Gli scettici, la scienza e il riscaldamento globale

Come ci aspettavamo, la copertina sul riscaldamento globale ha suscitato un mare di commenti, tra i quali le critiche di alcune persone che si sono trovate in disaccordo con noi forse per la prima volta. Ce lo aspettavamo, perché negli Stati Uniti è successa più o meno la stessa cosa: sia Skeptic sia lo Skeptical Inquirer hanno seguito una linea simile a quella di Query, ma alcuni degli scettici più autorevoli l’hanno contestata.

Nel dicembre 2009, il grande James Randi ha pubblicato sul suo blog Swift un articolo in cui esprimeva dubbi sul riscaldamento globale, seguito da una rettifica in cui precisava di non averne mai negato l’esistenza, ma solo di non essere sicuro che sia causato da attività umane.

Un altro big dello scetticismo americano, il direttore di Skeptic Michael Shermer, è stato per anni dubbioso sul riscaldamento globale, prima di cambiare ideasostenere che le prove della sua esistenza e della sua origine umana sono “incontrovertibili”.

Ma l’argomento continua a dividere gli scettici, al punto che il direttore di Skeptic Junior Daniel Loxton definisce la riluttanza degli scettici ad accettare le conclusioni della comunità scientifica sul riscaldamento globale “il più grande fallimento dello scetticismo”, mentre Massimo Pigliucci del CSI scrive che episodi come quello di Randi devono portarci a riflettere sull’intero movimento scettico.

In effetti, la discussione sul riscaldamento globale è l’esempio estremo di una tendenza storica che ha visto i gruppi scettici estendere i loro interessi ad argomenti sempre più complessi e delicati. Se nel paranormale classico la controversia era tutta esterna all’ambiente accademico e la mancanza di scientificità si poteva evidenziare immediatamente, argomenti come l’Intelligent Design o le teorie alternative sull’AIDS richiedono di entrare molto più in dettaglio sul modo di procedere della scienza.

La controversia sul riscaldamento globale non coinvolge solo enormi interessi economici e politici ma si svolge anche all’interno dell’ambiente accademico. La grande maggioranza degli scienziati del settore sostiene la tesi del riscaldamento globale provocato prevalentemente da attività umane, ma la minoranza che contesta questa tesi è composta anch’essa da scienziati, non da astrologi o omeopati. I due gruppi si accusano a vicenda di non usare correttamente il metodo scientifico e non è semplice capire chi abbia ragione.

Cosa possiamo dire sulle controversie scientifiche come questa? La nostra esperienza nel riconoscere le affermazioni pseudoscientifiche (che Carl Sagan chiamava “baloney detection kit”, e potremmo tradurre in “fuffometro”) ci può servire anche con le affermazioni degli scienziati? Oppure dobbiamo fare un passo indietro e astenerci dal prendere posizione?

Abbiamo la responsabilità di proporci come fonte di informazioni obiettive e controllate, nelle quali il nostro pubblico ripone fiducia, e dobbiamo stare attenti a non scambiare per fatti accertati nostre opinioni non qualificate, ma non possiamo nemmeno evadere gli argomenti scottanti. Nel commentare la vicenda Randi, Daniel Loxton ha proposto alcune regole empiriche, che possono servirci anche a spiegare la scelta editoriale di Query. Loxton identifica quattro casi diversi, che riportiamo qui (in ordine inverso rispetto al suo articolo):

1) Quando un argomento pseudoscientifico o paranormale non è oggetto di studio accademico, gli scettici sono gli esperti principali: possiamo fare un vero e proprio lavoro di ricerca e mettere i nostri risultati a disposizione di tutti. E’ il caso degli UFO, dell’astrologia, dei cerchi nel grano, e di tutti gli esempi “classici” di affermazioni sul paranormale.

2) Quando l’argomento è oggetto di interesse accademico e c’è consenso scientifico, ma anche una frangia pseudoscientifica o “negazionista”, possiamo dire la nostra. E’ il caso dell’Intelligent Design, delle teorie alternative sull’AIDS, e così via. In questo caso, ci sono due tipi distinti di competenze: la conoscenza delle pseudoscienze, che è il nostro campo specifico, e la conoscenza della letteratura scientifica che le smentisce, sulla quale tipicamente non siamo esperti e dobbiamo limitarci a riferire lo stato dell’arte.

Nel caso dell’Intelligent Design, ad esempio, i biologi evoluzionisti che non conoscono a fondo il modo di argomentare degli pseudoscienziati rischiano di trovarsi in difficoltà nei dibattiti pubblici, e la nostra competenza può essere un aiuto prezioso; ma non per questo possiamo sostituirci ai biologi nello spiegare la teoria dell’evoluzione, che non è (generalmente) il nostro campo.

3) Quando gli studi accademici esistono, ma non hanno raggiunto un consenso sufficiente, possiamo riferire che esiste una controversia, ma non possiamo risolverla. In questo caso, se non siamo qualificati non dovremmo promuovere le nostre opinioni; se lo siamo, dovremmo farlo nella sede opportuna della letteratura scientifica peer-reviewed, e non fare appelli sulla stampa popolare (scettica).

4) Quando esistono sia gli studi accademici sia un consenso adeguato, il nostro ruolo è sostanzialmente quello di divulgatori scientifici: possiamo riferire il consenso, ma non improvvisarci esperti in un’area che non è la nostra e che richiede anni di studi specialistici per potersi formare un’opinione qualificata.

La controversia sul riscaldamento globale rientra evidentemente nel campo accademico e supera di gran lunga le competenze specifiche degli scettici. Come in qualsiasi settore specialistico di ricerca, esprimere un parere qualificato richiede competenze professionali di alto livello; gli scettici non sono generalmente studiosi qualificati di climatologia e non possono diventarlo con la lettura di qualche testo divulgativo. Dobbiamo resistere alla tentazione di improvvisarci esperti in un campo che non è il nostro, pensando di poter usare il nostro “fuffometro” come scorciatoia per trovare una risposta definitiva, che può arrivare soltanto dai tempi lunghi della ricerca scientifica. Non possiamo fare altro che riportare lo stato attuale delle conoscenze scientifiche, che vede un consenso maggioritario ma non unanime. Sappiamo che la maggioranza non sempre ha ragione e che la conoscenza scientifica è necessariamente provvisoria, ma è lo strumento meno imperfetto che abbiamo.

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