Il mostro della palude di Sesto San Giovanni

Articolo di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

Nella notte fra domenica 22 e lunedì 23 maggio del 1966 una telefonata raggiunse il Commissariato di Polizia di Sesto San Giovanni. Una voce chiedeva di andare subito in una strada di periferia, dietro le mura della grande acciaieria Falck, perché c’era un animale preistorico. Giunti sul posto gli agenti si accorsero che nella zona era già esplosa una vera e propria mania, anzi, che era in corso una spontanea caccia al mostro. Un gruppo di persone illuminava con le torce la superficie di una palude. Alcune auto puntavano i fari sull’acqua.

Che cosa era successo? Secondo il Corriere della Sera del 23 alcuni abitanti della zona avevano affermato che “una sorta di mostro simile a un serpe antidiluviano” si faceva sentire emettendo ululati soltanto la sera, dopo che si era accesa l’illuminazione stradale. Che qualcuno l’avesse visto, “il serpe antidiluviano”, oltre a sentirne gli ululati, non era detto in nessun punto.

Furono avviate ricerche notturne, poi riprese al mattino di lunedì. Arrivarono non meglio precisati tecnici del Comune e il commissario di Sesto dell’ENPA (Ente Nazionale per la Protezione degli Animali), Luigi Rossi, che ipotizzò trattarsi di un qualche animale giunto nella palude dal Lambro, che scorre a poco più di un chilometro ad est di quel punto.

Oggi quei piccoli specchi d’acqua non ci sono più e un muro di recinzione separa la nostra strada dall’area verde posta alle spalle dell’ex-acciaieria, teatro del nostro breve dramma.

Parecchie fra le storie di cui ci occupiamo sono fads, come si dice in inglese, cioè manie, fenomeni passeggeri. Sorgono, toccano un picco e scompaiono. E per l’appunto una brevissima mania collettiva è anche quella che investì nel 1966 Sesto, allora un centro industriale ancora attivissimo nella siderurgia e nella metalmeccanica di grande scala.

La mania che colpì Sesto nella primavera di cinquantadue anni fa durò una settimana circa e fu, come avrete capito, di tipo criptozoologico, cioè riguardò la presenza di un presunto animale sconosciuto, misterioso; un mostro, come lo definì la stampa.

Non sappiamo bene come questa breve mania sia nata, ma deve aver avuto una fase di crescita silenziosa fra la gente di quella zona sud-est della città – in particolare nei pressi di  via Pace.

C’è un piccolo buco temporale nelle fonti di cui disponiamo, ma si direbbe che la caccia sia continuata senza sosta il 23 e il 24 maggio. Per mercoledì 25, invece, abbiamo un quadro interessantissimo grazie al Corriere del giorno dopo e al corrispondente che coprirà l’intera vicenda, Bruno Lucisano, che poi diventerà un ottimo divulgatore di notizie scientifiche e mediche in particolare.

L’animale misterioso, a ben guardare, aveva una sola caratteristica: lanciava “urla agghiaccianti”. Probabilmente in una notte che doveva essere quella sul 25 i presenti alla “caccia” avevano raggiunto il numero di tremila, radunati alla luce di falò e lanterne, con una trentina di giovani, “i più ardimentosi di Sesto”, che si erano avventurati nella palude con gambali, armati di mazze di legno e sbarre di ferro.

La folla era rimasta in silenzio per cercare di captare “il lugubre lamento del mostro”. Qualcuno dei cacciatori era caduto a faccia in avanti, nell’acqua.

Poi era arrivata la Polizia, per regolare il traffico congestionato e per ordinare il silenzio. E qui era successo un fatto che dà la misura del clima.

La veglia è durata finché il mostro non ha lanciato di nuovo e per tre volte il suo urlo. Stavolta quasi una sfida. Allora la folla si è scatenata. Decine di persone si sono gettate nell’acquitrino. Qualcuno ha dato fuoco alle sterpaglie. Sono arrivate altre pattuglie della “Volante” con il commissario capo Benvegna; sono stati messi in allarme i Vigili del Fuoco. Fortunatamente non si sono verificati incidenti. Ma il mostro non è stato stanato.

Mentre l’animale preistorico se ne stava nella palude, il quadro si complicava e assumeva tinte sinistre. La mattina del 24 o del 25, su un lato dell’acquitrino, era stato trovato sgozzato il cane dell’uomo che nella notte fra il sabato 21 e domenica 22 era stato il primo a sentire “la voce del mostro”. Il particolare era “misterioso”, per il cronista del Corriere. Il cane presentava delle unghiate come se fosse stato azzannato e finito a morsi…

Era stata la bestiaccia urlante?

