Il nulla che cura: il paradosso dell’effetto placebo

I medici del passato, di fronte alle richieste dell’infermo preoccupato per un disturbo per il quale non si prospettava cura migliore della pazienza, erano soliti, di fronte alle insistenze per una terapia efficace, scrivere sulla ricetta, perfettamente seri, aqua fontis, ovvero “acqua della fonte, del rubinetto”, che il farmacista provvedeva a fornire in una misteriosa boccetta con il contagocce. Il paziente la assumeva e si sentiva davvero meglio. La vulgata racconta che qualcosa di simile venisse fatto dai medici d’oltremanica, che solevano adoperare la sigla, comprensibile solo dal farmacista, A. D. T., vale a dire any damn(ed) thing (“qualsiasi dannata cosa”), per tacitare – e nel contempo sollevare dai malesseri – il paziente che si rivolgeva loro e per il quale non era possibile o opportuno fare altro.

C’è chi giura, e non v’è ragione per dubitarne, di aver ricevuto grandi benefici da qualche seduta di agopuntura o di cristalloterapia. Si sprecano le testimonianze a favore delle cure più fantasiose e meno scientifiche, dall’urinoterapia ai fiori di Bach, passando attraverso la medicina tradizionale cinese e l’ayurveda.  Ma la regina della pseudoscienza nel campo medico rimane l’omeopatia, con i suoi milioni di seguaci entusiasti dei benefici che sono certi di aver ottenuto in funzione dell’assunzione delle pillole di zucchero preparate seguendo i dettami di Hahnemann. In effetti, non hanno tutti i torti. Come è probabile che non li avessero i malati di scrofola che, nel Medioevo, si rivolgevano al proprio re certi che Dio gli avesse infuso virtù taumaturgiche.

Vi è, infatti, un meccanismo, la cui esistenza è ampiamente documentata, che spiega la gran parte di questi fenomeni, ossia l’effetto placebo. Distinto dalla remissione spontanea (che indica il regredire di una patologia senza l’uso di alcuna terapia reale o fittizia), l’effetto placebo individua quel meccanismo che provoca la cessazione di un sintomo in seguito alla somministrazione di un preparato o all’applicazione di un’altra forma di terapia (compresa la rassicurante interazione con il medico) del tutto inerte, ma alla cui efficacia si crede. Il fatto che l’esistenza dell’effetto placebo sia stata provata non implica che se ne sia compresa la genesi. Molte sono, infatti, le ipotesi in campo, sottoposte a continua revisione da parte della scienza, come evidenziato dagli studi che ne indagano l’azione in rapporto a diverse patologie. È recente la notizia, ad esempio, dello studio clinico pubblicato su Plos One, riguardante 104 pazienti affetti da sindrome del colon irritabile, che ha evidenziato il rapporto tra genetica e risposta placebo. In realtà, la correlazione geni-placebo non è una novità nel campo degli studi che indagano questo complesso e poliedrico fenomeno. In passato si era, infatti, giunti a conclusioni simili per quanto riguarda i pazienti affetti da ansia sociale e depressione, la cui risposta alla terapia placebo sembrava legata alla presenza di un determinato allele.

Per un profano, riuscire a farsi un’idea di una materia tanto complessa non è impresa facile. Proprio per questo accogliamo con piacere la pubblicazione del volumetto scritto da Fabrizio Benedetti, ordinario di Neurofisiologia e Fisiologia umana all’università di Torino, per i tipi di Carocci, intitolato, appunto L’effetto placebo. Si tratta di un compendio agile e dall’intento divulgativo, utile a chi voglia farsi un’idea rapida ma rigorosa dello status quaestionis in materia di effetto placebo. Il limite oggettivo di queste pubblicazioni è proprio la necessità di continuo aggiornamento, ma i pregi del lavoro in questione non sembrano da meno. In poche dense pagine il tema è affrontato da tutti i punti di vista. L’autore si premura di sottolineare come non esista un solo effetto placebo e di come i vari “effetti” siano conseguenza di meccanismi di origine diversa, che coinvolgono biochimica e genetica, oppure processi psicologici come apprendimento e condizionamento. Vengono illustrati i diversi tipi di placebo, tra i quali figura anche la chirurgia fittizia ed esaminate questioni di grande interesse sul piano sociale, quali la misura nella quale l’effetto placebo è responsabile dei successi della psicoterapia.

Interessantissima la parte relativa alla bioetica, che si muove sul terreno scivolosissimo del confine tra presunto benessere del paziente e diritto a dare il proprio consenso a tutte le terapie – reali o fittizie – alle quali si viene sottoposti. Originale e, a tratti, sorprendente, il capitoletto finale che applica il meccanismo dell’effetto placebo alla quotidianità, mettendo in evidenzia come le nostre aspettative falsino anche significativamente percezioni e giudizi.

In breve, si tratta di una sintesi chiara e di piacevole lettura, utile a ricordarci che è bene non sottovalutare mai il potere della nostra mente.

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