Antonio Lebolo, i mormoni e la storia del papiro di Abramo
Giandujotto scettico n°186 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo
Provate a chiedere a un piemontese (o a un italiano) chi era Antonio Lebolo: ben difficilmente saprà rispondere. Il suo nome, invece, è ben conosciuto negli Stati Uniti, dove però il nostro uomo non è mai stato. Eppure, dalle parti di Salt Lake City, nello Utah, è considerato un personaggio importante: è lo scopritore del Papiro di Abramo, un libro che sarebbe stato scritto di proprio pugno dal patriarca biblico. Come questo sia potuto accadere, è una storia curiosa: c’entrano una tomba egizia, un trafficante di mummie e il profeta e fondatore del movimento religioso noto come mormonismo, Joseph Smith (nome ufficiale odierno: Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni). .
Due vite per un sol uomo
Nato a Castellamonte, nel Canavese, il 22 gennaio 1781, Lebolo è figlio di un ricco commerciante di granaglie, e tutto lascerebbe presagire una vita tranquilla sulle orme del padre. Ma nell’esistenza del giovane Antonio irrompe ben presto una passione, quella per gli ideali napoleonici. Una passione che lo porta all’età di diciotto anni ad arruolarsi volontario nell’esercito francese, contro il volere del padre, sostenitore dell’Ancien Régime.
È questa la prima delle due vite di Antonio Lebolo. Nell’esercito di Napoleone, Lebolo conosce Bernardino Drovetti, all’epoca segretario del Comitato di sicurezza generale del governo provvisorio (francese) di Torino. Forse a causa delle comuni origini canavesane, Drovetti lo prende in simpatia, incaricandolo di sovrintendere all’arruolamento di truppe in Piemonte. Nonostante i risultati poco concreti in questa mansione, i due stringono una forte amicizia: insieme, nel 1800, partecipano alla battaglia di Marengo contro gli austriaci e militano negli ussari piemontesi. L’anno seguente, nel marzo del 1801, Lebolo viene ferito e lascia la carriera militare, ma non il suo servizio alla causa napoleonica. Entra nella polizia, vive a Milano e rimane fedele alla Francia fino alla caduta dell’Impero. Ma arriva il 1815, e con lui la battaglia di Waterloo: Napoleone è definitivamente sconfitto, il Piemonte torna in mano ai Savoia, mentre il Regno Lombardo-Veneto viene annesso all’Austria. Lebolo si ritrova, come tanti altri ex-compagni di ventura, senza lavoro e senza prospettive, e con il padre che gli ha ormai tagliato i viveri.
Ed è qui che comincia la seconda vita di Lebolo: un incontro fortuito in un’osteria di Milano lo porta a scoprire che Drovetti è diventato console in Egitto. Così, parte per Alessandria, sperando di ottenere aiuto dall’amico. Non trova però ciò che si aspettava: Drovetti è in una situazione precaria come lui, non è più console, ma non si è perso d’animo e ha iniziato a dedicarsi al commercio di antichità egizie. La campagna napoleonica ha lanciato una vera e propria egittomania europea, i nobili restaurati sognano di esporre nei loro palazzi una mummia o almeno qualche papiro egizio, e la domanda è fiorente. E Drovetti sa come sfruttarla.
Un tesoro di undici mummie
Tra il 1815 e il 1825, Lebolo entra nella squadra di Drovetti, un gruppo di avventurieri che procaccia statue, papiri e ogni altro tipo di reperto per l’ex-diplomatico. Del gruppo fanno parte personaggi come Frédréric Cailliaud, Jacques “Riffo” Rifaud e il disertore piemontese Giuseppe Rosignani.
Lebolo è una sorta di socio di minoranza di Drovetti, ma ha il permesso di scavare per conto proprio. In uno di questi scavi autonomi, tra il 1819 e il 1821, Lebolo fa una scoperta sensazionale presso la Necropoli di Tebe: undici mummie, corredate da papiri e da altri reperti (forse all’interno della tomba TT32, dove la sua firma appare su una parete). Decide di mettere da parte quel tesoro, per venderlo in un secondo tempo. Anni dopo, per Lebolo arriva però il tempo di tornare a casa: dopo la morte del padre, nel 1825, rientra in Piemonte per occuparsi dei beni di famiglia. Morirà probabilmente cinque anni dopo, ricco, all’età di 49 anni.
Ma, nel frattempo, che fine hanno fatto le mummie trovate anni prima? Lebolo le ha lasciate a uno spedizioniere di Trieste, Albano Oblasser, che a sua volta le ha cedute a un commerciante di antichità di New York, Michael H. Chandler. Nel 1833, le mummie raggiungono gli Stati Uniti, dove vengono portate in tournée, a partire dalla città di Philadelphia.
Entra in scena Joseph Smith
Per due anni Chandler, che si spaccia per nipote di Lebolo, espone le mummie alla curiosità del pubblico, vendendone alcune lungo il tragitto. Insieme a loro, Chandler mostra i libri sacri con cui sono state trovate, papiri di cui però non conosce il contenuto.
