L’iscrizione luvia di Beyköy e i Popoli del Mare

Articolo di Agnese Picco

Recentemente sui principali giornali stranieri e italiani è stata ripresa la notizia della traduzione di un’iscrizione, a lungo ignorata, che farebbe luce sull’antico mistero della distruzione quasi simultanea dei più potenti imperi mediterranei dell’età del Bronzo, ad opera dei Popoli del Mare. Infatti, intorno al 1200 a.C, i palazzi micenei furono violentemente distrutti e crollò quel sistema statale che aveva creato per esempio la scrittura lineare B, facendo ripiombare la Grecia continentale in un periodo basato sull’economia agricola.

L’impero Ittita si sgretolò sotto le spinte indipendentiste degli stati che ne facevano parte e le invasioni di alcune popolazioni nomadi, inoltre una carestia terribile inasprì le condizioni economiche. La capitale, Khattuša, fu volontariamente abbandonata e la corte si trasferì in una località non ancora nota. Anche altri piccoli stati medio orientali subirono lo stesso destino, lasciandoci i resti di distruzioni violente.

Solo il potente Egitto, più occidentale dei grandi regni mediterranei, riuscì a salvarsi, grazie all’intervento del faraone Ramses III che con il suo esercito riuscì a fermare questi invasori. Proprio nei testi egizi troviamo i nomi di queste popolazioni e la loro identificazione come i responsabili del crollo degli imperi sopra citati, tanto che già nell’800 si cominciò a definire con il termine Popoli del Mare questo insieme di varie etnie. Nello stesso periodo cominciò il tentativo, spesso controverso, di associare questi nomi a quello delle popolazioni citate in altri testi antichi, per poterli identificare geograficamente ed archeologicamente. Ad oggi, l’unica identificazione certa e universalmente accettata dagli studiosi, è quella relativa ai Peleset-Filistei, mentre sono ancora controverse sia le altre attribuzioni (Shardana-Sardi, Šekeleš-Siculi, Lukka-Lici, Tjeker-Teucri, Tereš-Tirreni-Etruschi, Wešeš-Osci, Danuna-Danai e Aqaiwaša-Achei) che l’effettivo impatto che l’invasione di questi eserciti ebbe su imperi organizzati e centralizzati come quello ittita. Infatti, date le recenti ricerche, pare più probabile che questo fosse già in crisi per una serie di concause, come il peggioramento delle condizioni climatiche, violenti terremoti, una crisi economica e dei commerci a lungo raggio e infine anche lo spostamento di popolazioni, forse in fuga da situazioni di povertà.

L’iscrizione luvia di Beyköy

Come di inserisce l’iscrizione di Beyköy in questo panorama?

Prima di tutto bisogna specificare che si stratta di un’iscrizione in lingua luvia, parlata in alcuni regni marginali dello stato Ittita, corrispondenti all’odierna Turchia sud-occidentale, e chiamati con l’etnonimo di Arzawa nelle fonti.

Per quanto riguarda l’iscrizione di Beyköy, la traduzione integrale (ad opera di Fred Woudhuizen) non è ancora nota, ma il suo contenuto è stato in parte pubblicato da Eberhard Zangger, altro autore dello studio, nel suo libro Die Luwier und der trojanische Krieg. La vicenda narrata riguarda  Kupanta Kurunta, re di Mira, noto anche da altre fonti. Egli incaricò il re di uno stato a lui sottoposto, Muksus di Troia, di guidare una spedizione navale contro la città di Ashkelon, collocata nell’odierno Israele, dove avrebbe successivamente costruito una fortezza.

L’iscrizione inoltre racconta come Kupanta Kurunta divenne re di Mira: suo padre, Mashuiluwa, prese il controllo del regno di Troia dopo che il suo vecchio re, Walmus, fu deposto. Dopo qualche tempo Mashuiluwa rimise sul trono il vecchio re, in cambio della sua fedeltà al regno di Mira.

Dopo la morte del padre, Kupanta Kurunta gli succedette al trono, diventando anche guardiano del regno di Troia.

