18 Maggio 2024
I segreti dei Serial Killer

Bob Hansen, il cacciatore dell’Alaska

Robert “Bob” Hansen nasce nell’Iowa, a Pocahontas, nel 1939. Sua madre Edna è una donna fragile e remissiva, suo padre Chris è autoritario e severo. La sua famiglia ha un’attività di panetteria ben avviata. Fin da piccolo, Bob è un bambino problematico, sente di non essere molto amato dai suoi genitori e cresce con un profondo senso di solitudine. Il padre lo definisce spesso inutile e senza valore. Alle elementari è talmente timido che, quando la maestra gli chiede qualcosa, lui non risponde mai, nemmeno se conosce la risposta. 

Crescendo, le sue difficoltà sociali si rivelano ancora più profonde. Diventa un ragazzo pallido, non molto alto, con le orecchie a sventola, butterato a causa dell’acne e afflitto da balbuzie. Quando inizia a trovare attraenti le ragazze, pensa di essere disgustoso ai loro occhi e sviluppa un profondo odio per le donne. Questi sentimenti e convinzioni ricordano molto quelli del celebre serial killer newyorkese Harvey Murray Glatman. Le fantasie di Robert vertono principalmente sulla fellatio, anche perché è convinto che non potrebbe trarre piena soddisfazione da un rapporto sessuale completo: il sesso orale gli dà il senso di dominio e di controllo che desidera, oltre a essere una pratica che considera proibita e degradante per le donne. 

Dopo una breve esperienza nell’esercito, lavora principalmente come pasticcere nell’attività di famiglia, anche se il padre non lo ritiene all’altezza. Nel 1961 affronta un primo ricovero in psichiatria, dopo aver appiccato un incendio doloso. Il medico che lo ha in carico sospetta sia schizofrenico, con episodi di dissociazioni psicotiche. Il suo primo matrimonio, a soli ventidue anni con una donna di nome Phebe Padgett, dura pochi mesi, perché la moglie lo lascia dopo i primi problemi con la giustizia. In seguito, si risposa e ha due figli con Darla Henrichsen, un’insegnante di sostegno che aveva lavorato come cameriera presso l’attività di famiglia degli Hansen. Darla è una donna di chiesa, timida e affettuosa. A unirli è il vissuto difficile durante l’infanzia, il bullismo subito da entrambi, la sensazione di essere brutti, esclusi, fuori posto. Lei e Bob nel 1967 si trasferiscono nel remoto e gelido stato dell’Alaska, ad Anchorage. 

Una vita nuova

L’Alaska degli anni Settanta offre diverse possibilità di lavoro, soprattutto per via della costruzione di un nuovo oleodotto, anche se la vita in quel luogo così inospitale non è semplice. Non è raro infatti vedere ad Anchorage quartieri con fatiscenti case prefabbricate, abitate da operai che vivono in condizioni limite. Inoltre, si registra un alto tasso di suicidi, malattie veneree e alcolismo. Nonostante ciò, per Bob è fondamentale cercare di lenire le sue inadeguatezze cambiando aria, in un posto diverso e lontano. 

Come i suoi familiari, avvia un’attività di produzione di pane e dolci, compra un piccolo aereo per spostarsi comodamente, un Piper Super Cub, e coltiva una grande passione per la caccia, i fucili e le armi da taglio. Diventa un abile cacciatore di alci, orsi, lupi e mufloni; animali di cui conserva trofei in casa. In un’occasione vive un momento di gloria, per via dell’uccisione di un muflone a colpi di balestra sugli impervi monti Kuskokwim. [1] Nonostante questi cambiamenti sembrino renderlo più sereno, torna ad avere guai con la legge, in particolare per reati a sfondo sessuale: nel 1971, ad esempio, aggredisce una donna nella sua abitazione con una pistola, tentando di rapirla. Lei grida, riesce a fuggire e lo denuncia. Hansen l’aveva già avvicinata qualche giorno prima, col pretesto di fare una telefonata, spaventandola col suo modo di fare viscido.  Darla e gli amici della coppia lo difendono in ogni modo, testimoniando in suo favore. Un anno dopo, viene rilasciato sulla parola.   

