Omeopatia: funziona? I risultati delle metanalisi

Gli studi sull’efficacia dei rimedi omeopatici pubblicati sulle riviste scientifiche sono ormai qualche migliaio, ma a quali conclusioni arrivano? È stato dimostrato un effetto dell’omeopatia superiore al placebo? Per rispondere a questa domanda gli epidemiologi negli ultimi vent’anni hanno effettuato una serie di ricerche chiamate “metanalisi” che prendono in esame sistematicamente la letteratura scientifica esistente. Per una descrizione più approfondita di come si fa una metanalisi rimandiamo a questo link, ma, semplificando molto, il principio di fondo è mettere insieme con determinati criteri i risultati di studi differenti, compiuti magari su campioni statistici piccoli, per cercare di ottenere risultati quantitativamente significativi.
Riportiamo in sintesi i risultati più rilevanti e rimandiamo per gli approfondimenti agli articoli originali.

1991

Sul British Medical Journal viene pubblicata una rassegna di 107 studi clinici che conclude:

Per il momento le evidenze dei test clinici sono positive, ma non sufficienti a trarre conclusioni definitive, perché la maggior parte dei test è di bassa qualità metodologica […]. Ciò indica che vi sono valide ragioni per ulteriori valutazioni ma solo tramite studi ben condotti. (J. Kleijnen, P. Knipschild, G. ter Riet. “Clinical trials of homeopathy” Brit. Med. J. 302, 1, 1991)

1997

Si valutano statisticamente i risultati di 89 studi clinici nei quali l’effetto di trattamenti omeopatici è stato confrontato con quello di un placebo, cioè di una sostanza priva di qualsiasi effetto terapeutico. La conclusione degli autori dell’analisi è che esiste una piccola differenza statisticamente significativa a favore del trattamento omeopatico, non conclusiva ma sufficiente a giustificare ulteriori indagini cliniche.

I risultati della nostra metanalisi non sono compatibili con l’ipotesi che gli effetti clinici dei trattamenti omeopatici siano completamente dovuti al placebo. Tuttavia non abbiamo prove sufficienti per affermare che l’omeopatia sia efficace nel trattamento di una patologia specifica. (Linde K, Clausius N, Ramirez G et al., “Are the clinical effects of homeopathy placebo effects? A meta-analysis of placebo-controlled trials”, Lancet 350 (9081): 834–43, 1997)

1999

Gli stessi autori dell’articolo cautamente positivo pubblicato nel 1997 in seguito a ulteriori analisi concludono che:

Da quando abbiamo completato la nostra rassegna della letteratura nel 1995, è stato pubblicato un considerevole numero di nuovi studi. Il fatto che molti dei nuovi studi di alta qualità… abbiano risultati negativi e un recente aggiornamento della nostra rassegna per il tipo più “tradizionale” di omeopatia (che prevede la formulazione di un trattamento individuale per ogni paziente, NdR) sembrano confermare la conclusione che gli studi più rigorosi danno i risultati meno promettenti. Sembra perciò probabile che la nostra metanalisi abbia quanto meno sovrastimato gli effetti dei trattamenti omeopatici. (Linde K, Scholz M, Ramirez G, Clausius N, Melchart D, Jonas WB, “Impact of study quality on outcome in placebo-controlled trials of homeopathy”, J Clin Epidemiol 52 (7): 631–6, 1999)

2001

Pubblicata una metanalisi sui trial clinici omeopatici nella quale si conclude che i primi studi pubblicati presentavano debolezze metodologiche e nella presentazione dei risultati. (Linde K, Jonas WB, Melchart D, Willich S, “The methodological quality of randomized controlled trials of homeopathy, herbal medicines and acupuncture”, Int J Epidemiol 30 (3): 526–31, 2001)

2002

Visto il numero elevato di metanalisi presenti, nel 2002 è stata pubblicato uno studio che le analizza a loro volta. Dallo studio emerge che i trial clinici di maggiore qualità tendono ad avere meno risultati positivi di quelli di scarsa qualità, lasciando presupporre che i risultati positivi siano dovuti a errori di metodo, più che a un’effettiva efficacia del trattamento omeopatico.
In più, se si analizzano separatamente i singoli rimedi omeopatici,

nessun rimedio omeopatico fra quelli analizzati dimostra di avere un effetto clinico superiore al placebo. (Ernst E, “A systematic review of systematic reviews of homeopathy”, Br J Clin Pharmacol 54 (6): 577–582, 2002)

2005

La rivista The Lancet pubblica una metanalisi di 110 studi omeopatici condotti in condizioni di controllo e anche in questo caso le conclusioni portano verso l’inefficacia dei rimedi omeopatici. (Shang A, Huwiler-Müntener K, Nartey L, Jüni P, Dörig S, Sterne JA, Pewsner D, Egger M, “Are the clinical effects of homoeopathy placebo effects? Comparative study of placebo-controlled trials of homoeopathy and allopathy”, Lancet 366 (9487): 726–732, 2005). Questo lavoro è stato molto criticato dagli omeopati (qui e qui). Tali critiche hanno ricevuto risposta qui.

