La scienza di Deckard: intervista a Marco Ciardi

Se vi interessano la divulgazione della scienza e la sua interazione con altri ambiti del sapere come la filosofia, la letteratura, il cinema e i fumetti, il sito web www.rickdeckard.net fa al caso vostro.
Deckard è nato nel 2009 dai corsi di “Storia della scienza e della tecnica” e “Storia del pensiero scientifico” del dipartimento di Filosofia e Comunicazione dell’Università di Bologna. Inizialmente si poneva come strumento didattico, per coinvolgere e interessare studenti provenienti da vari corsi di laurea come filosofia, storia, antropologia, comunicazione, chimica, matematica. Ma visto il successo riscosso si trasforma in una vera e propria piattaforma, dove studenti, laureati e dottorandi svolgono una prima esperienza professionale, attraverso la realizzazione di recensioni, interviste, rassegne, e anche la realizzazione di illustrazioni e video.
Per capire bene questo lavoro, abbiamo rivolto alcune domande a Marco Ciardi, professore associato di Storia della Scienza e delle Tecniche presso l’Università di Bologna e fondatore del progetto.

Molto spesso, specialmente in Italia, ci sono contrasti tra la cultura umanistica e quella scientifica. Da professore di Storia della Scienza e della Tecnica, abituato quindi a costruire ponti tra le due culture, come vedi questa situazione?

La contrapposizione fra le due culture è, al tempo stesso, un falso problema e una situazione reale. Falso, perché se noi studiamo attentamente la formazione e l’opera dei grandi umanisti e dei grandi scienziati ci rendiamo conto della presenza in ugual misura, nel loro percorso, della componente umanistica e di quella scientifica. Filosofi come Kant, o poeti come Coleridge e Leopardi non possono essere compresi pienamente se non si presta attenzione all’importanza data alla scienza all’interno della loro produzione. Allo stesso modo, Galileo, Newton, Spallanzani o Einstein devono moltissimo ai loro studi umanistici. Quando, tuttavia, si guarda ai programmi di insegnamento, soprattutto a partire dalle scuole secondarie, ci si rende conto di come la contrapposizione fra le due culture venga introdotta di fatto, contribuendo a costruire un’immagine del sapere che non esiste nella realtà. Ho cercato di affrontare questi argomenti nel mio libro che dovrebbe uscire prima dell’estate. L’ho intitolato: Galileo e Harry Potter. Scienza, magia e fantasia.

Quali suggerimenti ti senti di dare per migliorare questa situazione?

Prima di tutto bisognerebbe prendere atto che questo è un problema molto importante, dalla cui risoluzione dipende anche la qualità della formazione degli studenti e quindi dei futuri cittadini. Ma non vedo questa consapevolezza. E probabilmente manca anche la volontà. Perché il miglioramento della situazione dovrebbe passare attraverso l’intricata questione della formazione degli insegnanti e della difesa (spesso corporativa) dello spazio che ogni singola disciplina si è conquistata all’interno dell’ordinamento scolastico e dell’università.

Quanto la conoscenza della storia e della filosofia può contribuire a rendere più chiara la scienza?

Molti insegnanti temono che soffermarsi sul reale sviluppo di una disciplina scientifica e, quindi, ad esempio, sugli elementi imprevisti, o apparentemente non logici, insiti nella costruzione di una teoria possa generare confusione e ostacolare l’apprendimento. Al contrario, la comprensione dei problemi (che non sono soltanto scientifici, ma culturali e filosofici) a cui un’opera o una teoria hanno tentato di rispondere, attraverso l’analisi e lo studio della loro genesi e del relativo contesto storico, faciliterebbe anche l’acquisizione delle nozioni squisitamente tecniche, peculiari dei manuali. Acquisizione che spesso risulta difficoltosa proprio perché le questioni fondamentali sono presentate in maniera asettica, mai accompagnate da una spiegazione che permetta di capire le cause della loro origine. Per sviluppare la razionalità non basta semplicemente promuovere e diffondere i risultati della scienza, ma è necessario trasmettere i valori che stanno alla base della scienza. Nonostante il problema sia discusso da anni, questo aspetto continua ad essere colpevolmente trascurato, in ambito divulgativo, ma soprattutto didattico. La conoscenza della storia e della filosofia può certamente contribuire a rendere più chiari questi valori, frutto di battaglie che hanno visto combattere sullo stesso fronte uomini come Galileo, Cartesio, Bacone, e molti altri, per affermare con forza il rifiuto del principio di autorità, la diffusione di un sapere pubblico, controllabile e verificabile da tutti perché accessibile a tutti, il ruolo della comunità scientifica, la separazione degli ambiti di competenze fra scienza, religione, letteratura.

Il sito si chiama appunto Deckard. Come mai la scelta di questo nome, che cosa c’entra l’agente dell’unità speciale Blade Runner?