Bob inizia a frequentare ossessivamente i numerosi night club di Anchorage, luoghi dove si trova facilmente sesso a pagamento, poiché la prostituzione in strada è quasi inesistente, per via del clima rigido. Quando sceglie una prostituta, le chiede ciò che non avrebbe mai chiesto alla moglie, una fellatio. Se la ragazza si rifiuta, Hansen la obbliga puntandole un’arma alla testa.  Oltre alla violenza sessuale, Hansen ha anche da sempre l’abitudine compulsiva di taccheggiare nei supermercati. Non è affatto una questione economica, anche se è sempre stato patologicamente tirchio, ma di eccitazione per il proibito e di “brivido”. La maggior parte delle volte, infatti, esce con la refurtiva per poi abbandonarla poco dopo, fuori dal negozio o nella prima macchina che trova. Hansen in seguito descriverà così questa particolare forma di cleptomania, molto comune tra i futuri serial killer: “Dare via la roba, […] attraversare il parcheggio, avvicinarsi alla macchina di qualcuno e buttarci tutto dentro […] mi dava la stessa sensazione che andare con una prostituta.”

Nel 1976 viene arrestato per effrazione e tentato furto di una motosega. Anche in questo caso, viene sottoposto a valutazione psichiatrica: il medico ipotizza che Hansen sia bipolare e gli prescrive la torazina. Nel frattempo, le autorità di Anchorage notano che le persone scomparse in quegli anni stanno aumentando. Ci sono sempre state sparizioni frequenti, di solito di pescatori, cacciatori o escursionisti dispersi in quelle zone inospitali, ma da tempo stanno svanendo nel nulla anche giovani ragazze, impiegate come ballerine nei vari topless bar. [2] Molte di loro hanno probabilmente cambiato città, ma altre non sono passate a ritirare l’ultimo stipendio e non hanno lasciato nessun recapito. Spesso sono state viste andare via con un cliente che aveva offerto loro più soldi del normale e non sono più tornate.

I primi ritrovamenti

Nel 1980, lungo una strada chiamata Eklutna Road, degli operai al lavoro trovano i resti di una donna, in parte devastati dalla fauna selvatica. Nonostante le condizioni del corpo, sepolto in una fossa poco profonda, è chiaro che la donna era stata uccisa circa un anno prima, probabilmente con colpi di arma da taglio alla schiena. Viene chiamata Eklutna Annie. I detective diffondono una ricostruzione del suo aspetto in vita: una donna bianca, dai capelli biondi, con possibili ascendenze nativo americane. Stabiliscono che avesse al massimo venticinque anni al momento della morte, ma nessuno riesce a identificarla.  Pochi mesi dopo, i resti di Joanna Messina, di ventiquattro anni, vengono rinvenuti in condizioni analoghe a quelle di Eklutna Annie presso una cava di ghiaia. Il 12 settembre 1982 due cacciatori di alci fanno un’altra scoperta raccapricciante, a qualche decina di chilometri da Anchorage, lungo il fiume Knik: dal terreno emerge il corpo di una donna, parzialmente svestita, morta da almeno un anno. Viene identificata come Sherry Morrow, di ventiquattro anni, una ballerina del Wild Cherry Bar. La giovane era stata legata, spogliata e bendata prima della morte, avvenuta per colpi di arma da fuoco, un Ruger Mini-14, arma molto utilizzata dai cacciatori della zona. 

