4 Giugno 2026
Giandujotto scettico

Papa Pampirio, il pontefice piemontese profetizzato ma mai eletto

Giandujotto scettico n°187 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

Carlo Lorenzo Pampirio (1836-1904) è stato un vescovo della Chiesa cattolica che ha lasciato la sua impronta nel Piemonte del XIX secolo. Nato a Bosco Marengo (Alessandria) il 9 dicembre 1836, divenne vescovo di Alba nel 1880 e poi arcivescovo di Vercelli nel 1889. Lettore di teologia e promotore del settimanale Gazzetta d’Alba, che si pubblica dal 1882, fu un eccellente oratore e venne ricordato per molti anni con il soprannome di “vescovo buono”. 

Dopo la sua nomina da parte di Leone XIII alla guida dell’Arcidiocesi di Vercelli, i suoi concittadini pensavano che sarebbe arrivato ben più in alto: avrebbe dovuto essere lui il successore del pontefice. Ad alimentare questa convinzione, però, non erano tanto i suoi meriti, ma una profezia: quella celeberrima di Malachia, puntualmente invocata ad ogni elezione papale. 

Malachia, un evergreen delle profezie

Un piccolo riassunto, per chi non ne avesse mai sentito parlare. La profezia di Malachia è un elenco di 111 motti in latino che alludono ad altrettanti papi, a partire da Celestino II (eletto nel 1143), seguiti da una nota apocalittica riguardante l’ultimo papa, Petrus Secundus. È solitamente attribuita a san Malachia di Armagh, vescovo irlandese del XII secolo. 

In effetti, molte delle predizioni sono decisamente centrate, soprattutto quelle riguardanti i primi 74 pontefici: Celestino II (1143-1144) è contrassegnato dal motto Ex Castro Tiberis, e proveniva da Città di Castello sul Tevere. Lucio II (1144-1145) è Inimicus Expulsus, e si chiamava Gerardo Caccianemici. Eugenio III (1145-1153) è invece Ex magnitudine montis, ed era originario di Montemagno (Pisa)…

Il problema è che questa profezia cominciò a circolare solo quattrocento anni dopo la morte di san Malachia. La prima apparizione a stampa risale al 1595, all’interno di un’opera agiografica del benedettino Arnold de Wyon (1564-1610 ca.) intitolata Lignum Vitae ornamentum et decus Ecclesiae (“L’albero della vita, ornamento e decoro della Chiesa”). Già nel 1590, però, la profezia aveva iniziato a circolare in forma manoscritta: era successo nelle settimane del conclave del 1590, quello che avrebbe eletto Gregorio XIV (il 75° papa dell’elenco). Il 75° motto, De Antiquitate Urbis (Dell’antica città), sembrava particolarmente adatto per il cardinale Girolamo Simoncelli da Orvieto, il cui nome latino era Urbs vetus, cioè città antica. E invece venne eletto un altro candidato, Niccolò Sfrondati, da Cremona.

Dopo questo motto, le corrispondenze si fanno più vaghe, a volte decisamente forzate. Oggi gli storici sono concordi nel ritenere che la profezia fosse stata inventata e fatta circolare dai sostenitori di Girolamo Simoncelli per promuoverne la candidatura. Nonostante ciò, l’elenco di Malachia è rimasto popolare nella pubblicistica e tra gli appassionati di escatologia, e viene puntualmente invocato ad ogni nuova elezione di un pontefice

Le voci su monsignor Pampirio

Torniamo alla nostra storia. Il giornale degli eruditi e dei curiosi aveva una struttura interessante. Ogni settimana pubblicava un certo numero di lettere arrivate in redazione che domandavano le cose più varie, dall’origine di un termine alla poesia che volevano identificare e di cui ricordavano a malapena qualche dettaglio. Nei numeri seguenti la rivista pubblicava le risposte degli “eruditi” (spesso in forma anonima) che volevano rispondere alle domande. Utilissimo, in un’epoca in cui le informazioni non erano alla portata di un click. E utilissimo per noi, che attraverso le sue pagine scopriamo spesso voci, dicerie e notizie infondate, di cui i “curiosi” chiedevano l’autenticità.

Su questa rivista, il 4 agosto 1883 apparve la lettera di un certo A.B., di Pallanza (Verbania), che chiedeva lumi sulla “profezia di Malacchia” (sic) e su un pettegolezzo in proposito:

Ho udito spesso parlare di una profezia, attribuita, credo, a Malacchia, che determinerebbe l’ordine di successione dei Sommi Pontefici ed ho udito anche testè che, secondo quella profezia, successore dell’attuale pontefice dovrebbe essere od il cardinale Hohenlohe o Monsignor Pampirio, vescovo di Alba. […] Sarei grato a chi mi favorisse precise informazioni in proposito, rinviandomi anche a fonti attendibili e sicuri.

Il 20 agosto 1883, un certo Eleutheros (“Libero”) rispondeva spiegando l’origine della profezia, e aggiungendo:

Molti di questi motti mirabilmente convennero al Pontefice designato, come appunto quelli citati dal sig. A.B. Siccome Leone XIII era caratterizzato col motto Lumen in caelo così si volle veder adempiuta la profezia appunto dalla stella che è raffigurata nell’arme di S.S. Siccome il successore dovrebbe essere Ignis ardens così non so perché si accenni al Cardinal Hohenlohe od al Vescovo d’Alba. Forse Pampirio dà l’idea agli etimologi di un Tutto fuoco.

