Quando si processavano i bruchi

Nel 1633 a Strambino, provincia di Torino, vennero citati in giudizio dei bruchi. E’ una storia curiosa, quella che emerge dalle carte d’epoca: Strambino nel XVII secolo era un paese agricolo, retto dai consoli cittadini e dai signori del luogo, i conti di San Martino . Il 14 febbraio 1633, stanchi della comparsa delle “gatte” (non i felini, ma piccoli bruchi che infestavano le vigne), decisero portare gli animaletti in tribunale, per far sì che non si ripresentassero sulle gemme primaverili.

Non pensate a una semplice boutade: la citazione avvenne con tutti i crismi dell’epoca, con la pubblicazione ufficiale dell’ordine di comparizione e “affission di coppia al banco di ragione” (non sia mai che i bruchi ne rimanessero all’oscuro). Solo che qualcosa andò storto, perché – raccontano sempre le cronache – gli animaletti non si presentarono al banco degli imputati. La citazione venne ripetuta a fine febbraio 1633… Ma purtroppo non si sa nulla dell’esito.

La storia di Strambino finisce qui, ma non si tratta certo di un “unicum” nella storia del nostro Paese. Processi simili avvennero ad esempio a Talamona, in Valtellina, e a Cuorgnè sempre in provincia di Torino.

Se adesso questi processi ci sembrano ridicoli, bisogna dire che fino al XVIII secolo era considerato normale processare un animale. Se una scrofa uccideva un uomo, ad esempio, poteva essere chiamata al banco degli imputati e condannata a morte per i suoi misfatti: fatto che accadde davvero in Francia nel 1386, con l’animale condannato alla tortura e all’impiccagione sulla pubblica piazza.

E d’altra parte anche nell’Esodo si dice: “Se un bue colpisce a morte un uomo o una donna, deve essere lapidato”. Senza contare il fatto che gli animali potevano essere oggetti delle trame del Maligno, e citarli al banco degli imputati poteva essere un modo per capire se avevano agito solo per “spirito bestiale” o se non ci fosse altro dietro le loro azioni. Nel 1471 a Basilea, ad esempio, un gallo venne condannato per aver deposto un uovo, cosa che evidentemente costituiva “una sfida alle leggi di natura”. Il gallo venne considerato un demone travestito e condannato al rogo. Allo stesso modo nei processi di Salem che si svolsero nel 1692-1693, a fianco degli esseri umani, vennero condannati anche una cinquantina di animali, per lo più neri: capri, conigli, galline, pecore, corvi, cani e gatti, tutti considerati demoni sotto mentite spoglie.

Sorte analoga ebbero, in molti casi, le “bestie degeneri”, colpevoli di aver sedotto uomini e aver avuto rapporti con loro (cosa che in genere provocava la morte sia del seduttore che del sedotto). A Parigi nel 1546 un certo Guyot Vuide venne condannato a morte insieme alla mucca con cui aveva avuto rapporti sessuali, mentre nel 1556 un tal Jean de la Soille venne messo al rogo con la sua asina per la stessa colpa.

Ma la maggior parte degli animali finiva alla sbarra per azioni criminose contro gli esseri umani. Una delle prime testimonianze di questo filone risale all’864: in quell’anno la Dieta di Worms condannò alla morte per fumigazione uno sciame di api, “colpevole” di aver causato la morte di un uomo. Si hanno testimonianze di un cavallo francese ucciso nel 1639 per aver disarcionato il suo padrone, e di un maiale impiccato nel 1394 in Normandia per aver mangiato un bambino.

Spesso i processi agli animali seguivano tutte le tappe di quelli agli esseri umani, con tanto di citazione, mandato di arresto, escussione delle prove e requisitoria finale. I processati potevano disporre di un avvocato difensore nominato dalla corte: come quello che, nel 1547, cercò di salvare dalla condanna una scrofa e i suoi sei porcellini accusati di aver ucciso un bambino. La scrofa venne condannata ma i cuccioli risparmiati, per “il cattivo esempio dato dalla madre” e per la loro tenera età.

Maggior successo ebbe Bartolomeo Chassenée, un avvocato francese che nel 1521 si trovò a difendere alcuni topi che avevano distrutto un raccolto di orzo. L’uomo si trovò a giustificare l’assenza dei suoi clienti in tribunale, argomentando prima che la citazione non era valida in quanto non era stata estesa a tutti i topi del distretto; in seconda battuta, che una torma di gatti, di proprietà degli accusatori, intimidiva i suoi clienti. Riuscì così a far imporre una cauzione ai contadini che avevano citato i topi in giudizio, che garantisse il loro arrivo incolumi in tribunale. Di fronte al rifiuto degli accusatori di pagare, il caso venne sospeso.

Mentre nel 1499 in Germania un orso venne salvato dal suo avvocato che si appellò al diritto dell’animale “a essere giudicato dai suoi pari”, ovvero da altri plantigradi. La giuria non venne trovata, e l’orso ebbe salva la vita.

Se i grandi accusatori di animali furono i Franchi (i Capitolari carolingi erano estremamente severi contro le bestie degeneri), si hanno casi di processi ad animali anche in Italia: uno dei più celebri riguardò alcune talpe dello Stelvio, nel 1519, accusate di aver danneggiato i raccolti con i loro scavi. Venne loro imposto di giustificare i propri atti in tribunale, adducendo motivi di “esigenza e bisogno”, secondo l’uso del tempo. Ma gli animali non si presentarono all’appello e vennero condannate all’esilio (con due settimane di tolleranza, però, per quelle talpe che fossero risultate “gravide o ancora in infanzia”).

Nel 1659, invece, fu la volta dei vermi, citati per danneggiamento agricolo e violazione della proprietà privata. Anche in questo caso gli animali vennero condannati all’esilio, e fu loro imposto di rientrare nei boschi e di non turbare più i raccolti degli uomini.

I “processi brutali“, come erano chiamati, sopravvissero fino al XVIII secolo, poi a poco a poco caddero in disuso, anche se sporadici casi si ebbero anche in tempi più recenti. Tra fine Ottocento e inizio Novecento il dibattito si accese tra i giuristi, e si arrivò alla sostanziale conclusione che gli animali erano delinquenti innati (come afferma, ad esempio, Carlo D’Addosio nel 1892): criminali per Natura, e quindi non condannabili.

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