alla fine il Tribunale militare decise che Piccione non aveva ecceduto nell’esecuzione delle consegne. Date le circostanze speciali in cui il fatto era avvenuto, concluse il giudice militare, Pietro Piccione poteva ragionevolmente aver pensato di essere in pericolo e quindi di trovarsi “nella stretta necessità di far fuoco contro il suo supposto aggressore”. Il fatto non costituiva reato e fu decretato il non luogo a procedere.

Se vi sorprende e vi rattrista la sorte dell’uomo che morì miseramente per aver giocato ai fantasmi, pensate a quanto sarebbe accaduto alla fine del 1931 in Germania, nella Foresta Nera, dove un bambino avrebbe ucciso un ladro pensando fosse il diavolo in persona, oppure, pochi giorni dopo, in un paesino della regione di Iasi, in Romania, dove un altro bambino avrebbe fatto lo stesso, usando una pistola, per vendicarsi del Babbo Natale locale, che per mancanza di denaro non sarebbe stato in grado di consegnare doni a tutti i piccoli abitanti del paese.

Ma queste due sono altre storie  – o altre leggende contemporanee?  

 

Nell’immagine in evidenza: un finto fantasma picchiato dalla folla nel Devon, in Inghilterra. Da The Illustrated Police News, Londra, 21 settembre 1894, p. 1.

2 pensieri riguardo “La sentinella che uccise lo spirito

  • 15 Aprile 2019 in 21:45
    Permalink

    Certo che “Credenzone” è più migliore di “Credulone” . Lo adotto come mia autodefinizione, al posto di credulone, che ho fin qui usato. Spero, però, nessuno mi scambi per una grossa credenza, potrei rimaner vittima di un tentativo di furto con scasso.

    Risposta
  • 17 Aprile 2019 in 16:43
    Permalink

    Stando all’ esposizione dei fatti al posto di Piccione anche io avrei sparato, si sarebbe potuto trattare di un malintenzionato (giacchè non credo ai fantasmi).

    Risposta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *