Perché le campagne pro-vaccinazione non funzionano? Ne parliamo con Sara Pluviano

Parliamo con Sara Pluviano degli effetti della disinformazione legata ai vaccini e alla vaccinazione. Sara è attualmente dottoranda di ricerca presso l’Università di Edimburgo, in UK, dove studia come informazioni inaccurate vengono elaborate e ricordate. Ha recentemente pubblicato uno studio dal titolo La disinformazione persiste nella memoria: il fallimento di tre strategie pro-vaccinazione (Misinformation lingers in memory: failure of three pro-vaccination strategies, nella versione originale), apparso sulla rivista scientifica PloS One.

Sara, insieme a Sergio Della Sala e Caroline Watt, hai pubblicato uno studio che dimostra l’inefficacia di diverse strategie di comunicazione a sostegno dei vaccini. Come è nato questo lavoro?

Fa parte del mio PhD in Psicologia Sperimentale e Neuroscienze Cognitive. È stato concepito insieme al mio supervisore, Sergio Della Sala, e ad una collega dell’Università di Edimburgo, Caroline Watt. Lo studio mette a confronto l’efficacia di tre strategie comunicative frequentemente utilizzate nell’ambito delle campagne pro-vaccinazione e dimostra come nessuna di queste sortisca l’effetto sperato, ovvero quello di sradicare le false credenze sui vaccini ed innalzare l’intento vaccinale. Anzi, le strategie utilizzate producono spesso l’effetto opposto, rinforzando le credenze infondate sui vaccini e rafforzando nel tempo l’intenzione iniziale di non ricorrere alla vaccinazione.

Una notizia che, alla luce della flessione drammatica che ha subito la copertura vaccinale nel nostro Paese, non è certamente rincuorante. Come si è articolato il vostro studio e come siete arrivati a queste conclusioni?

Lo studio ha testato un campione di 134 studenti, scozzesi e italiani, diviso casualmente in alcuni gruppi, a ciascuno dei quali veniva indirizzato un messaggio diverso. Le strategie di comunicazione previste comprendevano: la lettura di materiale informativo nella classica contrapposizione “miti contro fatti”, per cui venivano presentate le evidenze scientifiche atte a smentire alcune false credenze esistenti sui vaccini; la spiegazione dei gravi rischi associati alla scelta di non vaccinarsi attraverso l’utilizzo di grafici e tabelle; infine, la visione di toccanti immagini di bambini ammalatisi di malattie prevedibili con la vaccinazione. Le credenze dei partecipanti sull’ampiamente smentito legame tra vaccini ed autismo e sugli effetti collaterali dei vaccini, unitamente all’intento di vaccinare i propri figli, venivano raccolte subito dopo l’esperimento e ad una settimana di distanza, per valutare possibili “ritorni di fiamma” prodotti nel corso del tempo dalle strategie adottate. Purtroppo, è emerso come tutte le strategie fossero, per così dire, “sbagliate”: ad esempio, sfatare il mito che i vaccini provocano l’autismo argomentando con le evidenze scientifiche contrarie in realtà non fa che rendere il mito più “familiare” e credibile nella mente delle persone, così come fare leva sulla paura suscitata da immagini di bambini malati e non vaccinati aumenta le false credenze sugli effetti collaterali dei vaccini.

Quindi, quando ormai il “danno è fatto”, non c’è modo di porvi rimedio? È impossibile eliminare completamente l’effetto della disinformazione?

È certamente assai complesso sradicare l’effetto persistente della disinformazione. Uno dei motivi risiede nel fatto che la nostra mente opera attraverso dei meccanismi cognitivi che possono giocare a nostro sfavore, conducendoci a scelte “irrazionali” come quella di non proteggerci con la vaccinazione.

In che senso? Come se ci giocassimo un autogol?

Sì, in un certo senso. Ad esempio, parte del rifiuto vaccinale può derivare da un meccanismo selettivo attraverso cui opera la nostra mente che prende il nome di “bias di conferma”, in virtù del quale valorizziamo e conserviamo in memoria ciò che conferma le nostre convinzioni più radicate, mentre ignoriamo o sottovalutiamo le ipotesi che contraddicono tali convinzioni. Alcuni studi hanno dimostrato chiaramente come funziona questo bias in ambito politico: ad esempio, i Repubblicani convinti dell’implicazione di Saddam Hussein negli attacchi terroristici dell’11 settembre non cambiano opinione nemmeno di fronte a delle chiare prove contrarie, compresa una dichiarazione dell’ex Presidente Bush. Anzi, ricorrono a tutta una serie di argomentazioni per ignorare l’evidenza. Accade un po’ lo stesso quando si cerca di convincere della sicurezza dei vaccini un genitore che crede nel legame tra vaccini ed autismo; spesso, la probabilità che questi riveda le proprie convinzioni, e conseguentemente decida di vaccinare il figlio, può addirittura diminuire quanto più gli viene detto che i vaccini sono sicuri.

Esistono altre trappole cognitive di questo tipo?

Sicuramente. Ad esempio, spesso è difficile sradicare l’effetto persistente della disinformazione perché quando riceviamo un’informazione, anche se questa è sbagliata, costruiamo una sorta di modello mentale che spiega gli eventi. Il problema insorge quando si tenta poi di sfatare il mito, in quanto il mito, per così dire, “decade” e si crea una lacuna, un vuoto nel nostro modello mentale. Poiché mal tolleriamo questi vuoti, tendiamo a conservare nella nostra mente un modello scorretto, quello in cui è presente ancora il mito per intenderci, rispetto ad uno corretto ma incompleto.

Puoi farci un esempio di come questo meccanismo mentale entra in gioco nel caso dei vaccini?

Certo. Bisogna premettere che, come dicevamo, affinché l’azione di demistificazione sia efficace deve colmare le lacune che si creano nei modelli mentali quando si sfata un mito, fornendo delle spiegazioni alternative agli eventi. Ritorniamo sull’ampiamente smentito legame tra vaccini e autismo e al perché alcune persone ci credono ancora. Quando l’ormai ex medico inglese Andrew Wakefield pubblicò nel 1998 uno studio in cui suggeriva che il vaccino MPR (quello inoculato contro morbillo, parotite e rosolia) era legato all’autismo, il pubblico costruì un modello mentale in cui il vaccino causava l’autismo. Quando poi venne rivelato che lo studio era fraudolento e la tesi di Wakefield non venne confermata da alcuna evidenza scientifica, si creò una sorta di vuoto nel modello mentale della maggior parte delle persone. Non era il vaccino a creare l’autismo. Ma perché allora in alcuni bambini vaccinati insorgeva l’autismo? Poiché tutt’oggi l’eziologia dell’autismo è ancora incerta, alcune persone vedono i vaccini come un capro espiatorio, l’unica alternativa possibile in grado di dare un senso agli eventi.

Prima hai menzionato dei possibili “ritorni di fiamma” delle strategie correttive. Cosa intendi?

Nella difficile opera di demistificazione, una complicazione aggiuntiva è data dal fatto che le strategie correttive adoperate possono provocare l’effetto opposto rispetto a quello desiderato. È un effetto che abbiamo osservato bene nel nostro studio attraverso la strategia che impiega il format “miti contro fatti”. Il semplice fatto di ripetere i miti, anche se a fin di bene, li rafforza nella mente delle persone, che dopo del tempo possono dimenticare le evidenze contrarie presentate e ricordare solo il mito. È il cosiddetto “effetto familiarità”, per cui i miti diventano per l’appunto più familiari e hanno, di conseguenza, una maggiore probabilità di essere accettati come veri. Non avviene in maniera sistematica, ma il fatto di averlo riscontrato anche in un campione relativamente esiguo di studenti mette in guardia dai pericoli che insorgono nella complessa attività di demistificazione.

Quindi, se apparentemente nessuna strategia sembra funzionare, gli scienziati e i divulgatori come possono comunicare che i vaccini sono necessari?

Riempire la testa delle persone con un maggior numero di informazioni non è sufficiente per eliminare le false credenze sui vaccini. Proprio a causa dell’esistenza di meccanismi cognitivi complessi che guidano le nostre scelte, tra cui quella vaccinale, l’unica strada che ravvediamo è quella di affidarsi ad una molteplicità di interventi diversi, su misura, simultanei e frequenti per aumentare la probabilità di diffusione e accettazione del messaggio.

E per coloro che sono strenuamente convinti delle loro false credenze in materia di vaccini, i cosiddetti “antivax”?

Per coloro che hanno delle opinioni così fermamente radicate, non esiste un approccio consigliato. Spesso, si rischia solo di “far peggio”, innescando dei ritorni di fiamma per cui le loro posizioni si irrigidiscono ancor più. Le azioni di demistificazione dovrebbero essere dirette ai genitori per così dire “indecisi”, non alle minoranze inamovibili.

Sarebbe interessante studiare il fenomeno della resistenza alle smentite tra i genitori che non sanno se vaccinare o meno il proprio figlio.

È proprio quello che stiamo facendo. Stiamo replicando lo studio coinvolgendo un campione di mamme italiane e speriamo di darvi presto dei risultati più incoraggianti.

Puoi indicarci altri studi rilevanti che hanno analizzato il fenomeno dell’effetto persistente della disinformazione nella nostra memoria?

Certamente. C’è questo articolo che ben riassume la letteratura disponibile in merito:

E poi ci sono questi articoli, che hanno analizzato gli effetti della disinformazione legata alla vaccinazione:

Sara, c’è altro che ci vorresti dire?

Sì, al momento stiamo lavorando su un altro aspetto che complica la demistificazione delle false credenze esistenti sui vaccini: la credibilità della fonte di correzione. I dati che abbiamo finora raccolto rivelano come le false credenze sui vaccini possano essere più efficacemente corrette da fonti considerate dagli studenti come affidabili (ad esempio, gli amici o la famiglia) piuttosto che esperte (ad esempio, i dottori), come ad indicare che non ci lasciamo convincere che i vaccini sono sicuri dagli esperti, ma solo da qualcuno di cui ci fidiamo. In un’epoca in cui si sta perdendo fiducia nella scienza e negli esperti, questo ci pare un aspetto tutt’altro che trascurabile.

Grazie mille Sara! Aggiornaci sui progressi della vostra ricerca.

È stato un piacere. Lo farò senz’altro.

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