In tutto ciò, per quanto ne sappiamo, nessuno aveva visto né vedrà mai niente. Erano soltanto gli “ululati” quelli che identificavano il “serpentone”, l’“animale preistorico”.

A parte l’esposto anti-mostro (più esattamente “contro ignoti”) presentato alla Polizia da un cittadino della zona che temeva per il buon andamento della gravidanza della moglie, quel giorno ci fu uno sviluppo che si rivelerà davvero decisivo per le sorti del mostro della palude di Sesto.

Da Roma, un divulgatore di argomenti zoologici popolarissimo grazie alla tv, Angelo Lombardi (1910-1996), pensò bene di mettere una taglia di 50.000 lire sull’animale. Dichiarò che pensava si trattasse di una rana-toro, subito sostenuto da Luigi Rossi, della Protezione animali sestese.

Un’affermazione, quella di Lombardi, che darà ben presto prova della sua autorevolezza, mentre esperti di zoologia locale (la rana-toro è oggi assai presente in Lombardia centrale e meridionale, ma lo era anche allora) discutevano animatamente sull’ipotesi.

Nella giornata del 26 la psicosi raggiunse il culmine. I Vigili del Fuoco, sotto lo sguardo di un enorme numero di persone, presero a svuotare l’intero acquitrino. Verso le 17 l’acqua era quasi sparita. Mentre Polizia, pompieri e Vigili urbani lasciavano il campo, un graduato dichiarava: “il mostro è fuggito o non è mai esistito”.  La foto che vedete risale a quel giorno e comparve sul Corriere d’Informazione nella stessa serata.

Poi, prima di cena, il colpo di teatro.

Avevate detto rana-toro? Eccovela. La mattina del 27 il Corriere annunciava che verso le 18 del giorno prima due abitanti di Sesto si erano presentati con un esemplare da 700 grammi che dicevano di aver preso nell’ex-stagno, dopo che tutti erano andati via. Fu portato al centro culturale di via Cavour, dove la gente accorse per vederlo. Poi la signora Maria Molinar (1901-1978), direttrice dello zoo dei Giardini Pubblici milanesi di via Manin, chiese che le fosse portata, cosa che i due operai fecero la sera del 27 (Corriere della Sera, 28 maggio 1966).

Accontentati – per un momento – gli zoologi e Angelo Lombardi, che per la rana-toro aveva offerto il premio, i presunti batraci di quel tipo si moltiplicarono nel giro di poche ore. Alle 21 dello stesso giorno si seppe che un muratore sedicenne di Cinisello ne aveva trovata una seconda, ma che poi sembrava fosse “sparito insieme con l’esemplare” (Corriere d’Informazione, 27-28 maggio). In realtà il giovane a quanto pare aveva “girato tutta la città per far vedere la sua preda”, fino a quando, aveva spiegato, uno sconosciuto che si sarebbe presentato come “agente di pubblica sicurezza” non gliel’avrebbe portata via (Corriere della Sera, 28 maggio)… E così, niente seconda rana-toro.

Si fece subito vivo un terzo pescatore, dicendo che doveva essercene un’altra, di rana, magari più grossa e più interessante delle altre, perché un anno prima ne aveva portate tre da Mantova, due femmine e un maschio, e le aveva gettate nello stagno perché si riproducessero (Corriere d’Informazione del 27-28 maggio e Corriere della Sera del 30 maggio).

Ad ogni modo, anche il primo esemplare, quello portato allo zoo dei Giardini pubblici di Milano, si sgonfiò rapidamente. La mattina del 30 maggio il Corriere della Sera annunciava con un trafiletto che secondo gli esperti del Museo Civico di Storia Naturale la bestia non era – non diciamo un mostro preistorico – ma neppure un’autentica rana-toro, ma soltanto una rana comune, sia pure di dimensioni notevolissime. Già quella sera i due proprietari se l’erano ripresa su loro richiesta, a quanto pare per spedirla alla volta di Rapallo, dove c’era un appassionato di batraci.

Fin da subito, però, quella razionalizzazione rapida e forzata non era piaciuta a tutti (come dicevamo, l’unico esemplare visto sul serio dai naturalisti era una comunissima rana), con quelle povere bestie pescate da persone comuni senza speciali difficoltà.

