8 Luglio 2024
Approfondimenti

Sulla soglia dell’ignoto o della prefettura? La parapsicologia italiana negli anni del fascismo

di Paolo Cortesi

La celebrazione dell’anniversario della morte di Arnaldo Mussolini, il fratello del duce, divenne dal 1932 un elemento fondamentale della liturgia di regime. Nel 1939, Il Popolo d’Italia affidò questa irrinunciabile venerazione ad una curiosa figura: non un militare o un politico, ma un metapsichista (oggi si direbbe parapsicologo). 

Si trattava di Ferdinando Cazzamalli (1887-1958), cremasco, medico psichiatra, direttore dell’Ospedale psichiatrico di Como e libero docente universitario a Milano, che fu anche deputato socialista nella XXV e XXVI legislatura, cioè dal 1 dicembre 1919 al 25 gennaio 1924.

Subì dai fascisti minacce e intimidazioni tali da farlo espatriare per un breve periodo in Svizzera, dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti. Rientrato in Italia, Cazzamalli abbandonò la militanza politica tra il 1925 ed il 1926; mentre una fonte biografica fa risalire già al 3 marzo 1925 la sua iscrizione al Partito Nazionale Fascista. Nei primissimi anni Venti del secolo scorso, risale il grande interesse di Cazzamalli per la metapsichica, che divenne presto l’oggetto centrale dei suoi studi. In particolare, egli era interessato alla pretese facoltà extrasensoriali, come telepatia e radiestesia, che riteneva attività elettromagnetiche del cervello. 

Nel febbraio 1933, il preside della facoltà di medicina dell’Università di Milano, Carlo Foà, giudicò poco consistente e poco scientifico il lavoro di Cazzamalli, libero docente, perciò non approvò il corso di lezioni universitarie di argomento metapsichico che questi aveva proposto per l’anno successivo. 

Cazzamalli pensò di risolvere la faccenda scrivendo direttamente a Mussolini, il 7 febbraio 1933, accusando Foà, ebreo, di volerlo danneggiare: «È in moto il rullo compressore ebreo-massonico», così scrisse. Sebbene Foà fosse fascista da più tempo di Cazzamalli (la sua tessera del PNF era datata 7 febbraio 1924), venne costretto alle dimissioni appena 21 giorni dopo la lettera di quest’ultimo.

Il clima in cui avvenne questo infame sopruso era già avvelenato dal delirio razzista che diventerà, nel 1938, legge dello Stato italiano, e comunque l’odio di Mussolini per gli ebrei era già netto e, come si vede, operante. Ma questo squallido episodio dimostra anche quale sia stato l’atteggiamento della metapsichica in Italia negli anni della dittatura: un atteggiamento contraddittorio, denso di significati e di ambiguità, e che dovrebbe essere studiato a fondo per la corretta e completa ricostruzione della cultura nel tragico ventennio.

Ci troviamo, infatti, davanti ad un apparente controsenso: come spiegare il diffuso interesse verso la metapsichica e le “scienze occulte” in un rigido contesto ideologico fondato sulla volontà, la ragione, la tecnologia? (Ovviamente si deve pensare a tali concetti declinati e utilizzati dalla politica fascista).

Come conciliare l’uomo nuovo mussoliniano, tutto volontà di potenza e dominatore della storia e della natura, con la figura dell’uomo metapsichico, crocevia di influssi superiori, dotato di facoltà sconosciute, fluttuanti, non controllabili; influenzato, quando non determinato, dalle sollecitazioni cosmiche?

Ma torniamo alla commossa rievocazione che Cazzamalli fece del defunto fratello del duce, e che fu pubblicata sul Popolo d’Italia del  21 dicembre 1939. Non stupisce che egli proponga analogie metapsichiche per raccontare la mitica figura: 

«Si può dire di Lui (Arnaldo Mussolini, n.d.r.) che era l’antenna del Duce: captatrice di tutte le realtà e di tutte le sfumature spirituali, che percorrono come brividi il corpo di un Paese in cammino. Antenna psichica prodigiosamente sensibile».

