Il buio. La grande mania dei fantasmi del Canton Ticino

Articolo di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

In Svizzera, si sa, non succede mai niente. Un’opinione che, chiacchierando, condividevano persino alcuni volontari del CICAP Ticino, cui dobbiamo parte delle fonti di cui disponiamo per la storia di oggi. Beh, oggi proveremo a smentire la cattiva fama dei nostri vicini. Perché proprio in Ticino, negli anni della Seconda Guerra Mondiale, per tre inverni e in maniera sempre più frenetica si diffuse una vera e propria psicosi da fantasmi.   

Caratteristiche sempre un po’ diverse, luoghi vicini ma non identici, personaggi e modalità via via più audaci. I fantasmi del Canton Ticino varrebbero da soli uno studio serio di storia culturale, di antropologia e di storia del giornalismo. Noi ci limitiamo a darvi i contorni della vicenda tracciati da due scettici curiosi come noi.

 

Dicembre 1940. Il fantasma cinquecentesco di Locarno

Siamo a Locarno. Nel periodo fra le due guerre mondiali la cittadina svizzera sul lago Maggiore è un luogo alla moda, frequentato da visitatori e villeggianti di alto livello, a poca distanza dal Piemonte. Qui, nel 1925 le maggiori potenze europee (Italia compresa) hanno firmato una serie di trattati, che nelle intenzioni del tempo avrebbero dovuto preservare il continente da una nuova guerra devastante come quella che si era conclusa nell’autunno 1918. Ma l’illusione durerà poco.

Proprio a Locarno la storia dei fantasmi ticinesi ha inizio. Comincia quando l’illusione delle vacanze ai laghi e della pace di lunga durata sono già crollate, e la Svizzera è oasi di pace e di libertà in mezzo alla morte e alle tirannie. Ed ha inizio con una storia dal gusto tradizionale, fortemente intriso di letteratura e di leggende passate da raccontare di nuovo, non di un fatto davvero “nuovo”, che irrompe nella cronaca e nelle discussioni di tutti i giorni.

La nostra prima fonte è costituita da un articolo che apparve sul quotidiano luganese Gazzetta del Ticinese proprio alla Vigilia di Natale del 1940. Non era un articolo vistoso e prendeva in giro apertamente chi credeva a una notizia che si era diffusa tra i locarnesi: uno spettro sarebbe apparso alla periferia della cittadina.

Di quello che la Gazzetta definiva con sufficienza un “sunto di romanzo giallo” parlavano con convinzione grandi e piccini tanto che, a fronte di quelle voci popolari, al redattore veniva voglia di ripristinare l’inquisizione e rifare processi per stregoneria.

 …anche se appare impossibile, a Locarno e nei dintorni, un gran numero di gente, in mancanza di altre preoccupazioni, si dà una gran pena nel regìstrare le continue apparizioni di fantasma di un… defunto muraltese (del 1500, egli dice declinando le sue generalità a coloro che hanno l’avventura d’incontrarlo), ora presente in via Gottardo, ora alla Croce Bianca, ora nei dintorni del Cimitero, sempre impressionantissimo nei suoi indumenti candidi, del tutto conformi alle più comuni descrizioni fantastiche che si fanno nelle fiabe delle nonnine. Pur non attribuendo eccessiva importanza alla storia del fantasma, noi la riferiamo così come la narra la buona gente… 

Un morto del paese di Muralto, oggi attaccato a Locarno, che si presenta in città, in aree vicine al versante svizzero del Lago Maggiore, raccontando di aver vissuto quattro secoli prima. Un racconto breve, isolato, che al massimo può suggerire che la voce sul fantasma locarnese, in quelle settimane natalizie, circolava in città con una certa insistenza e con una certa dovizia di particolari (lo spettro dava le sue generalità!), ma priva di seguito apparente. Non avrebbe attirato in modo eccessivo la nostra attenzione se non si fosse rivelato l’esordio della nostra mania collettiva per i fantasmi.

