“Non prendere freddo o ti verrà il raffreddore”. Sarà vero?

Dalla morsa gelida delle giornate d’inverno alle fresche serate di mezza stagione, una frase leggendaria risuona nei ricordi: “Copriti, o ti viene il raffreddore!” (o più semplicemente “non prendere freddo, se non vuoi ammalarti!”). Perenne monito a bambini/e e ragazzi/e accusati di incoscienza, è da molti scolpito nella pietra come un’assodata verità – ma sarà vero che prendere freddo ci espone maggiormente al raffreddore?

Il contesto

Il naso, che consideriamo erroneamente solo nella sua parte visibile, è l’accesso con l’esterno dell’apparato respiratorio, un sistema complesso necessario per l’apporto di ossigeno e l’espulsione di anidride carbonica nell’organismo. Quando inspiriamo aria, potremmo introdurre, con essa, potenziali minacce quali agenti patogeni e polveri che, se non fermate, raggiungerebbero l’apparato interno. Per questo motivo, le vie aeree superiori (che, dalle narici, terminano con la laringe, l’area dietro alla lingua) sono strutturate per “filtrare” l’aria, proteggendo le vie aeree inferiori.

Schema dell’apparato respiratorio (credit: LadyofHats/Wikipedia, traduzione di Daniele Pugliesi/Wikipedia, CC BY-SA 3.0)

Inoltre, poiché la temperatura dell’aria inspirata potrebbe essere molto differente da quella del corpo, il naso interno si occupa anche di acclimatare l’aria per ridurre lo scambio termico con l’esterno. Le funzioni di questo organo lo espongono quindi, allo stress termico (durante il freddo invernale) e agli agenti patogeni, che possono, in alcuni casi, insediarsi e riprodursi.

Il “raffreddore”, in realtà una “rinosinusite virale“, è una malattia infettiva diffusa maggiormente in tardo autunno e inverno, e per lo più causata dai rhinovirus, un tipo di virus che colpisce le vie aeree superiori, le cui temperatura e umidità interna corrispondono a quelle ottimali per la sua proliferazione (che richiede temperature comprese tra i 33 e i 35 gradi centigradi). Il virus può infettare l’organismo attraverso l’aerosol espulso attraverso gli starnuti di un individuo infetto, o raggiungendo le vie aeree attraverso il contatto diretto – per esempio, quando mani infette vengano portate al volto. Una volta insediato nell’ambiente adatto, il rhinovirus si moltiplica rapidamente e causa (di norma) una reazione del sistema immunitario; questo si occupa, appunto, di combattere le possibili minacce per il nostro organismo.

La ricostruzione virtuale di un rhinovirus, colpevole di una buona parte dei fastidiosi raffreddori (credit: Robin S/Wikipedia, CC BY-SA 3.0)

In particolare, il “primo contatto” con un’agente patogeno attiva (sempre di norma) la memoria immunologica, che permetterà successivamente di “ricordarlo” (o meglio, ricordarne i suoi antigeni), così da poterlo aggredire con più facilità. Questo è il procedimento che può renderci immuni a determinate malattie, una volta guariti alla prima infezione; l’efficienza del sistema è però poco efficace con i rhinovirus: ne conosciamo infatti oltre un centinaio di differenti, e la loro diversità (nello specifico, la diversità dei loro antigeni) rende improbabile immunizzarsi da tutti, senza considerare gli altri virus che possono causare la rinosinusite. Questo è proprio la ragione per cui il raffreddore ci accompagna così frequentemente, e può colpirci anche più volte nel corso di un anno. È anche importante ricordare che la capacità di risposta del sistema immunitario è cruciale per il contenimento dell’infezione; una minore efficienza di quest’ultimo (anche, ad esempio, a causa di stress) può esporre più facilmente alla malattia. Infine, al raffreddore di origine virale può seguire un’infezione batterica.

“Non prendere freddo o ti viene il raffreddore”. Vero o Falso?

Parzialmente vero. È necessario premettere che “prendere freddoNON è la causa diretta del raffreddore: come detto, questo è causato da un’infezione virale (o batterica). Se le fresche serate di mezza stagione possono influenzare ben poco il nostro stato di salute, il freddo (intendendo il clima continentale invernale), per più ragioni, può facilitare l’insediamento e la riproduzione del virus, se presente, all’interno delle vie aeree superiori.