Ciò che più colpisce è l’interesse di Arnaldo Mussolini per le ricerche metapsichiche. Cazzamalli racconta che si era rivolto a lui 

«per parlargli di metapsichica e delle realizzate e realizzabili possibilità scientifiche di esplorazione delle ignote vie della conoscenza; in altre parole della dinamica psichica umana, e del suo mirabile laboratorio: il cervello».

Arnaldo 

«a mo’ di riposta, mi espose con scientifica precisione, nei più minuti particolari, il caso di un sogno premonitorio, al quale aveva seguito esattamente il fatto in piena realtà».

Mussolini junior si dichiarò dunque molto favorevole alla creazione di un istituto di metapsichica 

«di cui aveva già pensato come patrocinarne presso il Duce la realizzazione».

Nonostante l’assidua frequentazione («Nel Suo ultimo mese di vita terrena ebbi la ventura di parlargli tre volte»), Cazzamalli però non ottenne alcun risultato pratico: l’istituto di ricerche metapsichiche non si fece.

E tuttavia era evidente che il regime era sensibile all’argomento. Addirittura fin dal 1929, «il governo fascista non sarebbe (stato, n.d.R.) ostile ad una cattedra universitaria di metapsichica», come sosteneva il professor Giuseppe Stoppoloni, zoologo dell’Università di Camerino e spiritista, secondo quanto riferiva la rivista francese La Revue Spirite, il 1 ottobre di quell’anno.

Il 30 dicembre 1939, sempre sul Popolo d’Italia – non dimentichiamo che era organo ufficioso del PNF – usciva l’articolo intitolato «Un istituto che indaga nel mondo dell’ignoto», che diceva le solite cose sulla metapsichica (che studia scientificamente «tutti quei fenomeni che sfuggono alla comune percezione umana, […] che comunemente si dicono originati dall’aldilà») e informava dell’esistenza in Milano, dal novembre 1901, della Società di Studi Psichici, fondata dal letterato e bibliofilo Angelo Marzorati (1862-1931), finanziata da Achille Brioschi (1860-1942), industriale reso ricco dall’effervescente digestivo che portava il suo nome e appassionato spiritista.

Ed ora dobbiamo affrontare un piccolo giallo in questa storia. Sappiamo, infatti, che Cazzamalli nel 1939 parlava con rammarico del fatto che Arnaldo Mussolini fosse morto prima di patrocinare la realizzazione di un istituto di ricerche metapsichiche. Ma nel Corriere della Sera del 17 novembre 1937 si legge questa minuscola notizia: 

«La “Società Italiana di metapsichica” si è costituita con sede a Roma e segreteria a Milano in Via Serbelloni 2. Il nuovo Ente è sorto per lo studio dei fenomeni psichici o psicofisici cosiddetti “paranormali” o “metapsichici”».

Parrebbe dunque di poter concludere che Cazzamalli chiedesse al fratello del duce il riconoscimento statale, e non l’istituzione ex novo dell’istituto metapsichico.

Il Corriere della Sera datato 11-12 ottobre 1941 dava notizia de «la nomina del Consiglio e di soci della Società di metapsichica», che era stata riconosciuta con il Regio Decreto n.58 del 23 gennaio 1941; ministro proponente era stato Giuseppe Bottai, a capo del dicastero per l’educazione nazionale.

Il quotidiano precisava che, per il biennio 1941-43 (siamo in piena guerra, sempre più catastrofica per l’Italia), il Consiglio di presidenza della Società era formato, su nomina ministeriale, da Cazzamalli (presidente), Vezzani (vice presidente), D’Amico, Galeazzi Lisi, Gnesutta e Sanguineti (consiglieri), Schepis (segretario generale).

