Cosa rende felice il tuo cervello (e perché devi fare il contrario)

Cosa rende felice il tuo cervello (e perché devi fare il contrario)
David Di Salvo
Bollati Boringhieri, 2013
pp. 336
€ 22,00

 

Recensione di Andrea Milzi

Il lettore medio di questo sito, approcciandosi anche a questa recensione con lo spirito critico che gli è proprio, implorerà pietà sin dalla visione della copertina. Già ne sento il lamento disperato: “No, per piacere, non un altro self-help book, ché già ho la libreria piena di titoli come Migliora te stesso o Sfrutta tutte le tue capacità. Li ho letti sei volte, nella speranza avessero qualche formula magica al loro interno, ma alla fine campo sempre uguale!”. E non posso darvi torto, amici, visto che personalmente ritengo che quasi sempre gli unici self ad essere stati effettivamente aiutati da questi libri siano i loro autori, in particolare in ambiti sensibili quali il saldo del conto in banca e la dichiarazione dei redditi. Tuttavia, al di là del titolo ammiccante, l’approccio di Di Salvo è esattamente l’opposto di tutto questo, ed egli stesso lo mette ben in chiaro sin dalle prime pagine: il suo intento non è quello di indicarci la strada verso una vita migliore, ma piuttosto di divulgare i risultati di un gran numero di studi di neuroscienze relativi ai più disparati campi della vita quotidiana. Sul fatto, poi, che questo possa aiutarci nella nostra giornaliera lotta contro la routine, non ci piove; ma l’obiettivo principale è ben altro. L’autore stesso conia, per definirlo, il bel termine di science – help: prima viene l’oggettività della scienza, poi, semmai, la concretizzazione delle scoperte e la loro applicazione pratica, cui è dedicato unicamente un capitolo conclusivo – che, peraltro, probabilmente è il meno interessante del lotto.

L’idea di Di Salvo è che, tendenzialmente, il nostro cervello sia una potente entità normalizzatrice, che si sforza di ricondurre ad uno schema sempre valido tutte le variegate situazioni che ci troviamo a fronteggiare. Se ci si riflette un attimo, la cosa ha un senso anche dal punto di vista evolutivo; è qualcosa che persino indaghiamo, quando nei test del QI (o sulla Settimana Enigmistica distrattamente sfogliata sotto l’ombrellone) ci viene chiesto di completare una serie numerica o di figure. Riconoscere un pattern e saperlo portare avanti è quindi un’abilità ritenuta sinonimo di intelligenza.

Tuttavia – e qui cominciano i problemi – per Di Salvo la pulsione a ricondurre tutto alle nostre categorie mentali ci porta a commettere diversi errori, dal non ammettere l’esistenza di eccezioni rispetto a questo rigido schema, al sottostimare l’influenza di aspetti che di norma nemmeno considereremmo, come avere tra le mani una tazza di tè caldo mentre parliamo bene di un amico (e se volete saperne di più, vi tocca approfondire). La nostra felicità – ed ecco chiarirsi il perché del titolo – deriverebbe dall’attività elettrica del nostro cervello scatenata dalla coincidenza di realtà ed aspettative, anche quando per ottenerla siamo costretti a forzare i dati che ci giungono dall’esterno, come per indossare un paio di pantaloni che ci andavano comodi ahimè solo un paio di chili fa.

Si tratta, alla fine dei conti dello stereotipo della beata ignoranza, caro anche a Giordano Bruno: stiamo bene quando viviamo in una realtà virtuale che soddisfa le nostre attese, un po’ meno quando dobbiamo venire a patti con quello che effettivamente esiste. Eppure è una felicità che, per quanto biochimicamente e neurofisiologicamente radicata, rimane sempre molto superficiale e ci espone a notevoli delusioni, nel momento in cui la discrepanza dovesse manifestarsi in modo insopprimibile. Ecco emergere, quindi, anche la necessità di fare l’esatto contrario di quel che soddisfa il nostro cervello, così da bypassare quelle fallacie che quotidianamente ci protendono spesse fette di prosciutto davanti agli occhi e difenderci da chi approfitta della conoscenza di questi bias. Per chi leggerà il saggio non sarà difficile trovare almeno quattro o cinque esempi di situazioni reali in cui qualche furbetto ha effettivamente tratto un indebito vantaggio dalle falle del nostro sistema. Come quando qualcuno cerca di venderci qualcosa: se crea una narrazione, riesce a stimolare una sorta di overdrive delle emozioni sulla razionalità, spingendoci così a consumare. O, ancora, si può pensare a come si riescano ad orientare i comportamenti agendo sul flusso delle informazioni – per esempio, facendo aumentare o diminuire il consumo di caffè a seconda che agli avventori di un bar siano presentati articoli entusiastici oppure critici sui suoi effetti. E, per tornare a bomba, forse conoscere queste debolezze attraverso la lente degli studi scientifici ci aiuterà nella nostra vita quotidiana ben più di una qualunque strampalata teoria psicologica espressa da un guru a caso.

In definitiva, Cosa rende felice il tuo cervello (e perché devi fare il contrario) è un testo che non dovrebbe mancare nella biblioteca di un lettore curioso. Di Salvo, infatti, riesce a guidarci in questo interessante viaggio con uno stile al contempo leggero ed informativo. Quando si hanno così felici incontri tra la capacità divulgativa ed un solido impianto scientifico, vale sempre la pena di dedicarvi qualche ora del nostro tempo libero.

 

2 pensieri riguardo “Cosa rende felice il tuo cervello (e perché devi fare il contrario)

  • 20 Novembre 2013 in 22:08
    Permalink

    Salve, 
    leggendo la biografia dell’autore sul suo sito internet (www.daviddisalvo.org) vedo che si definisce un “science writer”: un divulgatore scientifico, una sorta di “Piero Angela”, insomma? Io speravo si trattasse di un neuroscienziato, ma correggetemi se ho frainteso… Inoltre, nello stesso testo,  si dice che questo è il suo primo libro non-fiction..

  • 29 Ottobre 2013 in 09:02
    Permalink

    Che bello! Un testo che probabilmente acquisterò. Il motivo è che è una delle prime volte che la scienza ufficiale riconosce il fenomeno della meccanicità della mente umana, e lo inquadra in un ambito da superare.
    Resta inteso che molte discipline interiori ne conoscono i meccanismi già da qualche migliaio di anni e proprio conto questa meccanicità vanno a suggerire le varie tecniche conosciute o meno.

    Senza scomodare cose antiche comunque, le opere di G.I. Gurdjieff e P.D. Ouspenskji come “La quarta via”, o “I racconti di Belzebù al suo piccolo nipote” hanno esplorato questo argomento nel periodo a cavallo tra fine dell’800 e primi del ‘900.

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