Dalle prime dicerie sul mostro urlante dell’acquitrino e poi dalla sua identificazione con rane-toro altrettanto ambigue sorsero rapidamente altre voci e con esse fece capolino un’effimera corrente che oggi chiameremmo “complottista”. Alcuni racconti in zona facevano infatti riferimento a un immaginario criptozoologico alpino classico e, più in generale, al complesso leggendario intorno a serpenti giganteschi:

…una giovane sposatasi di recente… diceva: “non è una rana-toro; è un bisso (N.d.R., biscia). Ce n’era uno in uno stagno a Besana, dove sono nata. Ogni notte urlava come il mostro di questo acquitrino. Era lungo un metro e mezzo e a strisce bianche e nere e grosso come un bambino e aveva un brillante in bocca. Un giorno un cacciatore l’uccise e gli strappò il brillante dalla bocca. Ma tre giorni dopo il cacciatore è morto di un male misterioso. Tutti a Besana conoscono la storia del bisso e del cacciatore”.

Poi c’erano le voci di tipo davvero “complottista”. Abbiamo già visto la storia del “sequestro” della seconda rana-toro da parte di un poliziotto, sul Corriere del 28 (e l’attenzione si stava spostando dalla questione dell’esistenza del “mostro” alla sua identificazione con la rana-toro). Dato che il primo esemplare era saltato fuori un po’ ad orologeria, era lo stesso Corriere d’Informazione del 27-28 maggio a chiedersi se invece che dallo stagno l’animale fosse apparso “su consiglio delle autorità”, per tranquillizzare gli abitanti del quartiere di Sesto interessata dalla psicosi.

Come accadde con diversi altri eventi “misteriosi”, lo scrittore Dino Buzzati spese alcune parole malinconiche anche per il mostro della palude di Sesto. Sul Corriere della Sera del 27 maggio, scrivendo sotto il titolo “Pietà per il ‘mostro’”, si meravigliava che la rana catturata non fosse stata fatta fuori immediatamente dai cittadini, dal momento che riteneva che gli italiani non amassero gli animali. Peccato, perché

nel clima squallidamente industriale e disadorno di Sesto San Giovanni un simile canto, sia pur gutturale, di Madre Natura, avrebbe dovuto essere, ci sembra, piuttosto favorito che osteggiato. Un po’ di romanticismo, che diamine.

Quelle manifestazioni collettive di caccia al mostro però disturbavano anche parte del pubblico, non solo l’intellettuale. Il 4 giugno sul Corriere apparve la lettera di una signora milanese che deplorava quella “immaturità psicologica, quella inutile malvagità odierna per le più naturali manifestazioni di vita”. E si chiedeva che cosa sarebbe successo se nel nostro risibile sogno di conquista della Luna (mancavano più di tre anni al primo sbarco sul satellite) poi “su ci fossero non una, ma titanici eserciti di ancor più titaniche rane”.

Rane-lunari che, invece di gracchiare, come il mostro dello stagno della Falck o quelle di Aristofane, ci avrebbero risposto, magari, con una violenza centuplicata.

Peraltro, non era la prima volta che in quegli anni le voci di un “mostro dello stagno” era stato razionalizzato come nel caso di Sesto. Nel maggio 1957,  presso lo specchio d’acqua di Santa Maria Codifiume, presso Argenta, nel Ferrarese, il “mostro muggente” udito e visto sotto forma di occhi fosforescenti e grossa testa tanto da attrarre una vera e propria folla sulle rive, era stato identificato con una rana-toro (Corriere della Sera, 21 maggio 1957). Invece, appena dopo i nostri episodi fu rievocata, accostandola a quelli, una vicenda che avrebbe avuto per teatro la zona del Mincio presso Stradella, non lontano da Mantova. Un’introduzione di alcuni esemplari di rana-toro, fatta nel 1938 da un uomo del posto emigrato negli Stati Uniti rientrato per visitare i suoi, avrebbe portato a una moltiplicazione dei batraci i cui muggiti, per un certo periodo, avrebbero spaventato contadini e ragazze del posto. Sarebbero stati anzi alcuni di quella serie a finire sino ad Argenta… (Corriere d’Informazione – Ultimissima, 10-11 settembre 1966).

Scrivendo sul Corriere del giorno 26 maggio 1966, il cronista Bruno Lucisano raccontò del colloquio malinconico avuto con un ragazzo della zona. Il giovane si era messo ad imitare il verso che aveva sentito le prime notti, quando ancora non c’era nessuno ad ascoltarlo. Era un muggito lungo e lamentoso, tipo “muuuh-muuuh”. Poi, quando era arrivata la folla il verso era cambiato, trasformandosi in una specie di “gruuh-gruuh”. Con l’imposizione della taglia era mutato ancora. Era diventato una pernacchia.

Ma nemmeno quella pernacchia, a quanto pare, risuonò mai più a Sesto San Giovanni.

 

Immagine in evidenza: il manifesto pulp del classico b-movie del febbraio 1954, “Il mostro della Laguna Nera”, di Jack Arnold.- Da Wikimedia Commons

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