evolutipersbaglio nei commenti a questo pezzo precisa che questo lavoro non è una metanalisi ma uno studio comparativo:

Gli autori hanno cercato coppie di studi che curano una stessa patologia con terapia tradizionale e con omeopatia ed hanno confrontato i risultati. Cioè è uno studio comparativo tra 110 coppie di lavori omeopatici e dei loro equivalenti allopatici. Questa è una distinzione importante perché la maggior parte delle critiche diceva: “Ma voi non potete fare una metanalisi così si tratta di diverse patologie, e di diversi rimedi!!, mettete insieme capre e cavoli!” e gli autori rispondevano:”Leggiti bene il lavoro: NON abbiamo fatto una metanalisi ma uno studio comparativo”. Allora gli omeopati “Ma non questo è un metodo un po’ strano!” e loro “Siete stati proprio voi omeopati che avete pubblicato il primo studio comparativo con questo metodo, vi accorgete solo ora che è strano?”.

2006

Pubblicata una metanalisi di sei protocolli clinici sul trattamento con rimedi omeopatici degli effetti collaterali dei chemioterapici e dei radioterapici in malati di cancro. I risultati sono

“incoraggianti, ma le prove sono insufficienti per sostenere l’efficacia clinica dell’omeopatia in questo tipo di cura”. (Milazzo S, Russell N, Ernst E, “Efficacy of homeopathic therapy in cancer treatment”, Eur. J. Cancer 42 (3): 282–9, 2006)

2007

Una rassegna sistematica dell’utilizzo dell’omeopatia in bambini e ragazzi affetti da ADHD (sindrome da deficit di attenzione e iperattività, una patologia molto controversa) non ha riscontrato differenze fra il trattamento e il placebo.
(Altunç U, Pittler MH, Ernst E, “Homeopathy for childhood and adolescence ailments: systematic review of randomized clinical trials”, Mayo Clin Proc 82 (1): 69–75, 2007)

2010

Nel 2010 è stato pubblicata una nuova metanalisi di tipo qualitativo sull’efficacia dei rimedi omeopatici per il trattamento dell’artrite reumatoide dal titolo esplicativo:

“L’Omeopatia mostra effetti benefici in pazienti affetti da artrite reumatoide attribuibili al processo di consultazione ma non al rimedio omeopatico: un trial clinico randomizzato.”

Come scrive Stefano Dalla Casa su OggiScienza:

L’effetto terapeutico starebbe quindi nell’interazione personale tra omeopata e paziente, giustificando quindi la peculiarità e l’efficacia dell’approccio Omeopatico. Questo, in buona sostanza, consiste nel tempo che l’omeopata dedica alla visita di ogni paziente prima della prescrizione del rimedio. Nella medicina “ufficiale” invece la visita è di norma molto, per necessità o meno, molto più veloce e impersonale.

Una precisazione di metodo per collocare nel corretto contesto questa rassegna di metanalisi: la valutazione statistica dell’effetto di un nuovo farmaco è un terreno estremamente delicato. Con una certa frequenza vengono pubblicati studi con risultati molto promettenti, che poi nella pratica clinica si ridimensionano molto o scompaiono, per una serie di ragioni. Una delle più note è il “bias di pubblicazione” (non solo gli omeopati, ma tutti i ricercatori, medici e no, pubblicano più volentieri gli studi che mostrano risultati positivi di quelli che mostrano un buco nell’acqua, perciò l’insieme degli studi pubblicati tende a dare un quadro più roseo rispetto alla realtà). Ci sono anche ragioni più complesse di carattere prettamente matematico descritte esaurientemente in questo articolo.

Di conseguenza è prudente non considerare come prova definitiva dell’efficacia di un farmaco il singolo studio positivo, anche quando sembra statisticamente piuttosto solido, ma aspettare che venga confermato da altri lavori (non perché si ipotizzino frodi, ma per le ragioni “fisiologiche” citate prima).

Nel caso dell’omeopatia, non soltanto non esiste ancora, dopo vent’anni di studi, conferma dei risultati sperimentali, ma anche gli studi più favorevoli pubblicati mostrano risultati nulli oppure ai limiti della significatività statistica.