Il detective Glenn Flothe indaga sui ritrovamenti e li collega alle donne scomparse. Ipotizza l’attività di uno o più seriali, trovando analogie col caso di Ted Bundy. I corpi sono in zone raggiungibili con molta difficoltà, per cui le autorità pensano che l’assassino si sposti con un piccolo aereo privato, cosa piuttosto frequente in Alaska.  Nel 1983 la macabra serie continua con il rinvenimento sulle rive del Knik di Paula Goulding, una ragazza scomparsa che aveva iniziato da poco a lavorare nei topless bar per disperazione, dopo un periodo di grandi difficoltà economiche. La donna è stata uccisa con un’arma da fuoco, un Ruger Mini-14. I corpi non hanno subito mutilazioni, ma mancano effetti personali delle vittime, probabilmente conservati dall’assassino. [3] La polizia richiede un intervento dell’FBI nel settembre dello stesso anno, in quanto non abituata a trattare casi simili. L’agente John Douglas ha in seguito raccontato che Hansen era nella rosa dei possibili colpevoli sin dal ritrovamento di Paula Goulding. Tuttavia, la sua vita pubblica, tipica di tanti seriali organizzati come Gary Ridgway o John Wayne Gacy, da padre di famiglia oltre che stimato professionista, lo aveva reso un sospettato marginale. 

Una ragazza in fuga

Dalle indagini emerge una possibile pista: nel giugno dell’83 un poliziotto di Anchorage soccorre una diciassettenne sconvolta, con un paio di manette che le pendono da un polso. La ragazza inizia un racconto dell’orrore: lavora come prostituta e la sera prima il suo ultimo cliente, un tipo strano, butterato e dai capelli rossi, le aveva offerto duecento dollari per una fellatio. Lei ha acconsentito e lo ha seguito nella sua auto, ma pochi minuti dopo l’uomo l’ha ammanettata, puntandole contro un fucile.  In seguito l’ha portata con la forza a casa sua, un edificio isolato in un quartiere piuttosto elegante. Nel seminterrato, l’ha violentata ripetutamente, anche usando un martello, ferendola ai genitali e al seno. La ragazza è rimasta sola nel seminterrato tutta la notte, ammanettata a un pilastro. Il giorno dopo, il suo rapitore le aveva promesso di liberarla se lo avesse seguito nel suo capanno nei boschi, raggiungibile col Piper, dove avrebbe voluto stuprarla nuovamente. La giovane però aveva capito che quel momento sarebbe stata l’ultima occasione per salvarsi: nessuno stupratore sarebbe stato così ingenuo da mostrare il suo volto e la sua casa, lasciando una pericolosa testimone in vita. Mentre il suo carnefice stava preparando l’aereo, la donna ha iniziato la sua fuga disperata. 

Glenn Flothe interroga personalmente la diciassettenne e la descrive come una ragazzina dalla vita difficile, traumatizzata, molto sensibile e ancora quasi bambina, poiché sogna di andare a Disneyland e di potersi comprare bei vestiti grazie al suo lavoro. Il detective la reputa comunque un’ottima testimone, attenta e meticolosa nella descrizione dei fatti. Nonostante ciò, il racconto orribile della vittima inizialmente non viene preso molto sul serio: per via della sua professione, le autorità pensano a un cliente che non l’aveva pagata. Lei tuttavia riesce a descrivere con precisione il suo aggressore e identifica Robert Hansen, che viene interrogato immediatamente. [4] Bob è a casa da solo, poiché moglie e figli sono in Europa per le vacanze estive. Nega di conoscere la ragazza e afferma di avere un alibi, ovvero di aver invitato due colleghi a cena, i quali confermano. Una sua frase la dice lunga su come consideri le donne e sul suo concetto di consenso: “Come è possibile violentare una prostituta?”.

Le autorità contattano i soci di Hansen che costituiscono il suo alibi, cercando di spaventarli in merito alle conseguenze di un’eventuale falsa testimonianza, e questi cedono: ammettono che quella cena non era mai avvenuta, che Robert era solo la sera del rapimento e dello stupro della diciassettenne. Viene autorizzata una perquisizione di casa Hansen dopo le accuse di sequestro di persona e violenza sessuale, una lunga e accurata ricerca che dura quattordici ore. Per tutto il tempo, Robert si mostra calmo e sorridente. Gli agenti trovano molti elementi che lo legano ai crimini, ad esempio: dei baffi finti usati per travestirsi, dei guanti da chirurgo, un Ruger Mini che la perizia balistica identifica come l’arma usata contro le vittime, alcuni oggetti appartenuti alle ragazze, come patenti di guida e gioielli che erano stati donati da Robert alla moglie e alla figlia. C’è poi una mappa di aviazione che presenta una ventina di asterischi, segnati a mano.

