Giubbotti con la sabbia per calmare i bambini iperattivi: intervista a Gian Marco Marzocchi

In questi giorni si sono lette molte notizie a proposito di una nuova possibile terapia del deficit dell’attenzione e iperattività (ADHD), che consiste in giubbotti riempiti di sabbia o di altri materiali pesanti, che verrebbero utilizzati in alcune scuole in Germania per calmare i bambini iperattivi. Ne parliamo con Gian Marco Marzocchi, professore associato di psicologia dello sviluppo e dell’educazione dell’Università di Milano Bicocca

Cominciamo dal disturbo che i giubbotti con la sabbia vorrebbero “curare”. Che definizione possiamo dare dell’ADHD?

ADHD significa disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività, è un disturbo del neurosviluppo che si manifesta nei bambini già dall’età prescolare. È caratterizzato da una difficoltà, da parte del bambino, di regolare la propria attenzione rispetto alle richieste che riceve dagli adulti, insegnanti e genitori, e dalla sua difficoltà a regolare gli impulsi e il comportamento, soprattutto nel contesto scolastico.

In questi giorni si sono lette molte notizie a proposito di una nuova, presunta, possibile terapia dell’ADHD, che consiste in giubbotti riempiti di sabbia o di altri materiali pesanti, che verrebbero utilizzati in alcune scuole in Germania; la polemica è legata al fatto che ci sarebbe un programma di uso intensivo di questi giubbotti. Ci sono evidenze scientifiche che supportino una scelta di questo genere?

Prima di tutto sarei cauto nel definire questi giubbotti come “intervento abilitativo” o “riabilitativo” – come in effetti è successo nelle notizie apparse su web piuttosto che sui giornali divulgativi – perché non si tratta di una terapia né tanto meno di una cura per l’ADHD. Teniamo presente che non esistono cure per l’ADHD, non essendo una malattia, ma esistono varie forme di terapia che permettono di aiutare il bambino, l’insegnante, il genitore a regolare meglio i suoi comportamenti per raggiungere gli obiettivi che più comunemente vengono richiesti sia dal punto di vista scolastico che familiare.

Dal punto di vista scientifico, in particolare sull’ADHD, non ci sono molti studi; ce ne sono un paio, di qualche anno fa, entrambi pubblicati sulla stessa rivista, il Journal of Occupational Therapy, in cui vengono confrontati dei gruppi di bambini con o senza questa giacca riempita di sabbia, durante la somministrazione di alcuni test di attenzione al computer. Gli autori degli studi dimostrano che grazie a questa giacca i bambini hanno delle prestazioni migliori rispetto a quelli senza giacca. Il problema è che questi studi sono molto limitati dal punto di vista scientifico, perché in realtà non dimostrano che la giacca permette ai bambini di acquisire dei miglioramenti su altri tipi di attività – ad esempio la capacità di ascoltare una lezione, piuttosto che di regolare meglio il proprio comportamento o l’attenzione.

E cosa fa in effetti?

Questa giacca obbliga il bambino a stare più fermo dal momento che ha un peso variabile dai 2 fino anche ai 5-7 kg. Il soggetto del test riesce quindi a stare più tempo a guardare il monitor, perché è meno indotto a muoversi. Pertanto l’effetto è limitato al momento in cui il bambino la indossa, e si manifesta nello svolgimento di attività che richiedono proprio di stare fermi, per esempio a guardare lo schermo di un pc. Questi studi non utilizzano però questionari che diano informazioni sui comportamenti abituali dei bambini, per verificare se la giacca abbia prodotto degli effetti in altri contesti; noi sappiamo che i questionari nell’ADHD sono fondamentali, perché sono gli strumenti che insegnanti e genitori usano per descrivere ciò che fanno i bambini nelle attività quotidiane. Infatti spesso i risultati dei test cognitivi di bambini con ADHD sono poco correlati con i questionari, che rappresentano invece la vita di tutti i giorni dei bambini

Ci sono altri limiti in questi studi?

Il principale è che non hanno utilizzato un vero gruppo di controllo, bambini con altre tipologie di problematiche o bambini senza l’ADHD. Quindi l’effetto osservato potrebbe essere aspecifico, potrebbe essere semplicemente che i bambini si sentano un po’ bloccati, che abbiano o non abbiano l’ADHD.

L’ultimo aspetto che vorrei sottolineare è che in realtà queste giacche imbottite di sabbia si conoscono da oltre vent’anni e sono state applicate con diverse tipologie di utenti. Pazienti, ad esempio, con sindromi autistiche, con ritardo mentale; quindi con bambini che hanno difficoltà a controllare gli impulsi, che possono far male ad altri o a se stessi. In questo caso la giacca impedisce loro i movimenti, che possono essere violenti, e quindi si tratta di uno strumento utile a prevenire possibili lesioni. Inoltre dobbiamo considerare che queste giacche sono state utilizzate soprattutto da parte degli atleti.