Nel febbraio del 1835 la carovana giunge a Kirtland, in Ohio, con solo quattro mummie rimaste. All’epoca, quasi nessuno sa leggere i geroglifici, decifrati nel 1822 da Jean-Francois Champollion. Lì in Ohio, però, c’è una persona che – si dice – traduce testi antichi, ed è riuscito a decifrarne uno particolarissimo. Quando Chandler lo scopre, decide di sottoporgli i suoi reperti: lo studioso non solo ne è subito affascinato, ma si offre di acquistare in blocco papiri e mummie residue.
Quell’uomo non è altri che Joseph Smith, il fondatore della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, che nel 1830 ha dato alle stampe il Libro di Mormon, che afferma di aver tradotto da antiche placche d’oro incise con un testo in un non troppo chiaro “egiziano riformato”. Traducendo quei testi, il profeta americano ricava il Libro di Abramo, che i mormoni considerano parte integrante della Perla di gran prezzo, il canone della loro confessione religiosa. Se, dunque, dalle parti di Salt Lake City il nome di questo piemontese è ancor oggi conosciuto e celebrato, si deve a questa vicenda.
Una traduzione controversa
Per Smith quei geroglifici, rinvenuti per caso in una tomba minore, si erano rivelati straordinari: un manoscritto vergato dal patriarca biblico Abramo in persona, redatto su papiro mentre si trovava in Egitto.
Smith suddivide il testo in cinque capitoli. Il primo descrive un episodio della vita di Abramo che non è presente nella Bibbia canonica: i sacerdoti caldei sacrificano tre vergini a divinità pagane di pietra e legno, e un sacerdote tenta di sacrificare Abramo stesso, ma ecco che un angelo arriva in suo soccorso e lo salva in extremis. I capitoli successivi raccontano meglio il patto di Dio con Abramo, il viaggio del patriarca da Ur a Canaan, e infine il suo arrivo in Egitto. Qui il profeta apprende le scoperte egiziane sugli oggetti celesti, conosce la natura eterna degli spiriti, la vita pre-terrena, e tutta una serie di dottrine che entrano a far parte della visione cosmologica e della creazione dei mormoni. Nel terzo capitolo viene anche descritto un corpo celeste, Kolob, che ruota lentamente (un giorno su Kolob dura mille anni) e che sarebbe la stella più vicina a “dove vive Dio”.
Il Libro di Abramo, insomma, è un libro importante per moltissime persone. Peccato che la traduzione di Smith sia, ad essere generosi, piuttosto accidentata.
La vera natura del Libro di Abramo
Per molti anni si è pensato che i papiri originali usati da Smith per dar vita al Libro di Abramo fossero andati perduti durante il grande incendio di Chicago del 1871. Nel 1966, però, alcuni frammenti dei papiri furono ritrovati negli archivi del Metropolitan Museum of Art di New York, che li donò alla Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni: erano stati incollati su fogli di carta e avevano, a margine, gli appunti del suo ex proprietario. Questi frammenti, noti come i “papiri di Joseph Smith”, furono esaminati da egittologi: lungi dal descrivere la vita di Abramo, erano testi funerari egizi, per altro abbastanza consueti, come il Libro del Respirare e il Libro dei morti.
La traduzione dei papiri da parte degli egittologi non corrisponde al testo diffuso da Smith, che, probabilmente, si era lasciato ispirare dalle immagini del papiro. Per esempio, laddove i geroglifici presentavano un dio – presumibilmente Anubi – chino su una figura sdraiata (Osiride), Smith vedeva il sacerdote idolatra Elkenah che tentava di sacrificare Abramo. E così via…

Questa discrepanza tra le traduzioni di Smith e quelle degli egittologi ha generato molte controversie nella stessa Chiesa mormone: alcune sue branche – come la Community of Christ, distaccatasi dal ramo principale della chiesa dopo la morte di Smith – non riconoscono più il Libro di Abramo come testo del canone. Altri, invece, risolvono il problema ipotizzando che Smith avesse tradotto il Libro di Abramo da una parte di papiro andata perduta, oppure affermando che lo studio di quei testi avesse semplicemente fornito a Smith l’ispirazione alla quale era seguita la rivelazione divina del libro.
Nonostante questo, Lebolo rimane una piccola celebrità nella Chiesa mormone. Ancora oggi, ogni tanto, a Castellamonte arrivano gruppi di americani che vanno a cercare dove abitava il celebre egittologo: il figlio di un produttore di granaglie che si innamorò degli ideali napoleonici e finì a scavar tombe nella terra dei faraoni. Un uomo quasi dimenticato in Piemonte e in Italia, ma che per molti altri è un eroe – lo scopritore di un libro che probabilmente non è mai esistito, ma che è tuttora parte della fede di tantissime persone.
Immagine di apertura: uno dei cosiddetti “papiri di Smith”, da Wikimedia Commons, pubblico dominio