Confessioni incomplete

Hansen fa un goffo tentativo di dichiararsi innocente e ammette di essere un marito infedele, non un assassino, ma la massa di prove inconfutabili lo spinge a collaborare. Dice che gli asterischi sulla mappa rappresentano i luoghi in cui ha seppellito le sue vittime, racconta che le sue strategie di caccia variavano molto, ad esempio ha sperimentato l’uso di annunci personali, nei quali scriveva di voler “trovare qualcuno con cui vedere cosa c’è oltre la prossima curva”. In altre occasioni, ha ucciso donne incontrate per caso, come è stato per Joanna Messina, probabilmente la sua prima vittima, una campeggiatrice. Hansen riferisce che la sua tecnica preferita era avvicinare le prostitute nei topless bar offrendo loro un alto compenso per poi rapirle e torturarle. 

Un elemento che rappresenta per lui il massimo piacere è legato proprio alla sua grande passione, la caccia. Spesso ha obbligato le ragazze a spogliarsi, facendole correre nude per i boschi, dando loro un certo vantaggio. Poco dopo, racconta, iniziava a correre verso di loro armato del Ruger, per poi catturarle e ucciderle. La parte eccitante non era per lui la morte delle donne, ma il momento dell’inseguimento. Le prostitute sono le vittime predilette per Hansen come per tanti altri seriali, perché la loro scomparsa non viene notata facilmente, tendono a non rivolgersi alla polizia in caso di stupro ed è semplice portarle in luoghi isolati. Robert le ha sempre considerate inferiori a lui, a differenza delle altezzose “ragazze carine” del suo liceo, che voltavano lo sguardo disgustate al suo passaggio.Ogni ballerina dei topless bar che avvicina può, secondo lui, essere comprata e usata a piacimento; il suo senso di inferiorità scompare mentre domina una prostituta: “Non sto dicendo che odio tutte le donne, no… credo però di considerare le prostitute di un livello inferiore al mio […] era come un gioco, a loro spettava lanciare la palla prima che io battessi.” 

Molte delle vittime sono state ritrovate grazie alle mappe, ma di tante altre Hansen non ha saputo ricostruire la precisa ubicazione, né fornire un nome o indizi sulla loro identità, per cui diverse sono ad oggi senza nome. Robert racconta inoltre che dopo il delitto Messina si era sentito nauseato, disgustato. Queste sensazioni non si erano ripresentate con i delitti successivi, che invece gli hanno fatto provare gioia feroce, eccitazione, dominio e controllo assoluti.  L’agente dell’FBI John Douglas paragona Hansen a Monte Rissel e a David Carpenter: due celebri serial killer che in comune con Hansen hanno una profonda inadeguatezza, odio verso le donne, bisogno di potere immenso e, nel caso di Carpenter, un complesso di inferiorità causato dalla balbuzie. In generale, queste caratteristiche sono piuttosto comuni tra i seriali sadici, che necessitano di vittime vive, terrorizzate e imploranti. Questi criminali usano il delitto e lo stupro per affermare la loro virilità e la loro “vendetta” sul genere femminile.

Hansen si dichiara colpevole, ma soltanto di quattro omicidi, un rapimento, una violenza sessuale e diversi furti. In realtà le vittime sono quasi certamente più di venti, oltre ad almeno una trentina di donne stuprate. Il giudice Moody lo condanna a quasi cinquecento anni di prigione nel febbraio 1984. I giornali lo chiamano “Butcher Baker”, il “Panettiere Macellaio”. Nel 1990 viene sventato un piano di fuga di Robert, quando nella sua cella gli agenti di custodia scoprono delle mappe di aviazione del sudest dell’Alaska e diversi francobolli. Si è ipotizzato che l’uomo avesse intenzione di fuggire e rubare un velivolo, scambiando i francobolli per denaro.  Anche durante la sua prigionia senza fine nel carcere di massima sicurezza di Spring Creek, Hansen non sembra essere in grado di comprendere la gravità dei suoi delitti: ha dichiarato di non capire come mai ci fosse “tutto questo clamore per un paio di puttane”. [6] Robert Hansen muore da detenuto nel 2014, all’Alaska Regional Hospital, per cause naturali.