Far capire, partendo dalla scuola primaria e secondaria e poi proseguendo nell’insegnamento universitario, che la scienza moderna è nata per affermare principi legati alla libertà di pensiero e alla democrazia, non al dogmatismo e all’autoritarismo, potrebbe essere di aiuto nello sviluppo di una corretta valutazione dei rapporti tra scienza, pseudoscienza e magia. Sottolineare questo, naturalmente, non significa in alcun modo negare che il sapere scientifico è soggetto al pericolo di condizionamenti politici, ideologici ed economici. Al contrario, è salutare mettere in evidenza la fragilità della scienza e i rischi ai quali è quotidianamente sottoposta: bisogna tenere sempre a mente che i valori su cui si fonda la scienza, così come sono stati conquistati, possono essere anche perduti. Il tema della scomparsa delle civiltà e, insieme a essa, del sapere, era ben chiaro a Francis Bacon, il grande filosofo del Seicento. Bacon era consapevole del fatto che, pur essendo la scienza indispensabile all’avanzamento del sapere e al miglioramento dell’umanità, non esiste un rapporto diretto tra sviluppo scientifico e tecnologico e crescita morale. Ed era consapevole anche del fatto che la tecnica ha natura “ambigua”, ma al tempo stesso “neutra”: i suoi effetti positivi o negativi, infatti, dipendono esclusivamente dalle scelte dell’uomo. Rick Deckard, il personaggio creato dalla penna di Philip K. Dick, protagonista del romanzo Do Androids Dream of Electric Sheep? (poi reso celebre da Ridley Scott nella trasposizione cinematografica di Blade Runner), ha la tendenza a parlare in maniera baconiana: «Un robot umanoide è come qualunque altra macchina; può oscillare con molta facilità tra l’essere un beneficio o un pericolo». Naturalmente Deckard pensava a svolgere bene il suo lavoro: «la parte benefica non ci riguarda».

Quale sarà il prossimo passo di Deckard?

A breve dovremmo essere riconosciuti come sede per svolgere il tirocinio di 150 ore. Io sono il responsabile e il supervisore del sito, ma la redazione è interamente composta da studenti, laureati e dottorandi, incluso il direttore.

Su Deckard si nota un’interazione della scienza con vari ambiti del sapere tra cui cinema e fumetti. Quanto questi mezzi di comunicazione, talvolta poco usuali, soprattutto nelle università, possono invece essere utili per l’insegnamento e per la comunicazione scienza?

Ritengo siano fondamentali. Renato Dulbecco ha scritto: «c’è oggi in tutto il mondo la sensazione che l’educazione scientifica nelle scuole non raggiunga i suoi scopi. Si pensa che ciò avvenga perché lo studio delle materie scientifiche è isolato dalla vita degli studenti, che imparano a conoscerle solo attraverso i libri di testo, con lo scopo esclusivo di superare gli esami». Spiegare l’alchimia partendo da Harry Potter o da Full Metal Alchemist, oppure la geologia da Il Signore degli Anelli, o la storia della scienza nel suo complesso raccontando il mito di Atlantide (magari partendo da Topolino o Martin Mystère), forse può risultare spiazzante, ma alla fine si imparano un sacco di cose, che restano e non si scordano più (quanti invece si ricordano della scienza studiata al liceo?) e ci si diverte pure, cosa che non guasta e che non succede spesso.

Di recente avete ospitato una discussione sulla falsa scienza. Qual è secondo te la differenza più importante tra scienza autentica e falsa scienza?

Da storico posso dire che è molto difficile stabilire un criterio generale per definire, in anticipo, cosa differenzi falsa e autentica scienza, se guardiamo solo al piano dei risultati ottenuti. Non esiste una regola generale per comprendere l’andamento delle controversie scientifiche. La comunità reagisce spesso in maniera imprevedibile. Ci sono bufale a volte accolte con entusiasmo, mentre scoperte che hanno portato al Nobel sono state inizialmente derise e sbeffeggiate. Tuttavia col tempo i fatti veri restano, mentre quelli falsi no. Certo, a volte di tempo ne occorre davvero tanto, ma la scienza è l’unico sapere a disposizione dell’uomo capace di autocorreggersi e progredire.

Mentre le pseudoscienze?

Le pseudoscienze, invece, sono sempre uguali e non cambiano mai. Comunque ci sono dei casi in cui, fin da subito, si può facilmente capire di essere alle prese con falsa scienza. Quando, cioè, i sostenitori di una teoria o di una scoperta, a loro giudizio innovativa, evitano il confronto con la comunità scientifica, rifiutando di accettare le regole che la scienza ha faticosamente costruito nel giro di alcuni secoli. Sarebbe come iniziare una partita di calcio stabilendo che alcuni possono fare gol anche con la mano. E’ vero che alcuni poi lo fanno davvero e l’arbitro non vede, ma non è colpa delle regole (giuste), ma del fatto che chi deve controllare non controlla o controlla male, o che qualche giocatore è disonesto (cosa che capita in tutti gli ambiti della vita, e quindi anche nella scienza).

Per finire, un consiglio per i giovani “divulgatori”?

marco_ciardi_2Come per qualsiasi altra professione, prima di tutto ci vuole passione. Se lo si fa come un ripiego non funziona, si vede subito. Ma non basta. Ci vuole anche molta preparazione. A volte per scrivere qualche riga corretta di divulgazione ci vogliono alle spalle anni e anni di studio e di lavoro. Bisogna ricordarsi, dunque, che anche il mestiere di divulgatore non si improvvisa. Consiglierei, inoltre, e questo vale anche per la ricerca storica, di iniziare a costruirsi delle specifiche competenze in un solo campo (magari poco battuto), per poi trovare altri oggetti di interesse specifico. Naturalmente restando curiosi su tutto il resto.

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