Il primo cenno che la storia continuava a vivere giunse qualche mese dopo da spigolature minime di cronaca locale. Il 26 febbraio 1941, due mesi dopo la comparsa dello spettro, la Gazzetta del Ticinese, poi ripresa da altre testate nei giorni successivi annunciava l’arresto di “due spazzapollai” responsabili di trenta furti di pollame. Ebbene, uno dei due aveva confessato di essersi travestito da fantasma, tempo prima, per spaventare la gente e compiere le sue razzie! Alla fine di settembre del ’41 il responsabile dei furti “fantasmatici” fu condannato dall’Assise correzionale di Locarno a due anni e mezzo di reclusione (Popolo e Libertà, 30 settembre 1941).

L’episodio sembrò concluso così, con la fine dello spazzapollai.

 

Novembre 1941-febbraio 1942. Il fantasma masochista di Mendrisio e Chiasso

E’ difficile dire quando questa seconda ondata, probabilmente più ampia di quella di fine 1940, sia iniziata. Il 5 febbraio del 1942 Popolo e Libertà pubblicò un lungo articolo secondo il quale si giurava sull’esistenza di un fantasma nelle zone di Mendrisio e Chiasso e in località limitrofe, Castel San Pietro e Balerna: un’area relativamente poco estesa. Giorni prima un quotidiano (non sappiamo quale) aveva già scritto della storia chiedendo l’intervento della Polizia per tutelare “l’incolumità personale”. Non è del tutto chiaro, ma pare che quanto riportato da Popolo e Libertà sia dovuto a notizie raccolte dalle forze di polizia locali.  

La prima segnalazione risaliva alla fine di novembre ‘41: un uomo che una sera percorreva la strada fra Castel San Pietro e Balerna aveva visto “un individuo fermo ai fianchi della strada”. Dopo averlo guardato tre volte, visto che costui non si muoveva, pensò bene di sferrargli un pugno, tanto che quello rotolò dietro una siepe. Ripresa la strada e incontrato un conoscente che viaggiava in senso opposto, gli raccontò “tutto eccitato” del pestaggio somministrato a quello che aveva ritenuto un fantasma. Comunque sia, due minuti dopo, l’altro viandante non vide nessuno nel punto indicato dal pugilatore di spettri.

Il secondo incontro era avvenuto invece a inizio gennaio 1942:

Una persona racconta che, mentre verso le ore 19 passava nelle vicinanze del cimitero… fu raggiunta da un individuo di statura alta, con un mantello alla moschettiera e con un cappello a larghe tese che gli chiese: “Dove va ?” “A casa”, rispose il nostro uomo. Lo sconosciuto lo accompagnò per un tratto. Poi il nostro uomo incominciò a pensare che doveva trattarsi del fantasma e disse di aver sferrato un pugno al suo improvvisato accompagnatore. Quindi via a gambe levate…

Seguì poi un altro avvistamento, a  metà gennaio. Invece che aggressività, questo terzo incontro generò terrore. Alle 3 del mattino un uomo che si trovava a Morbio Inferiore (un’altra località ancora, dunque) “vide un’ombra” e pensò al fantasma. Chiuse gli occhi per lo spavento, e quando li riaprì non c’era nessuno. Arrivato a casa “più morto che vivo, si mise a letto e il giorno dopo si dovette chiamare un medico”.

Un quarto caso avvenne sulla strada tra Balerno e Chiasso:

Alle 4.30 del 23 gennaio, in una notte rigida, un uomo che scende da Balerno a Chiasso batte i piedi per il freddo. Improvvisamente ecco il fantasma in mezzo alla via che gli chiede: “Perchè batti i piedi?” “Per riscaldarmi” rispose. La paura fa cento e il balernitano sembrava avesse le ali ai piedi. 

In due dei racconti, alla violenza esercitata su un “fantasma” tutt’altro che aggressivo si sostituisce oppure si accompagna un tentativo di comunicazione verbale da parte dello spettro. Il tentativo però è inefficiente, inadeguato, sembra non rispondere a uno scopo. E’ la domanda di uno “stupido”, di uno stralunato: “dove va?”, “perché batte i piedi?”, alla quale si replica o con i pugni o con la la fuga.