Nella mente di un cacciatore, cercando risposte

Per comprendere Robert Hansen è necessario ricordare il senso di potere e di mascolinità dato dalla caccia, sia quella agli animali, attività considerata nella sua zona simbolo di forza e abilità, che quella alle donne, trattate dal loro assassino come bestie. È frequente, per un seriale organizzato di sesso maschile, svolgere lavori o hobby legati allo stereotipo della virilità, una conferma materiale del suo essere un uomo di valore. L’uccisione di animali fatta con sadismo inoltre fa parte dei prodromi del futuro seriale, è un primo tentativo di provare il potere di vita o di morte su un essere vivente. 

L’adrenalina data dalla caccia alle donne, violentate, umiliate, nude e indifese, non era per lui appagante come il momento dell’omicidio. La vittima morta è poco interessante e Robert preferiva conservare di loro solo pochi oggetti, dei “trofei” che ama vedere addosso alla moglie e alla figlia, cosa che gli faceva in parte rivivere le sensazioni dei delitti.  Probabilmente quindi Hansen non era un necrofilo, ma è ragionevole immaginare che, se avesse vissuto da solo, forse avrebbe tentato di conservare parti del corpo delle vittime, dato che era un abile tassidermista degli animali cacciati, ma sarebbe stato troppo pericoloso farlo con tre persone in casa. 

La vita in Alaska lo ha allontanato dalle umiliazioni dell’infanzia e dell’adolescenza, ma il suo senso di inadeguatezza non lo ha mai abbandonato; il bisogno di potere e rivalsa oltre che l’odio per le donne dovevano essere sfogati in qualche modo. La violenza sessuale per lui fa parte della costruzione della mascolinità ideale e dà senso di onnipotenza. A volte ha usato un martello per violentare le ragazze, elemento che lo accomuna al serial killer e stupratore Harvey Carignan, che ha colpito anche in Alaska negli anni ’40. Carignan ha affermato che violentare le donne con oggetti era meglio che farlo con i genitali, in quanto sarebbe stato “troppo simile a un atto d’amore”.

La ricerca di dignità e pace per le ragazze uccise da Hansen non è ancora finita: di recente una delle vittime nota come Horseshoe Harriet è stata identificata, grazie al confronto con il DNA dei suoi familiari, come Robin Pelkey, di appena diciannove anni. Il lavoro però continua: non tutte le vittime hanno un nome o una tomba e non è ad oggi possibile stabilire il numero esatto delle persone uccise da Hansen. Eklutna Annie, dopo più di quarant’anni dal suo ritrovamento, non è ancora stata identificata. [7]

Un ringraziamento speciale ad Alberto, che ha fornito informazioni indispensabili per la stesura di questo articolo. 

Note

[1] C. Wilson, D. Seaman, Il libro nero dei serial killer, Newton Compton, Roma 2006, pp. 174-175.

[2] M. Newton, Dizionario dei serial killer, Newton e Compton, Roma 2005. 

[3] V. Mastronardi, R. De Luca, I serial killer, Newton e Compton, Roma 2006.

[4] J. Douglas, M. Olshaker, Mindhunter, Longanesi, Milano 2017, pp. 227-236. 

[5 W. Gilmour, L. E. Hale, Butcher, Baker, Todd Communication, Alaska, 2006, p. 346.

[6] Ibidem.

[7] https://www.cbsnews.com/colorado/news/robin-pelkey-alaska-serial-killer-robert-hansen/

Marianna Cuccuru

Laureata in scienze dell' Educazione, studia da molti anni il fenomeno dei serial killer. Ha tenuto lezioni sul tema presso l'università dell'Insubria e per l'associazione Fidapa di Varese.