Atleti?

Atleti di atletica leggera, che li indossano per migliorare le proprie prestazioni. Per cui l’esistenza di un collegamento tra l’indossare una giacca e i meccanismi neuropsicologici e neurobiologici che caratterizzano l’ADHD, cioè l’incapacità di regolare alcune aree cerebrali, appare proprio difficile da riconoscere; quello che si vede è semplicemente una sorta di blocco, di forzatura rispetto al movimento corporeo del bambino.

Per altro, mi pare che non ci siano studi che esaminano quali possano essere le conseguenze in termini di percezione e autopercezione circa l’indossare una giacca di questo genere.

In effetti non ci sono studi rispetto al possibile stigma sociale che i bambini potrebbero avere, quindi sull’immagine di sé, l’autostima e tante altre variabili che nell’ambito dell’ADHD (e non solo) sono molto importanti in bambini che sono in crescita e che chiedono a se stessi e agli altri chi sono per definire la propria identità.

In alcuni degli articoli che sono stati pubblicati, un argomento che viene portato è “Meglio usare un giubbotto di questo genere che il Ritalin, un farmaco che fa male ai bambini”. In fondo questa è una giacca e non è un prodotto chimico che i bambini devono assumere. Di questo cosa pensi?

Da un lato effettivamente il Ritalin ha degli effetti biologici collaterali riconosciuti – effetti legati a inappetenza, disturbi gastrici, problemi legati a ritardo nella crescita, che sono oggettivi, biologici e quindi “dentro” al bambino; e quindi anche i genitori si possono spaventare di più, perché sono dentro al corpo. Una giacca invece è esterna, non ha effetti collaterali biologici. Eventualmente la problematica potrebbe essere più di tipo psicologico, perché il passo tra la giacca imbottita di sabbia e una sorta di camicia di forza – passatemi il termine – un po’ più moderna e che lega meno non è poi così grande. Quindi io credo che gli effetti collaterali ci siano nell’uno e nell’altro caso. Sono solo diversi: i primi biologici, i secondi psicologici.

Per tornare a quello che dicevi prima: non esiste una cura, però esistono delle terapie. Per quello che – da un punto di vista scientifico – oggi sappiamo, come si configura lo spettro delle terapie possibili per un bambino o una bambina ADHD?

Le terapie per l’ADHD da oltre trent’anni sono “terapie multimodali”, perché permettono di agire su più livelli. Anche in Italia dal 2007 esiste la possibilità di usare terapie farmacologiche (tra cui il Ritalin, ma non solo), che permettono al bambino di ridurre temporaneamente la manifestazione dei sintomi. Una volta che viene tolto il farmaco, il bambino torna a manifestare i sintomi come prima, senza il farmaco. Multimodale quindi vuol dire lavorare sul bambino, sui genitori e anche sugli insegnanti. Sul bambino si può lavorare attraverso la limitazione dei sintomi col farmaco, quando però la situazione è molto grave; sono state tentate varie terapie psicologiche, e non hanno prodotto dei risultati sperati. Inoltre col bambino si può lavorare anche aiutandolo a sviluppare delle strategie di controllo dell’attenzione e dell’impulsività, che gli permettano di conoscere meglio le proprie difficoltà e quindi di riuscire consapevolmente a modulare le proprie risposte inadeguate.

Più efficaci dell’intervento diretto col bambino sono gli interventi con gli adulti, in prima battuta con i genitori; quindi si lavora sul parent training, degli incontri con i genitori che li aiutano a mettere in atto in modo coerente e consapevole delle strategie per aiutare i propri figli a diventare più capaci di regolare i propri comportamenti: imparare a rispettare le regole, ad avere delle routine, ad essere coerenti tra quello che si chiede ai figli e quello che poi effettivamente si dà, sia in termini di rimandi positivi che di rimandi negativi.

Infine il terzo ingrediente altrettanto importante è il lavoro con gli insegnanti: le richieste scolastiche sono molto elevate per un bambino con ADHD, perché a scuola viene chiesto un elevato livello di attenzione e un elevato livello di controllo motorio, che sono i due principali problemi dell’ADHD. Gli insegnati, attraverso un percorso di formazione, possono imparare ad adattare le richieste scolastiche, per consentire a questi bambini di avere tempi più consoni alle loro difficoltà, a riconoscere i loro sforzi e ad aiutarli.

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