Una storia rocambolesca

Se la traduzione completa deve ancora essere resa nota, è invece conosciuta la storia dell’iscrizione. Infatti l’originale non esiste più, ma gli è sopravvissuta solamente una copia, trovata nella residenza estiva del famoso archeologo James Melaart, morto nel 2012. Nei suoi scritti lo studioso racconta come l’archeologo francese Georges Perrot, in un suo viaggio in Turchia effettuato nel 1878, scoprì vicino al villaggio di Beyköy questa pietra iscritta. Purtroppo gli abitanti locali, che stavano costruendo una moschea, volevano usarla come materiale edile, per le fondamenta dell’edificio e Perrot fece appena in tempo a copiarla prima che andasse persa.

Gli appunti dell’archeologo francese rimasero sconosciuti per anni, fino a quando lo studioso Bahadır Alkım li ritrovò e copiò il disegno di Perrot. A sua volta Mellaart ricopiò l’iscrizione dagli appunti di  Alkım (morto nel 1981) e questo è il disegno preso in esame da Woudhuizen e Zangger.

Ma la storia non finisce qui, infatti, secondo gli appunti di Mellaart, nel 1956 si costituì un team di studiosi per decifrare l’iscrizione di Beyköy e altre trovate negli appunti di Perrot, ma non vi riuscì a causa della morte dei suoi membri. Mellaart, che era il più giovane, sopravvisse agli altri, ma senza riuscire a decifrare l’iscrizione (si dice infatti che non sapesse la lingua luvia). Nelle sue memorie lasciò però scritto che, se non fosse riuscito a tradurre il testo prima di morire, qualcun altro avrebbe dovuto continuare il suo lavoro.

L’iscrizione è autentica?

Se questa vicenda contiene tutti gli elementi per un film sul fascino romantico dell’archeologo (l’antico manoscritto ritrovato, tutti i reperti in esame ormai perduti, la morte dei membri del team che non riescono a risolvere il mistero, il vecchio professore che lascia ai posteri le sue memorie), gli studiosi moderni avanzano alcuni dubbi sull’autenticità del manoscritto.

Innanzi tutto viene posta l’attenzione sul viaggio di Perrot del 1878. Infatti l’archeologo francese si recò per l’ultima volta in Turchia nel 1871.

Un’altra perplessità sta nel fatto che se ne trova menzione solo nei testi di Mellaart, archeologo famoso in gioventù, ma successivamente accusato di favorire il mercato nero e di aver sovrastimato alcuni reperti o aver addirittura creato falsi, tanto da essere interdetto a compiere scavi in Turchia.

Anche le teorie del principale autore dello studio, che pure ammette di non avere la certezza dell’autenticità del reperto, sono alquanto controverse. Egli infatti sostiene che la Troia omerica, anche citata nel testo del Beyköy sia in realtà l’Atlantide raccontata da Platone[1]. Anche le sue teorie secondo cui la civiltà Luvia causò la guerra di Troia e il collasso dell’età del Bronzo (che troverebbe conferma in questa iscrizione), non è accettata da molti studiosi[2].

 

Per fare chiarezza, data la specificità dell’argomento (la lingua luvia viene capita da poco più di 20 persone nel mondo), abbiamo fatto alcune domande a Giulia Torri, Docente di ittitologia presso il Dipartimento di Storia, Archeologia, Geografia, Arte e Spettacolo dell’Università degli Studi di Firenze.

Come si inserisce l’iscrizione di Beykoy nel panorama archeologico e linguistico del periodo? E’ coerente su quanto sappiamo già di Kupanta-Kurunta e il regno di Mira?

Io non ho avuto modo di leggere l’iscrizione in questione anche perché il manoscritto verrà pubblicato a dicembre. So, tuttavia, che gli stessi autori del libro in uscita presentano questa iscrizione con una certa cautela ammettendo che potrebbe essere un falso. Al momento l’unico Kupanta Kurunta a noi noto, vive come re di Mira Kuwaliya, uno stato dell’Anatolia occidentale, nel periodo dei sovrani Mursili II e Muwatalli II, all’inizio del XIII sec. a.C. L’invasione dei Popoli del Mare è datata a 100 anni dopo, almeno. Sicuramente è possibile che queste genti abbiano attaccato l’Anatolia occidentale esattamente come attaccarono il levante ma decisamente più tardi. Gli studi recenti inoltre non sembrano favorire l’interpretazione che il regno di Hatti, l’impero ittita, cadesse per mano dei Popoli del Mare ma per ragioni soprattutto interne. Quindi, se questa la è la realtà descritta non abbiamo una coerenza con la sequenza storica degli eventi.