La quinta segnalazione è del 26 gennaio. Questo resoconto e il successivo hanno un esito ancora diverso dagli altri. Paiono quasi essere disposti per tema, lungo il corpo dell’articolo. Si tratta di casi che si concludono con un sostanziale sbeffeggiamento del testimone.

Da poco è calata la notte. Sono infatti solo le 17,30. Una persona di Castel S. Pietro racconta che mentre rincasava udì un passo che lo seguiva. Senza nemmeno voltarsi – sono sue parole – pensò anch’egli che altro non poteva essere che il fantasma – e via di corsa a tapparsi in casa ed a raccontare l’avventura che arricchì di particolari impressionanti. Interrogato poi dalla polizia dichiarò che quanto disse non era vero! 

E poi, un altro fraintendimento:

 Il giorno seguente, sulla strada cantonale Mendrisio – Coldrerio una persona afferma di aver incontrato il fantasma. I connotati corrispondono: alto, con un bastone e la faccia ricoperta da un pezzo di stoffa. Erano le 20 e 30. Si fa una inchiesta e stavolta si scopre che si trattava del controllore dell’acqua potabile, il quale, causa la siccità, aveva ricevuto l’ordine di controllare se tutti i rubinetti erano chiusi. Per ripararsi la faccia dal freddo, l’aveva coperta con un fazzoletto. 

Ma ecco che l’articolo si conclude con un guizzo verso l’alto, e il senso del mistero è salvo.

Ma poi il fantasma ricompare il 29 gennaio alle 4,25 del mattino tra Morbio e Balerna. E’ la solita storia. L’inafferrabile si trova in mezzo alla strada. E’ ricoperto dal solito mantello. Il nostro uomo accende una lampadina e l’apparizione improvvisamente scompare. 

Sette incontri lungo strade notturne fatti da viaggiatori appiedati, che si chiudono con l’esito fantasmagorico della sparizione improvvisa all’accensione della luce.

Mentre nella grande ondata di inizio ‘43 la copertura da parte della stampa lascerà pochi dubbi sulla cosa, in questa seconda ondata si direbbe che molta parte sia rimasta sul piano dell’oralità, ma che comunque dovette trattarsi di un movimento sociale di portata superiore a quello del ‘40, molto più localizzato. Sembra che molti di questi fantasmi, ad ogni modo, uscirono estremamente malconci da questa ondata.

L’intervento della polizia fu auspicato con fermezza anche dal quotidiano Azione del 6 febbraio, ma ben più importante è il fatto che la nostra storia giunse sulla stampa italiana e che della serie di incontri riferirono ampiamente sia il torinese Stampa Sera del 10-11 febbraio sia il Corriere della Sera dell’11. Si tratta di sicuro di servizi fatti da corrispondenti sul posto, perché riferiscono i nostri casi con dettagli un po’ diversi rispetto a Popolo e Libertà. Ne sintetizziamo solo qualcuno: nel primo caso, prima di prendere a pugni il fantasma, almeno il testimone avrebbe avuto la buona educazione di chiedergli “Chi sei? Che fai? Che vuoi?”; nel secondo, colpendolo al volto, si sente il rumore dell’impatto con la faccia del povero spettro; nel quarto, alla fine della breve conversazione il fantasma sparisce di colpo…

Il prosieguo di questa seconda ondata dev’essere stato interessante: di certo circolavano voci e fantasie di ogni genere. Il settimanale L’Illustrazione Ticinese del 14 febbraio dava la misura della situazione: le gente della zona di Mendrisio aveva escogitato “per designare lo strano essere” alcuni termini che tradivano “un’inconsapevole nostalgia per il fattore fiabesco”. Purtroppo questi termini non sono menzionati, ma è chiaro che in quei mesi il personaggio era popolarissimo e dibattuto. Appena due giorni dopo, Popolo e Libertà spiegava di aver ricevuto “una lunga corrispondenza” – che però non pubblicava – nella quale si asseriva che all’origine di tutto c’era “un individuo che ha preso il gusto matto di fare scherzi ai passanti”. Il giornale spiegava solo di non essere né in grado di confermare né di smentire la circostanza, e quindi taceva.