120 pensieri riguardo “Omeopatia: funziona? I risultati delle metanalisi

  • 16 Marzo 2011 in 12:12
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    Anche io ti capisco caro Aldo ma provare a fare di una pratica ottocentesca e magica una scienza medica è un tentativo, strumentale quasi sempre, perso in partenza.
    <i>Quando Tu mi darai uno studio che sia, ai miei occhi specchio dei Tuoi sull’ Omeopatia,  una dimostrazione definitiva che l’ Aspirina ha proprietà analgesiche e antipiretiche, io riuscirò, senza alcun dubbio, a dare, ai Tuoi occhi e secondo i Tuoi partigiani criteri, “Uno studio che dimostri un’azione evidente e chiara di una preparazione omeopatica</i>
    Una ricerca puoi farla anche tu, ti aiuto:
    Ecco uno studio che dimostra che l’aspirina ha proprietà analgesiche superiori al placebo:
    http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/6608855
    Qui un doppio cieco vs placebo (aspirina superiore al placebo):
    http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/12873261
    Qui un interessante riscontro: l’aspirina riduce lo stimolo nocicettivo in ratti esposti al calore:
    http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/11849764
    Qui una metanalisi contro un altro analgesico ed un placebo (aspirina superiore al placebo):
    http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/17406776
    Qui uno studio sul dosaggio ed un paragone con paracetamolo e placebo (aspirina superiore al placebo):
    http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/12534583
    Qui uno dei tanti effetti dimostrabili e misurabili dell’aspirina sull’organismo umano (azione ipotalamo-ipofisaria):
    http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/9062488
    …e qui nell’uso comparato ad altre molecole e con un placebo, sulla dismenorrea (aspirina più efficace del placebo):
    http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/9692420
    Troverai modo di spostare i paletti, non vedo altra scappatoia d’altronde, ma io mi baso su questo per curare i pazienti, devi capirlo e non posso basarmi su stregonerie o concetti da sabba medievale.
    Il resto sono solo chiacchiere.
    A presto.

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  • 20 Marzo 2011 in 14:11
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    Caro WeWee, mi sembra che Tu mi spedisca gli abstracts dei lavori che, secondo Te, dimostrerebbero l’ efficacia dell’ Aspirina come analgesico e antipiretico, senza nemmeno leggerli: TROPPO FACILE DEMOLIRLI, non mi diverto nemmeno! Ti ringrazio, comunque, per aver cercato lavori più recenti.
    Lavoro 1: (procedendo dall’ alto verso il basso) non viene nemmeno studiato l’ effetto antipiretico, solo quello analgesico e con parametri volutamente soggettivi. Per giunta, l’ acido acetilsalicilico viene studiato ad un dosaggio di 648 mg, superiore ai massimi oggi usati in commercio (500 mg). Al massimo questo lavoro può far venire il dubbio che l’ Aspirina abbia effetti analgesici solo a dosaggi gastrolesivi  ed emorragici e che, quindi, l’ industria abbia deciso di commercializzarla in dosi blande che non hanno effetti rilevanti, sfruttando la creduloneria dei Medici e dei Pazienti sui suoi tanto decantati effetti analgesici ed antipiretici.
    Lavoro 2: Qui, addirittura, l’ AUTORE AFFERMA QUELLO CHE AFFERMO IO! “Per più di un secolo abbiamo utilizzato l’ Aspirina come analgesico/antipiretico nelle infezioni del tratto alto delle vie respiratorie, ma senza sufficienti prove cliniche”. E, come sai, anche se il suo lavoro dimostrasse finalmente l’ efficacia dell’ Aspirina in questo caso, un lavoro solo non basta per ottenere consensus internazionale su un farmaco. In ogni caso il suo lavoro non lo dimostra: PRIMO perché non viene assolutamente studiata l’ attività antipiretica, ma solo quella analgesica. Forse perché la febbre  si può misurare, mentre la sensazione di maggiore o minor mal di gola è soggettiva? Secondo perchè l’ abstract non dichiara nemmeno di quanto sia superiore l’ Aspirina al placebo nel trattamento.
    Lavoro 3: non è in doppio cieco contro placebo e non è randomizzato (quindi basterebbe questo per invalidarlo) e mi pare che l’ esperimento, che Tu consideri interessante, utilizzando il sostantivo plurale “ratti”, sia condotto con un solo ratto. Ti premetto che io lo considererei interessante, anche se non condotto in doppio cieco randomizzato contro placebo, se desse risultati positivi sul 70% di almeno 150 ratti. Se Tu mi portassi un lavoro simile, direi che l’ Aspirina potrebbe, a questo punto, essere sperimentata solo come analgesico (non antipiretico, perché non viene valutata l’ attività antipiretica nemmeno qui) anche sull’ uomo.
    E ora vado a studiarmi gli altri, perché a me le cose piace farle seriamente e con metodo scientifico. Certo, se il buongiorno si vede dal mattino…