Il freddo non è la causa diretta del raffreddore, ma, se intenso, può facilitare linsediamento dei virus nelle vie aeree superiori

Anche se la ricerca scientifica non ha tolto qualsiasi dubbio sulla questione[1], e anzi esistono studi che negano qualsiasi correlazione fra raffreddore e freddo (o che il freddo riduca l’efficacia del sistema immunitario), è bene evitare, se non strettamente necessario, di esporsi al freddo invernale, soprattutto se non adeguatamente protetti. Innanzitutto, il sistema immunitario funziona al meglio a temperature di 37 gradi o più; la febbre infatti (troppo spesso considerata un effetto nocivo anche quando non eccessiva) ha lo scopo di attivarlo il più possibile. Quando siamo esposti al freddo, il sistema circolatorio, che si occupa anche di distribuire il calore nel corpo, riduce l’afflusso di sangue alle estremità, causandone l’abbassamento di temperatura per preservare quella delle aree più critiche. Questo causa una riduzione della risposta immunitaria nelle aree più esposte, compromettendo in parte anche l’efficacia del naso interno, già ambiente ideale per l’insediamento del rhinovirus, che trova meno resistenza; se presente, quindi, inizia a moltiplicarsi rapidamente, manifestando i sintomi della malattia nei giorni successivi.

In breve

Lavare le mani permette di limitare di portare al volto virus e batteri, facilitando l’infezione nasale

  • Il naso interno, per temperatura e umidità, è già l’ambiente adeguato per lo sviluppo dei rhinovirus. Il sistema immunitario si occupa tuttavia di combattere eventuali agenti patogeni.
  • L’esposizione del corpo al freddo intenso causa una riduzione della capacità di regolazione della temperatura nelle parti più esterne, a causa del minore afflusso di sangue. Meno sangue significa quindi minore efficacia del sistema immunitario. Inoltre, inspirare aria molto fredda indebolisce le vie aeree a causa dello shock termico; questo, irritando i tessuti, riduce anch’esso l’efficacia in loco del sistema immunitario, facilitando l’insediamento dei virus.
  • Il muco tipico del raffreddore non è, come alcuni credono, provocato dai virus o batteri, ma è la risposta del corpo all’infezione, nel tentativo di espellere l’agente patogeno.
  • Se è strettamente necessario esporsi al freddo invernale, ricordarsi di proteggere tutto il corpo (mani, collo, persino il volto per il freddo più intenso): le parti esposte funzionano altrimenti da “radiatore”, disperdendo il calore del corpo e costringendo il sistema circolatorio alla compensazione.
  • Se si è già vittima di un raffreddore, è sempre sconsigliabile respirare aria molto fredda con la bocca: si espone inutilmente il sistema respiratorio interno ad aria non filtrata e non acclimatata, con il rischio di causare infiammazione. Se già il raffreddore può richiedere una o due settimane per essere sconfitto, un forte mal di gola può richiederne molte di più, soprattutto se provocato da una sovrainfezione.
  • Lavarsi le mani riduce il rischio di trasmissione del virus attraverso il contatto mano-volto. Un motivo in più per farlo regolarmente, soprattutto perché è facile entrare in contatto con superfici che possono ospitare rhinovirus (e virus o batteri in genere): maniglie, manopole, cellulare, tastiera del computer… ovvero la maggior parte degli oggetti di uso comune.

Le origini

La prima pagina del secondo volume del De Differentiis Febrium di Galeno, in un’edizione del 1526 (credit: Bayerische Staatsbibliothek, CC BY-SA 3.0)

La credenza che il freddo causi il raffreddore è ben radicata nella tradizione popolare, anche se è basata sulla mera osservazione della correlazione fra l’abbassamento delle temperature e la manifestazione dei raffreddori (che, come detto, sono molto più diffusi durante le stagioni fredde). L’etimologia della parola è un chiaro indicatore della credenza, ed è diffuso trasversalmente fra le lingue: se in italia chiamiamo comunemente la malattia “raffreddore” (o, più anticamente, “infreddatura” o “freddore”), in inglese è chiamato “cold”, in tedesco “Erkältung”, in spagnolo “resfrío” – tutti riferimenti diretti al presunto collegamento con il clima. Non è un caso: a partire dalla teoria umorale di Ippocrate (V-IV secolo a.C.) e dal suo consolidamento con Galeno nel II secolo d.C., i medici nell’antichità ritenevano che la febbre fosse causata dagli umori del corpo, e che il muco (identificato nell’umore chiamato flegma) subisse l’influenza del freddo. L’idea è persistita nei secoli; è solo con l’avvento della microbiologia che sappiamo, invece, che le ragioni sono ben più complesse, poiché il freddo, anche intenso, non è in grado di per sé di causare la malattia.

Al raffreddore è collegata anche la curiosa credenza per cui, tenendo in tasca uno o più frutti dell’ippocastano (dialettalmente chiamate “castagne matte” e molto velenose se ingerite) si possa prevenire l’insorgenza della malattia.

Riferimenti:

  1. Uno studio sui topi infettati da un rhinovirus modificato per colpire i roditori, pubblicato su PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences) e citato in Italia anche da Le Scienze, sembra evidenziare l’importanza della temperatura nello sviluppo dei rhinovirus. Si tratta tuttavia di un singolo lavoro, per quanto peer-reviewed e pubblicato su una testata prestigiosa.

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Si ringrazia il dott. Federico Guardia Nicola per la consulenza medica.

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