Soci ordinari già di nomina ministeriale erano gli accademici d’Italia Benini, Formichi, Pession e Tucci. In seguito, saranno ammessi altri soci fino al numero di sessanta, tra i quali si conteranno 7 accademici d’Italia, 4 senatori, 26 professori universitari ordinari e 20 liberi docenti. Alcuni di questi erano tra i firmatari dello scellerato Manifesto degli scienziati razzisti del 1938: Nicola Pende, Lido Cipriani, Filippo Bottazzi e Giulio Cogni.

In quello stesso anno, il medico Giocondo Protti propose all’approvazione di Mussolini la “Carta della collaborazione scientifica” (ne scrisse il Corriere della Sera in diverse occasioni: 16 aprile, 7 luglio e 19 luglio del 1938). Chi era Giocondo Protti e cos’era la “Carta” di cui chiese il placet al maestro elementare di Predappio?

«Giocondo Protti» leggiamo nella copertina del suo libro “La luce del sangue” (1945) 

«è il fondatore della Biochimicofisica, la scienza cioè che si propone di affrontare lo studio della materia vivente mediante la collaborazione simultanea e permanente dei biologi, dei fisici, e dei chimici» (ecco quindi cosa stabiliva la Carta della collaborazione scientifica, n.d.R.).

Tra parentesi, va chiarito che i cosiddetti Raggi Gurwitsch, argomento del libro di Protti citato, non esistono; si è trattato di un caso eccezionale di equivoco in laboratorio.

Protti, che durante la Repubblica sociale italiana sarà un feroce e solerte propagandista antisemita, ritenne necessario ottenere l’approvazione della sua attività scientifica prima dal potere politico che dalla comunità scientifica. 

Il veneziano Giocondo Protti, pur instancabile, non fu un grande della medicina. “Curò” una bambina che provava repulsione al latte iniettandole sotto cute il sangue di un adulto ghiotto di latte, e questa sconcertante pratica, da lui chiamata emoinnesto, non ebbe diffusione tra i medici. Ma come organizzatore, Protti si dimostrò abilissimo: promosse il Primo Congresso Internazionale di Elettro-Radio-Biologia (Venezia, 10 settembre 1934), di cui fu presidente Guglielmo Marconi e alla cui inaugurazione parteciparono il duca di Genova, il duca di Bergamo e la principessa Adelaide di Savoia. Otto premi Nobel formavano il Comitato d’onore.

Evidentemente, Protti poteva contare su contatti e appoggi autorevolissimi nel mondo governativo e accademico.

A proposito di questa nuova scienza, la biochimicofisica, «i cultori di scienze psichiche si interessarono moltissimo ai lavori del congresso per gli evidenti rapporti che esistono fra i fenomeni psichici e quelli radiobiologici», scriveva Eugenio Barera, nel suo libro “Un mondo misterioso” (1943).

Questa era, infatti, la tendenza generale della metapsichica italiana durante il fascismo: indagare i (pretesi) fenomeni con la fondante certezza che si trattasse di manifestazioni di forze fisiche particolari. Leggendo le relazioni dei metapsichisti del tempo, si avverte continuamente l’esigenza, quasi l’assillo di dichiararsi fedeli al metodo sperimentale, e la convinzione  che il “mondo dell’occulto” è la nuova frontiera della ricerca scientifica. Di conseguenza, veniva rifiutata ogni concessione allo spiritismo, alla magia, alla metafisica. 

Tutti gli approcci ritenuti non abbastanza scientifici erano trattati con divertita sufficienza, come roba da donnette o ridicoli relitti di superstizione popolare.

Ne vediamo degli esempi interessanti nelle relazioni giornalistiche del Congresso internazionale di rabdomanzia del 1932, inaugurato a Verona il 14 marzo da Giuseppe Belluzzo, ministro di Stato, alla vistosa presenza delle alte autorità: il prefetto di Verona, Fronteggi; il segretario federale del fascio conte Bernini Buri; il podestà conte Marenzi e il procuratore del re, commendator Favarello.