    Risposta
  • 20 Marzo 2011 in 16:51
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    Vedi caro Aldo quando parlavo di spostamento di paletti?
    Hai impersonato perfettamente ciò che intendevo. Quando in una discussione uno degli interlocutori pur di avere ragione cambia le carte in tavola non si tratta più di discussione ma di capriccio infantile.
    Hai chiesto testualmente: “una dimostrazione definitiva che l’ Aspirina ha proprietà analgesiche e antipiretiche”, ti ho citato 7 studi (tra i 12,889 presenti) che misurano le proprietà analgesiche dell’aspirina, che mostrano effetti misurabili dell’aspirina nei recettori del calore (azione antipiretica fisiologicamente dimostrata, oltre l’inibizione delle prostaglandine, altra capacità della molecola, misurabile anche questa), che mostrano anche confrontati con altre molecole effetto superiore al placebo, prima ti ho mostrato anche studi che misurano gli effetti collaterali dell’aspirina, paragoni con molecole simili, effetti visibili e misurabili sui tessuti umani, di studi ce ne sono migliaia. Lavori del genere l’omeopatia se li sogna e se solo ne fosse uscito uno lontanamente somigliante lo avrebbero scritto pure sui muri.
    Invece in questo caso non ti basta, semplicemente perchè dimostra che non hai ragione e mai nulla ti basterà e continueresti a spostarli questi scomodi paletti perchè la tua si chiama fede, non ragione e per principio non mostrerai di non credere a nulla che non sia compatibile con la tua fede.
    La tua ostinazione dimostra che non hai interesse scientifico ma ti interessa solo avere ragione ad ogni costo, ma purtroppo per te proprio la ragione (oltre alla scienza) è contro l’omeopatia, rassegnati, non sono io, umile medico, a dirlo ma cervelli ben più importanti di me.
    A questo punto la discussione è inutile e noiosa e per me si chiude qui.
    Saluti.

    Risposta
  • 21 Marzo 2011 in 11:55
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    Volevo fare solo una precisazione sul lavoro del 2005 di Shang et alt. NON si tratta di una metanalisi ma di uno studio comparativo, gli autori hanno cercato coppie di studi che curano una stessa patologia con terapia tradizionale e con omeopatia ed hanno confrontato i risultati. Cioè è uno studio comparativo tra 110 coppie di lavori omeopatici e dei suoi equivalenti allopatici.
    I lavori riguardavano un’ampia spettro di patologie: infezioni del tratto respiratorio, asma e pollinosi, ginecologia e ostetricia, chirurgia e anestesia, gastroenterologia, disordini muscolo-schelettrici, neurologia, etc…
    Questa è una distinzione importante perché la maggior parte delle critiche diceva: “Ma voi non potete fare una metanalisi così si tratta di diverse patologie, e di diversi rimedi!!, mettete insieme capre e cavoli!” e gli autori rispondevano:”Leggiti bene il lavoro: NON abbiamo fatto una metanalisi ma uno studio comparativo”. Allora gli omeopati “Ma non questo è un metodo un po’ strano!” e loro “Siete stati proprio voi omeopati che avete pubblicato il primo studio comparativo con questo metodo, vi accorgete solo ora che è strano?”.

    Risposta
  • 2 Aprile 2011 in 17:47
    Permalink

    @ Gianni Camoretto
    come si è conclusa la tua esperienza con Sulfur?
    grazie

    Risposta
  • 7 Aprile 2011 in 11:37
    Permalink

    Tra Scienza e Lingua ci può essere collaborazione, nel senso che la Scienza, per esprimersi, usa la Lingua, ma non confronto alla pari, trattandosi di due cose diverse. In Scienza la Metanalisi è una analisi a posteriori di lavori fatti in passato. Se poi li si mette in ordine per confrontare terapie uguali, farmaci uguali, metodiche uguali, o, come nel lavoro di Shang, terapie diverse di patologie simili,ha poca importanza. L’ escamotage di dire: “abbiamo fatto uno studio comparativo non una metaanalisi” è, semplicemente, ridicolo: Shang ricorre alla linguia per superare una critica che sa essere giusta. Lui ha ripescato lavori già fatti e, quindi, ha utilizzato una metaanalisi per dimostrare una tesi precostituita nel suo cervello, anzi, proprio per controbattere le metaanalisi che avevano validato l’ Omeopatia. Io cerco di rimanere coerente con me stesso: una Metaanalisi non convalida o non demolisce mai una intera branca della Medicina.La Medicina va per patologie, diagnosi,terapie, prese singolarmente e raggruppate, eventualmente, col mezzo delle metaanalisi, per uguaglianza, nemmeno per similitudine. Ha senso, ad esempio, fare una metaanalisi per “comparaare” la terapia della fibrillazione ventricolare mediante defibrillatore impiantabile con quella mediante cordarone, ma non per dimostrare che tutta la terapia elettrica delle aritmie non è valida: per far questo, occorre pigliare tutti i lavori pubblicati e dimostrare che non hanno mai riportato alcun successo rispetto alla non terapia o al placebo.

    Risposta
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