Le ragioni per cui si mormorava che questi due religiosi avrebbero potuto essere quelli del motto Ignis ardens (Fuoco ardente) avevano a che fare con ragioni più “araldiche”. In tedesco Lohe significa fiamma e Hohe alta, per cui il nome di Gustav Adolf von Hohenlohe sembrava abbastanza adatto a incarnare la profezia. Quanto al vescovo Carlo Lorenzo Pampirio, aveva scelto come motto Ex igne lumen (Luce dal fuoco), e nel suo stemma era presente una croce ardente. Logico, quindi, che qualcuno pensasse che sarebbe stato proprio l’Ignis ardens previsto da Malachia.

Logico, ma sbagliato. Nel 1903 moriva Leone XIII e veniva eletto al suo posto Pio X. Gli esegeti della profezia asseriscono che il motto si riferisse a lui, per “la sua bontà e la sua ardente fede” che, dopo la morte, lo fecero proclamare santo. Quanto a Pampirio, morì invece l’anno dopo, il 26 dicembre del 1904. Non venne nemmeno fatto cardinale, e dunque non partecipò al conclave del 1903. I sogni dei piemontesi erano stati a dir poco prematuri.

Domenico Svampa, un altro “fuoco ardente”

Nel frattempo, però, i giornali avevano trovato un candidato ben più credibile di monsignor Pampirio a ricoprire il ruolo dell’Ignis ardens: il cardinale Domenico Svampa (1851-1907), nativo di Montegranaro, nelle Marche, che nel suo stemma aveva un sole ardente e il cui nome stesso poteva rimandare a una “vampa” di fuoco. 

Nel marzo 1895, molti giornali (tra cui il francese Le Figaro) lo davano come uno dei cardinali con maggiori possibilità ad occupare il sacro soglio. D’altra parte, all’epoca erano favoriti i titolari delle maggiori sedi vescovili d’Italia, in particolare quelle di Milano, Torino, Venezia e Bologna. Svampa guidava, appunto, l’arcidiocesi di Bologna.

Ma non era l’unico possibile Ignis ardens. Come faceva notare il 9 agosto 1902 la Gazzetta del Popolo, giornale anticlericale di Torino, quel motto si adattava a un bel numero di cardinali allora considerati papabili:

Chi più ignis ardens del cardinale Svampa? ha il nome con sé, espresso da un gran sole nello stemma. Ma vi è il cardinale Rampolla, carattere focoso, ardente e siciliano per giunta in cui arde l’Etna; perché non sarebbe lui l’ignis ardens? Il cardinale Manara ha nello stemma niente meno che un’ara fumante, e il cardinale Pierotti è dell’Ordine di San Domenico, che aveva per compagno un cane recante una fiaccola accesa in bocca. Perché non potrebbero essere codesti due prelati i futuri ignis ardens della profezia? Ma fra i papabili, anzi il Papa rosso attuale, è il cardinale Gerolamo Gotti, ligure di nascita, senza vulcani in patria, né dotato di carattere focoso per quanto ardente… repubblicano: come potrà appiopparglisi l’ignis ardens senza offendere la suscettibilità di San Malachia? È presto fatto: il cardinale Gotti appartiene all’Ordine dei carmelitani, quest’Ordine origina dal profeta Elia; il profeta Elia fu assunto in cielo sopra un carro di fuoco…. dunque l’ignis ardens è stato scritto per lui.

Nessuno di questi venne eletto nel 1903. Un po’ a sorpresa, il titolo passò a Giuseppe Melchiorre Sarto, patriarca di Venezia. Vatti a fidare delle profezie.

Cherry picking, ovvero scegliere le “ciliegie buone”

Chi oggi interpreta le profezie di Malachia, dà per scontato che ogni motto fosse stato scritto apposta per quel papa, e che nessun altro avrebbe potuto esservi collegato. La realtà è ben diversa. Il meccanismo è quello del cosiddetto cherry picking, che si trova ben esemplificato ne Il secolo XX – Rivista popolare illustrata, che se ne occupò proprio nel suo primo numero, quello del giugno 1902 e che ben presto diventò uno dei periodici più diffusi fra la borghesia italiana:

Nel 1831, una trasteverina con alcune sue amiche pregava in San Pietro, presso la cappella del Sacramento. Era morto Leone XII; i cardinali passavano in processione per la basilica e si recavano al coro per compiervi i riti solenni dei Novendiali, preludenti al Conclave.

– Quale di essi, – chiese una delle oranti, guardando la lunga sfilata dei principi della Chiesa – quale di essi sarà il papa futuro? 

La trasteverina li osservò rapidamente ad uno ad uno; poi, con l’attitudine di una profetessa inspirata, protese il braccio verso il cardinale Cappellari, esclamando:

– Ecco quale sarà il Papa futuro!

Pochi giorni dopo, il cardinale Cappellari, sotto il nome di Gregorio XVI, lasciava le vesti di seta rossa per quelle di mussola bianca ed ascendeva al trono di Innocenzo III e di Gregorio VII. 

La profezia avrebbe invero del meraviglioso, se non ve ne fossero state tante quanto era il numero dei cardinali che passavano sotto le volte del massimo tempio cristiano. Non esiste, non è mai esistito un cardinale cui non sia stato predetto il Papato da qualche donnetta in fama di veggente, da qualche cliente in cerca di favori. La storia registra soltanto quelle profezie che, per legge d’esclusione, hanno infallibilmente colto nel segno.

Ma gli archivi dei giornali sono galantuomini. Tra le loro pieghe si trovano pronostici di tutti i tipi, compresi quelli che nessuno ricorda perché non si sono mai avverati. Con questo Giandujotto speriamo di aver aiutato a pareggiare un po’ i conti.

Foto di Bernd Marx da Pixabay