Le prove dei rabdomanti vennero condotte in strada, sul campo, non in laboratorio; tra gli operatori – c’era pure la famosa attrice Dina Galli – erano signore attempate, pensionati, preti di campagna, non docenti accademici in camice bianco nei loro laboratori scintillanti di vetri e acciaio. 

I modi di procedere erano originali, strani, bizzarri, avevano un carattere “artigianale” lontanissimo dal rigore misurato dello sperimentatore nel gabinetto d’analisi. Insomma: tutta un’altra scenografia.

«Uno dei soggetti» leggiamo su La Stampa del 17 marzo 1932 

«si valeva ora di una stecca di balena ed ora di una forcella di metallo verniciato di rosso, mentre un suo collega brandiva un’asticciuola di ferro rigidissima, un terzo serrava nei pugni una verghetta di salice che si torceva come un serpe cui si pesti la coda, un quarto teneva fra il pollice e l’indice un pendolino che in certi momenti sembrava impazzito tanto girava vorticosamente, e un quinto, invece, si stringeva le gambe per indovinare l’acqua o il metallo dallo scricchiolio dell’ossa e dalla dilatazione dei muscoli».

Mario La Stella, sul Corriere Padano dell’11 febbraio 1932, annunciando il Congresso di rabdomanzia («Il congresso del “sesto senso”»), non aveva dubbi che 

«la rabdomanzia non è una fantasia od una suggestione collettiva ma è una scienza e come tale, se pure è ai suoi primi passi è necessario che disciplini e armonizzi le sue ricerche per potere venire a capo della sua vera, ma misteriosa, realtà fenomenica».

Tuttavia, nonostante la certezza a priori che la rabdomanzia sia un fatto incontestabile, i risultati delle prove dei trecento rabdomanti/radiestesisti italiani e stranieri del Congresso veronese furono del tutto deludenti. Lo leggiamo nell’articolo «Il crollo della rabdomanzia», uscito su La Stampa del 20 febbraio 1933, che commentava gli «Atti Ufficiali del 1° Congresso Internazionale di Rabdomanzia e Geofisica» appena pubblicati: 

«Dai risultati suesposti, e controllabilissimi, la rabdomanzia ne esce con le ossa rotte».

Su Stampa Sera del 15 luglio 1943, apparve una notizia importantissima nella nostra ricostruzione: 

«Il Ministero della Cultura Popolare (più noto con la sigla Minculpop, n.d.r.) ha vietato la diffusione sui giornali di notizie relative a fatti spiritici senza che le notizie stesse siano state preventivamente sottoposte all’esame della Società italiana di Metapsichica. Il Vaticano, con decreto del Santo Uffizio in data 26 marzo 1942, ha proibito al clero tutte le consultazioni radiestesiche che si riferiscono alla divinazione delle circostanze e degli eventi in cui si trovino determinate persone».

La Società italiana di Metapsichica (S.I.M.) venne dunque incaricata della censura delle notizie paranormali. Questo fatto certifica almeno due cose entrambe notevoli: la prima, che la S.I.M. era un organismo che godeva la piena fiducia del regime; la seconda: pure in un anno cruciale come il 1943 (il 25 luglio di quell’anno, proprio dieci giorni dopo la notizia della Stampa, ci sarà la deposizione di Mussolini), pure nel luglio 1943, il regime si preoccupava di regolamentare la diffusione di notizie metapsichiche, evidentemente perché erano diventate un argomento popolare e “difficile”. Troppa attenzione all’eccezionale avrebbe potuto distrarre la normale vita quotidiana, scandita dall’obbligo di «credere, obbedire, combattere».

