Niente detrazioni fiscali per i rimedi omeopatici: cronaca di un incontro al Senato per discuterne
di Lorenzo Montali
Se un preparato non ha un valore terapeutico, non dovrebbe essere possibile detrarne il costo come se si trattasse di un farmaco di provata efficacia.
Questo è, nella sua semplicità e chiarezza, il principio della proposta di legge che è stata presentata oggi nella sala Caduti di Nassirya del Senato, nel corso di un seminario a cui hanno preso parte la senatrice Daniela Sbrollini e la senatrice Teresa Bellanova, entrambe di Italia Viva. Il prodotto di cui si parla è quello omeopatico, la cui detraibilità costa alle casse dello Stato circa 30 milioni di euro all’anno. Denaro che potrebbe essere più utilmente impiegato per offrire servizi sanitari di provata efficacia, in un contesto economico nel quale le risorse destinate alla salute pubblica sono limitate.
Nel corso dell’iniziativa, promossa da Maria Antonietta Auditore, presidente di Italia Viva per la provincia di Padova, hanno preso la parola il biologo e divulgatore Enrico Bucci e il pediatra Giorgio Cuffaro. Il primo ha ricostruito la storia dell’omeopatia collocandone l’origine in un tempo nel quale la pratica medica era pre-scientifica, nel senso che non si era ancora dotata di quell’apparato metodologico che ci ha consentito di sviluppare studi clinici condotti in maniera da ridurre al minimo le possibilità di errore. In quel contesto, le affermazioni sull’efficacia delle diluizioni estreme dei preparati omeopatici e la necessità di scuoterli per renderli efficaci potevano essere considerate plausibili, stante la mancanza di conoscenze di base per confutarle.
Come tutte le medicine cosiddette complementari (o, come ha spiegato chiaramente Bucci, alternative, dato che le loro affermazioni non sono compatibili con le conoscenze che abbiamo sulla salute), l’omeopatia non si è più evoluta da quelle idee originarie, a differenza della medicina basata sulle prove, che è invece soggetta a un costante processo di aggiornamento e revisione. Oggi la stessa legislazione ammette la vendita di questi preparati purché sia chiarito che non hanno alcuna valenza terapeutica. Eppure, argomenta Bucci, il fatto che siano detraibili rischia di trarre in inganno chi ne fa uso, che percepisce di fatto un’equivalenza tra quei prodotti e i farmaci sviluppati attraverso ricerche di laboratorio e studi clinici.
Dei pericoli che corrono i pazienti ha parlato il dottor Giorgio Cuffaro, che ha citato diversi casi tratti dalla sua esperienza personale, dalla collega omeopata che, pur in presenza di un disturbo conclamato preferiva aspettare a ricorrere alla medicina, ritenendo che il prodotto omeopatico l’avrebbe comunque guarita, alla vicenda della piccola paziente, “curata” dai suoi genitori con un prodotto omeopatico, che ha finito per posporre pericolosamente il trattamento efficace di un’infezione urinaria.
Vicende come queste mostrano che nel contrasto alle pseudoscienze non è solo una battaglia culturale, ma anche un impegno nella difesa dei pazienti. Nel ribadire questo impegno, la Senatrice Sbrollin ha richiamato più volte il concetto di responsabilità istituzionale: la necessità di preservare il ruolo e il valore delle istituzioni, in cui si opera attraverso scelte basate sulle migliori conoscenze disponibili.
Questo principio è infatti la condizione fondamentale affinché i cittadini possano riporre fiducia nell’operato di quell’istituzione. Nel caso del Parlamento, questo significa prendere decisioni che preservino la salute pubblica attraverso una più efficace distribuzione delle risorse. Che passa anche dall’evitare l’inutile spreco per le casse dello Stato rappresentato oggi dalla detraibilità dell’omeopatia, allargando il fronte dei parlamentari disponibili a sostenere questo provvedimento, come ha spiegato Sbrollin.
Tutti gli interventi hanno peraltro ribadito che il problema della diffusione delle pseudoscienze non si limita all’omeopatia e, in termini più generali, neppure alle sole medicine alternative. Il che ha evidenziato, accanto all’utilità di convegni come quello di oggi, la necessità di costruire nuove occasioni di riflessione e dialogo che coinvolgano politica, scienza e comunicazione nell’interesse dei cittadini.