Di tutto questo ribollire di chiacchiere e sommesse risate, dunque, sappiamo ben poco. Ai primi di marzo la psicosi della zona di Mendrisio si era spenta. Del fantasma, scriveva Popolo e Libertà del giorno 6, nessuno parlava più. Ma in realtà lo spettro, visto che era ormai la passione del momento, era soltanto emigrato di qualche decina di chilometri a nord-ovest, nella zona del monte Onsernone, che confina con l’attuale provincia di Verbania.

Alcune sere or sono degli individui in fregola carnevalesca, anche se siamo in Quaresima, hanno collocato in territorio di Auressio, nella località denominata “Gran chiesa delle sponde”… un fantoccio come quelli che si usano nei campi per spaventare i passeri. A quale scopo? Per spaventare un gruppo di ragazze che si recavano a Loco ad un corso di samaritane (soccorritrici volontarie, N.d.R.). Lo spavento che hanno avuto queste buone e patriottiche signorine è facilmente intuibile. Da questo fatto a passare al fantasma il passo… è breve. L’inchiesta subito iniziata ha portato al sequestro dell’innocuo pupazzo-fantasma…

 

Un particolare curioso. Circa un anno dopo la vicenda delle samaritane,  un periodico della Croce Rossa, Das Rote Kreuz – La Croix Rouge in un articoletto redatto nella nostra lingua uscito nel suo numero del 4 marzo 1943  (p. 127), riferiva delle attività dei volontari della Svizzera italiana, ma in sostanza per spiegare, sotto il titolo “Il fantasma” che “in una leggiadra località di una romantica nostra Valle”, in occasione di un corso per samaritani cui partecipava “una trentina di signorine”, alcune di queste, percorrendo una strada deserta e tortuosa mentre la sera rientravano alle loro case, si erano trovate davanti “un alto fantasma”. Solo che, al contrario di quelle descritte l’anno prima, rivelatosi un fantoccio fatto per spaventare le ragazze, al secondo incontro in una notte successiva quelle avevano reagito mettendo lo spettro “nella dura necessità di dover svelare i propri connotati”. Si faceva anzi capire che l’invito ad andarsene era stato fatto in termini tali da indurre il burlone a chiedere clemenza…

In sostanza, dunque, una versione che accredita la figura della crocerossina coraggiosa contro quella delle ragazze spaventate di un anno prima.

Non è utile ridere di questi racconti. Allo scettico interessa di più, crediamo, cercare di capire una mentalità nella quale ci si spaventa per un pupazzo atteggiato a fantasma e individui mascherati e con lampadine in faccia riescono a farsi malmenare da passanti inferociti.    

E, soprattutto, interessa cercare di capire come mai le legnate dei primi del 1942 non furono sufficienti a dissuadere i nostri spettri dal tornare a dare spettacolo, un anno dopo, negli stessi posti e stavolta su grande scala, al punto da generare una vera psicosi.

 

La grande ondata del gennaio 1943. I fantasmi in tribunale

Una delle caratteristiche di questa smania dei travestimenti e degli scherzi che travolse il Ticino nella prima metà della Seconda Guerra Mondiale è che andò in crescendo. L’ultima serie di voci, segnalazioni e polemiche che conosciamo è anche la più grande. Dopo, per quel che ne sappiamo, seguirà il silenzio. Gli anni più terribili della guerra, che risparmiava solo quel piccolo Paese nel cuore d’Europa, metteranno a tacere pure gli spiriti più ben disposti.

Ai primi di gennaio del 1943 tutto ricominciò, ma stavolta con due caratteri diversi: su scala più vasta e in pieno ambiente urbano, ossia nei quartieri periferici di città di rilievo notevole, almeno secondo gli standard svizzeri (Lugano e Locarno, soprattutto).