Lo rilevava anche il medico Alfredo Bertagnoni sul Corriere della Sera del 26 marzo 1943: 

«Lasciamo agli psicologi discutere se l’attuale rifiorire di pratiche diciamo così dette spiritiche dipenda dal bisogno di “evadere” dalla realtà quotidiana; e ai moralisti e teologi stabilire fino a qual punto la gente sia spinta a cercarvi quell’assicurazione in un compenso ultraterreno delle miserie di quaggiù, che la fede vacillante offre sempre meno».

L’accenno al decreto del Sant’uffizio si riferisce al fatto che molti preti usavano la radiestesia per rispondere alle domande dei tantissimi parrocchiani che non ricevevano notizie dei loro cari sotto le armi: erano ancora vivi? feriti? prigionieri? In mancanza di ogni comunicazione al riguardo, si ricorreva al pendolino. E il Vaticano non poteva tollerare che i preti si trasformassero in maghi.

L’Osservatore Romano del 13 febbraio 1943 aveva, del resto, indicato qual era la posizione ufficiale della Chiesa in fatto di paranormale: «i cattolici si occupino di metapsichica non con fanatismo spiritico, ma con obiettività scientifica»: anche in questo, Chiesa e fascismo erano perfettamente allineati.

Se non stupisce il filtro censorio affidato dal governo alla S.I.M., è invece curiosa la frequenza con cui appaiono su giornali e riviste articoli di argomento parapsicologico. Addirittura, Ugo Maraldi, sul Corriere della Sera del 23 settembre 1941, segnalava la priorità italiana negli studi di metapsichica: 

«Nel gran libro della storia umana vi è un attraente capitolo scritto dal genio italiano, dedicato al meraviglioso viaggio che l’uomo ha intrapreso per esplorare quel mondo ignoto ove incontriamo talvolta straordinarie inesplicabili avventure». 

E indicava in Galvani il predecessore storico di Cazzamalli. Forse ora possiamo tentare una possibile risposta alla domanda che ci facemmo in esordio: come poteva esistere una ricerca di rottura, innovativa, eretica all’interno di una dittatura che imponeva l’omologazione e il consenso? Lo poteva solo dichiarando la sua adesione alla scienza sperimentale. Non ci si chiedeva mai se i fenomeni esistessero veramente, ma dato per scontato che essi erano reali, si voleva esaminarli con metodi scientifici. Così, avveniva un curioso paradosso: si voleva investigare scientificamente qualcosa che non aveva neppure l’evidenza scientifica di essere ciò che si credeva fosse.

Altra caratteristica peculiare di questo fenomeno – che non so dire se di natura più culturale o sociale – è stata la totale sottomissione degli studiosi al regime fascista. In casi estremi, troviamo Cazzamalli che fa cacciare il suo preside di facoltà accusandolo di intrigo giudeo-massonico ai suoi danni, e Protti che, nel 1943-1944, è un solerte propagandista antisemita, il cui pensiero rabbiosamente razzista è riassunto nel titolo di una conferenza che tenne a Venezia: “Gli ebrei come malattia dell’umanità”.

L’astronomo Francesco Porro (1861-1937), tenace spiritista, fascista dal 1919, partecipò alla marcia su Roma e fondò l’Istituto ligure fascista di cultura nel 1926.

In una dittatura è inevitabile una sottomissione al potere tanto più esplicita quanto più si chiede qualcosa al potere stesso. I metapsichisti chiedevano, e in effetti ottennero, il riconoscimento legale delle loro attività e quindi dovettero essere devoti sudditi di quello Stato a cui sollecitarono la patente di “veri scienziati”.

Così si comprendono i legami strettissimi tra autorità politica e metapsichica italiana durante il regime fascista; legami così stretti che c’è da chiedersi se non si volesse imporre una sorta di scuola italiana come maestra.

Immagine di apertura: Aeroritratto di Mussolini aviatore, dipinto di Alfredo Ambrosi, 1930 (da Wikimedia Commons)