Il re di Mira nella tarda età imperiale ittita è Tarkasnawa e ci si chiede perché questo re non sia menzionato. Forse perché l’iscrizione non è originale ed è stata composta ad hoc in un periodo precedente alla ricostruzione della sequenza dinastica dei re di Mira. Sappiamo che Troia è menzionata nelle fonti ittite come Wilusa ma all’epoca di Muwatalli sembra essere un regno indipendente che ricade sotto il controllo degli ittiti. Abbiamo infatti un trattato da Muwatalli di Hatti e Alaksandu di Wilusa. Le fonti ittite non menzionano ad oggi nessuno degli eventi narrati nella famosa iscrizione. Anche questo è strano.

I Popoli del Mare distrussero anche il regno di Mira e l’impero Ittita di cui faceva parte? Cosa ci fa pensare che i Luvi facessero parte di queste popolazioni?

Noi allo stato attuale non sappiamo se i Popoli del Mare distrussero il regno di Mira. Non sappiamo nemmeno se e quanto alla fine del XIII sec. gli ittiti controllassero ancora il regno di Mira (e comunque Kupanta Kurunta doveva essere già morto). Gli ittiti non furono distrutti dai Popoli del Mare. Sicuramente grazie a questi popoli persero molti dei porti siriani e della costa levantina, ma i Popoli del Mare non si spinsero mai nell’entroterra fino alla capitale ittita. Qui non ci sono tracce di distruzione che possano avallare una simile teoria.

Siamo invece certi che le popolazioni dell’Anatolia occidentale dovevano essere Luvie, un gruppo etnico dell’Anatolia imparentato con l’ittita, la cui lingua apparteneva come quella ittita alla famiglia linguistica indoeuropea. Allo stato attuale non abbiamo trovato testi cuneiformi provenienti dall’Anatolia occidentale se non le lettere di Arzawa ritrovate nella capitale egiziana El Amarna. In questo caso il re menzionato in queste lettere è Tarhundaradu di Arzawa e il faraone Amenofi III. Le lettere sono scritte in lingua ittita.

Dall’Anatolia occidentale abbiamo rilievi di sovrani e principi locali tra cui il più noto è il rilievo di Karabel che rappresenta Tarkasnawa re di Mira

Kupanta-Kurunta è un nome ben noto da molte iscrizioni e documenti, ma Muksus di Troia? Il nome è noto?

Muksus di Troia non direi. Sembra anche molto dubbio che la città di Ashkelon sia nominata in una iscrizione anatolica. O che sia mai stata raggiunta da un re dell’Anatolia occidentale.

Se l’iscrizione fosse vera, quale sarebbe la sua importanza effettiva? Davvero risolverebbe il mistero dei Popoli del Mare?

Ma ci sono misteri sui Popoli del Mare? Gruppi misti di migranti come sono ben rappresentati a Medinet Habu che si spostano in cerca di terre migliori, che sbarcano su una terra anche creando scompiglio ma nel successivo periodo del Ferro sono parte integrata delle popolazioni locali. Non saprei proprio dove potrebbe essere il mistero.

Mi hai detto che in Anatolia si lavora su documenti più interessanti, di cosa parli? quali sono le nuove frontiere dell’Anatolistica?

Non si capisce perché un’iscrizione così discussa e tanto controversa e soprattutto non ancora nota abbia sollevato tanta polvere. Negli ultimi anni il nostro orizzonte storico è cambiato, da quando l’archeologo di Hattusa, Jürgen Seeher, dimostrò che la capitale ittita non era stata distrutta ma abbandonata. Le scoperte di nuovi documenti in geroglifico anatolico è costante e ogni anno si aggiungono tasselli alle nostre conoscenze; scavi in Anatolia riportano alla luce città ittite, di tutto questo non si legge mai.

C’è qualche libro che puoi consigliare a chi volesse saperne di più?

Direi il libro di Trevor Bryce, The Kingdom of the Hittites, Oxford, Clarendon Press, 1998

Note

[1] Eberhard Zangger, The Food of Heaven, 1992, e Eberhard Zangger, The Future of the Past, 2001. Per una trattazione critica: http://bmcr.brynmawr.edu/1995/95.02.18.html

[2] Per esempio: http://www.jasoncolavito.com/blog/swiss-geoarchaeologist-claims-lost-luwian-civilization-caused-the-bronze-age-collapse-and-the-trojan-war

Hai gradito questo post? Aiutaci con una