La “ricomparsa del fantasma” fu annunciata il 5 gennaio da Popolo e Libertà, Libera Stampa e da Gazzetta Ticinese. Nel rione orientale di Cassarate, in quello di Pian Lugano e presso il Molino Nuovo andava in giro, la sera, un individuo mascherato dotato di una pila che a tratti gli illuminava il volto, cioè “un testone di legno rappresentante un teschio che si pone sulle spalle” e grazie al quale spaventava la gente. Si erano già diffuse voci di un arresto e chiacchiere di ogni tipo, ma per ora quel che auspicavano i giornali era quanto accaduto un anno prima: una sonora scarica di ceffoni.  

Stavolta la diffusione dei comportamenti imitativi fu rapidissima: la notte del 5 un individuo coperto da una grande cappa nera inseguì ridendo in modo sinistro “una nota personalità locarnese” sulla strada che portava da Minusio a Locarno, quindi a molte decine di chilometri da Lugano. L’uomo fuggì terrorizzato e raccontò tutto a un redattore dell’Eco di Locarno, che il 7 diede ampia risonanza alla storia, giungendo ad auspicare che le autorità autorizzassero anche “l’uso di un’arma da fuoco contro questa gentaccia maniaca”. Anche a Locarno circolava, come a Lugano, la voce di un arresto.

L’8 gennaio per Libera Stampa il fantasma è ormai nel centro di Lugano. Le descrizioni si fanno divertenti: una di queste dice che ha “indosso un pastrano nero foderato di bianco, lungo come un abito da prete, con un alto cilindro e con un paio di occhiali che si illuminano di verde sotto la luce delle pile contro l’oscuramento” (perché le misure contro i raid aerei, che per errore colpivano sovente la Confederazione, vigevano anche per la Svizzera). Ma ecco la cosa migliore: nelle tarde serate del 4 e del 5 il fantasma era apparso sul Lungolago, scatenando il panico fra chi usciva dai luoghi di ritrovo!

La stessa natura “urbana” assumeva in quei giorni il fantasma di Locarno: l’Eco del 9 gennaio segnalava che da qualche sera le strade del quartiere di Muralto erano percorse “da pattugliate di volenterosi giovanotti”, fra case, vialetti e la zona della stazione ferroviaria di un luogo di villeggiatura come quello. Anche la Polizia locarnese aveva ripreso a interessarsi alla vicenda (Popolo e Libertà, 9 gennaio).

Colpisce l’aggressività e la natura quasi sfacciata delle azioni dei “fantasmi”. Indicano quanto fosse importante per queste persone svolgere questi ruoli, impersonarli, e quanto erano disposte a rischiare per adempiervi.

Corriere del Ticino forniva cronache più sobrie. Sembra voler stare fuori dalla mischia. Il 9 gennaio, comunque, diceva che apparizioni del fantasma si erano avute anche in un’altra località della parte settentrionale di Lugano, Vignola. Era stato visto anche attraversare i campi nella zona della Fiera Svizzera, allora un punto importante della città.

La prima valutazione ampia della situazione era della Gazzetta Ticinese dell’11 gennaio. Visto che i fantasmi “veri” si erano ormai ritirati a vita privata, il problema era di capire se ci fosse gente che li impersonava o se la gente credesse di vederli, impressionata da notizie del passato e da tutto ciò che capitava. La cosa interessante è che chi scriveva era a dir poco prudente riguardo all’idea che al centro della questione vi fosse una dinamica di ghost playing, cioè che davvero delle persone osassero rischiare bastonature o sanzioni penali per scopi incomprensibili. Per questo in sostanza inclinava verso equivoci, paure ai limiti del patologico e così via. Anche il Corriere del Ticino doveva aver pubblicato la richiesta di un lettore di usare le armi contro i fantasmi. Alla luce dell’ipotesi per la quale propendeva, Gazzetta Ticinese riteneva pericolosissima una simile possibilità. Il rischio era quello di colpire innocenti che giravano con pile contro l’oscuramento, non i presunti burloni. Alla prudenza si associava, il 13, anche Gazzetta Ticinese.  

La Gazzetta, peraltro, era attivissima. Il 12, in “A colloquio con il fantasma”, Lucio d’Albis (uno pseudonimo?) spiegava di dover essere andato in giro nel Luganese, di sera, su incarico del quotidiano – non è chiaro quanto del lungo pezzo sia mera letteratura – incrociando per strada uomini che circolavano nel buio dell’oscuramento con le lampadine, chiedendo loro in un clima surreale se ne sapevano di più del fantasma, solo per finire in un ristorante dove un ometto non meglio identificato vestito di bianco, tranquillissimo, in sostanza gli diceva di lavorare di notte e di vestire di bianco, facendogli capire che poteva essere lui ad esser scambiato per lo spettro. Letteratura o meno che fosse, questo pezzo s’accompagnava alla notizia che alcune sere prima, a Cassarate, due donne avevano illuminato con la lampadina, urlando per il terrore, la sagoma distante di un individuo che le aveva inseguite, ma solo per rivelarsi un milite della Protezione antiaerea che agitava le braccia per chiedere di usare la lampada in modo corretto, cioè senza illuminare troppo la strada. Scrivendo sulla stessa vicenda, già il giorno prima Corriere del Ticino sosteneva che la vicenda del fantasma stava per rivelarsi “un fenomeno di psicosi collettiva”.  

Le mascherate proseguivano a getto continuo. Il 13 Libera Stampa pubblicava la lettera beffarda di un uomo che due sere prima aveva incrociato il fantasma in via al Colle, a Lugano, con occhi verdi lucenti e ghigno stampato, che chiedeva al non troppo spaventato passante se per caso aveva ancora “quel buon caffè”, cosa dalla quale deduceva dovesse trattarsi di qualcuno che lo conosceva.

L’altro versante che ormai era psicotico era quello degli equivoci, del terrore verso chi si muoveva al buio, per le strade. Ancora Libera Stampa si dilungava descrivendo quattro episodi nei quali, a Lugano e nei dintorni, quattro diversi tutori dell’ordine (un agente comunale, una guardia federale, un gendarme e un sorvegliante privato) erano stati scambiati per fantasmi. Di solito erano le luci della lampade a spaventare, come nel caso della guardia privata che svolgeva il suo giro consueto presso un locale notturno, il “Lido”, e si ritrovò di fronte i poliziotti chiamati dagli abitanti vicini, che avevano pensato allo spettro. A Cassarate era stato scambiato per il lenzuolo di un fantasma la cappa verde di una Guardia di Finanza. Tutto nel corso di una settimana, mentre alla redazione affluivano anche, dopo indagine, quelle che il giornale chiamava “storielle inventate di sana pianta”.

Ma attenzione, qui viene il bello: un ulteriore racconto, assegnato alla categoria degli equivoci, ma che in realtà era in tutto e per tutto una narrazione tradizionale di tipo folklorico, o addirittura prossimo alle leggende metropolitane. Quella del vivente scoperto in modo incongruo ad occupare una tomba con conseguente terrore dei malcapitati. Avevamo parlato mesi fa di una leggenda analoga (quella del “drogato nel loculo”)  in un articolo per il sito del CICAP Piemonte.

La più buffa è quella che riguarda un pensionato dell’officina comunale del gas e “factotum” della cremazione, il signor Luigi Turba. Questi già lo scorso anno, era rimasto vittima di un incidente spassoso. Complice una copiosa “caprettata” (capretto arrosto, N.d.R.) e l’amarone, s’era addormentato un pomeriggio nello studiolo annesso al forno crematorio al Cimitero per svegliarsi solo verso le 22… e per disturbare telefonicamente parecchi amici perché andassero a toglierlo da un luogo, nel quale (ah, perfido amarone!) non si ricordava come fosse capitato. Ora si racconta che, sere sono, un muratore, che stava finendo una tomba al cimitero, avrebbe mandata un “bocia” a prendere un po’ di acqua; il “bocia” avrebbe impiegato un tempo più lungo del bisogno e in sua vece, sul viale vicino al quale si trovava la tomba, sarebbe comparso il signor Turba, proveniente dal solito studiolo del crematorio; udendo passi avvicinarsi, il muratore, fermamente convinto che si trattasse del “bocia”, si sarebbe sporto solo col viso e con le mani dalla tomba dentro la quale  stava lavorando ed avrebbe così interpellato il sopravveniente: “Ah, set scià lifrocc ? Che che l’è ’n pezz che ta speti”. A sentire queste parole e vedendo la faccia e le mani del muratore uscire dalla tomba, il signor Turba, sospettando la presenza del fantasma che lo chiamasse… sulle rive di Acheronte, avrebbe preso uno spaghetto da non si dire. Ma lo stesso signor Turba, avuto sentore della storiella, con sua lettera alla polizia la smentisce e dimostra, prove alla mano, che è stata inventata di sana pianta. 

Questa spigolatura è interessantissima, perché sposta il tiro dall’equivoco e dagli scherzi di cattivo gusto alla circolazione di racconti orali che si pensava in qualche modo potessero render conto di quanto passava da una bocca all’altra in maniera impetuosa.

Comunque sia, da questo momento la nostra vicenda scivolerà in modo definitivo verso la farsa, lo scontro fra testate giornalistiche, i ricorsi alla legge…

Il 14 gennaio L’Eco di Locarno scriverà che un giovane del rione lusernese di Minusio, arrestato giorni prima perché sospettato di essere uno dei fantasmi, era stato rilasciato perché non c’erano indizi sufficienti contro di lui. Ma era tutto poco chiaro: lo stesso giorno Gazzetta Ticinese diceva che un arresto che sembrava fosse stato fatto la sera del 10 a Rivapiana (che poi è parte di Minusio) dopo un inseguimento a colpi di rivoltellate ad opera dei gendarmi non era stato confermato dalle autorità – figurarsi il rilascio…

Ma ecco il colpo di scena: un’altra testata, il bellinzonese Popolo e Libertà, il 13 asseriva in breve, ma in maniera netta, di conoscere le generalità del fantasma arrestato e aggiungeva che forse si trattava di un sistema “per far man bassa” approfittando della paura, magari insieme a dei complici. Il giorno dopo il quotidiano faceva nome e cognome del reo, diceva che era un 28enne commerciante di Minusio e che dopo aver impersonato il fantasma il 28 dicembre e il 6 gennaio (provocando il malore di una donna e subito dopo lo spavento di gente che usciva da una chiesa) e poi altre volte, riconosciuto in due occasioni era stato finalmente davvero arrestato. Anche Corriere del Ticino dello stesso giorno confermava l’avvenuto fermo.

Forse però un altro giornale, cioè Gazzetta Ticinese del 16, non aveva tutti i torti nel descrivere questa “cattura” come una ridda di notizie, e il perché lo vedremo meglio fra poco. Intanto, Libera Stampa accusava Popolo e Libertà di aver alimentato la psicosi e ne approfittava per prendersela con le credenze religiose in genere.

In realtà, leggendo i primi cenni su Popolo e Libertà, il presunto fantasma di Minusio era già passato al contrattacco: il 14, sul Dovere, dopo un articolo di fondo che prendeva in giro le paure dei luganesi e la cronaca dell’arresto dell’uomo, usciva una lettera del sospettato nella quale il “fantasma” cercava di difendersi sostenendo esser stato davvero fermato e denunciato, ma ritenuto quasi subito estraneo alle accuse dalla Gendarmeria e quindi rimesso in libertà. Al massimo aveva fatto dei “piccoli scherzi” la cui portata era stata ingigantita dalle cronache di Popolo e Libertà, che secondo lui avevano il sapore della diffamazione. Due giorni dopo Popolo e Libertà risponderà per le rime definendo “porcherie” le cose di cui il commerciante era accusato. Non pago, ne tracciava una figura non del tutto raccomandabile.

I fantasmi stavano per ricorrere alle carte bollate ed erano sul punto di trasformarsi in risate.

Già il 14 gennaio Corriere del Ticino aveva rievocato fonti documentarie secondo le quali nel 1753 Lugano era già stata turbata da un uomo che andava in giro mascherato da fantasma. Un altro documento asseriva che a maggio era stato messo alla berlina, in piazza, un certo “Zuan borradore” accusato di travestirsi in modo strano spaventando la gente. Per il quotidiano erano gli antenati dei maniaci del momento. Il 20, rincarava la dose il Corriere in una sua nota, era chiaro che dopo l’arresto di Minusio e la minaccia dei bastoni, la “famiglia dei fantasmi” aveva preferito battere in ritirata. 

Il 16, peraltro, Il Dovere aveva già annunciato che il fantasma si sarebbe esibito a Bellinzona la sera del 30 gennaio, “sotto le vesti di un pomposo pascià” per la veglia danzante della Società ginnastica Ticinese. Gazzetta Ticinese il 19 spiegava che lo spettro si sarebbe presentato con la sua orchestra all’Hotel Bellevue di Lugano, e lo stesso sarebbe accaduto il 31, per Libera Stampa e Il Dovere del 22, in occasione del grande veglione danzante dell’Albergo Svizzero di Biasca.

Lenzuoli, teschi e lampadine verdi, ormai, con il Carnevale si sprecavano.

Non sappiamo bene come andò a finire la querela che il presunto fantasma rivelato da Popolo e Libertà il 14 gennaio sporse contro il quotidiano, secondo quanto Libera Stampa (rivale acerrimo di Popolo e Libertà) annunciava il 6 febbraio:

Una querela penale. – Il sottoscritto dichiara, in nome di Rizzi Bruno in Minusio, sporto querela penale contro il giornale Popolo e Libertà per avere, in articoli pubblicati il 13, 14 e 16 gennaio 1943, divulgato che lo stesso signor Rizzi sarebbe il “fantasma” di Minusio ed autore di alcuni furti. – Avv. Mario Agustoni

Gli altri giornali sorridevano. Gazzetta Ticinese dell’8 febbraio chiedeva a chi era stato accusato di essere uno spirito di non insistere, e di prenderla con spirito. Libera Stampa del 9 osservava compunto che ricevere una querela da parte di uno spirito non era cosa da tutti.

Dopodiché, il silenzio. Tutte le esplosioni, per quanto violente, prima o poi terminano. Quelle del ‘40 e del ‘41-’42 preparavano quella più grande di inizio ‘43, ma con essa le conseguenze furono forse eccessive per chiunque. Per quanto è possibile vedere, nei due successivi e più duri inverni di guerra, quello del 1944 e quello del 1945, i fantasmi ticinesi non si ripresentarono, forse dissuasi dal clamore, dalla caccia della polizia, dalle polemiche e dagli avvocati.

Con la fine delle ostilità in Europa, l’8 maggio del 1945, l’oscuramento terminava anche in Svizzera. Con la fine del buio, veniva meno l’ambiente naturale nel quale coloro che per vari motivi impersonavano gli spettri potevano muoversi con maggior facilità, e con la fine delle loro azioni cessavano anche le condizioni di allerta che avevano prodotto errori e generato leggende di ogni tipo.

Il ciclo del 1940-1943 si era chiuso per sempre. Noi di quella storia abbiamo soltanto dei frammenti d’informazione, quelli che ci derivano da più di cinquanta articoli circa del tempo. Soprattutto, malgrado qualche illazione, non sappiamo niente del perché parecchie persone, in luoghi così prossimi e in tempi così ravvicinati, passarono diverse loro notti andando in giro agghindati in modo da impaurire i passanti. Potremmo supporre varie cose ma, considerato il tempo trascorso, per saperlo da loro un’idea da suggerire l’avremmo.

Una seduta spiritica.  

[Illustrazione in evidenza: immagine da Wikimedia Commons]

Si ringrazia Ivo Silvestro per alcune fonti dell’articolo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.