25 Febbraio 2024
Giandujotto scettico

Tre dischi volanti in un papiro conservato a Torino?

Giandujotto scettico n° 142 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo (29/06/2023)

Se frequentate i siti dedicati ai misteri della storia, vi sarà capitato di leggere articoli sui cosiddetti “UFO nell’arte”: dipinti e opere antiche che mostrerebbero dischi volanti o altri particolari misteriosi. In genere si tratta di banali fraintendimenti: nuvole e cappelli scambiati per astronavi aliene, rappresentazioni simboliche dell’Annunciazione della nascita di Gesù viste come manifestazioni di presenze extraterrestri, e così via.

Anche il capoluogo piemontese ha il suo esempio di questo tipo: per vederlo è sufficiente fare una passeggiata fino al Palazzo dell’Accademia delle Scienze, sede del Museo egizio

Ecco che cosa ne dice Misteria, un sito web dedicato all’insolito:

Sempre il Professor Solas Boncompagni, mentre si dedicava allo studio di antichi testi egizi, scoprì tre oggetti rotondi volanti (sopra una barca con rematore che portava offerte) in una rappresentazione tratta dal Libro dei morti, riprodotta nel Papiro Reale di Torino. Si trova nel capitolo LX, che si conclude con le seguenti parole: “Io approdo al momento [giusto] sulla terra, all’epoca stabilita, secondo tutti gli scritti della Terra, da quando la Terra è esistita e secondo quanto ordinato da [lacuna] venerabile.”

Ma chi era quest’uomo dal nome insolito, Solas Boncompagni? E perché passava il tempo a tirare fuori dischi volanti dalle testimonianze dell’Egitto antico?

Solas Boncompagni, cacciatore di UFO antichi

Per alcuni decenni Solas Boncompagni è stato un personaggio importante per l’ufologia e per gli italiani interessati all’insolito. Nato nel 1922 a Sansepolcro, in provincia di Arezzo, si trasferì poi a Firenze, dove trovò lavoro come insegnante di lettere nelle scuole medie. A questo impegno educativo sin dai primi anni ‘50 affiancò però una curiosa carriera parallela, incentrata su elucubrazioni senza fine su simbolismi e raffigurazioni antiche, esoterismo e fenomeni paranormali – ma, soprattutto, sui dischi volanti, l’ambito delle pseudoscienze a cui si dedicò con maggior impegno. 

In questa veste di studioso di occultismo e paranormale tenne un gran numero di conferenze e scrisse per diverse riviste. Fra tutte, sin dal marzo 1971, il mensile fiorentino Il Giornale dei Misteri. Fra le altre cose, fu un grande appassionato di “automatismo”, cioè la realizzazione di opere pittoriche, musicali o letterarie in trance: collezionava scritti di medium e quadri dipinti in stati alterati di coscienza. 

Ma l’ufologia lo assorbì più di ogni altra cosa. Nel 1959 diede vita a un gruppetto UFO di inclinazione esoterica, il “Movimento Aquilonare”. Non ebbe alcuna importanza in sé, ma da quell’esperienza, nei primi anni ‘60, con altri appassionati toscani creò il GCF (Gruppo Clipeologi Fiorentini), che a sua volta nel 1968 si trasformò in SUF (Sezione Ufologica Fiorentina). La SUF stabilì un rapporto di stretta collaborazione (in realtà, di larga subordinazione) con Il Giornale dei Misteri, però fu proprio grazie ai mezzi economici ed editoriali di cui la proprietà del mensile disponeva che Boncompagni, insieme ai suoi amici della SUF, poté realizzare il sogno che coltivava da parecchi anni: redigere una serie di volumi che presentassero quello che lui pensava fosse il meglio della casistica UFO italiana. 

Fin dai primi anni ‘60, infatti, Boncompagni raccoglieva in maniera quasi maniacale, sintetizzandole in schede ordinate per un numero limitato di items – e riempite a mano! – qualsiasi aneddoto ufologico italiano gli capitasse a tiro. In questo modo voleva dare ordine alla fenomenologia, in una volontà di incasellare una materia evidentemente multiforme. Boncompagni è quindi in parte all’origine dell’idea dei “cataloghi” di casistica, sempre più raffinati e d’incredibile dettaglio, che in seguito gli ufologi italiani hanno costruito e perpetuato fino ad oggi, con devozione infinita. 

Si tratta di elenchi di fonti diseguali, storie folli e plausibili, testimonianze casuali di ogni origine e natura, dovute a cause di ogni tipo. Sul piano scientifico non ne è chiara l’utilità, ma, di certo, sul piano culturale testimoniano un’interessante sopravvivenza nel tempo odierno di un’antichissima tradizione letteraria, quella dell’annalistica tardo-latina di autori come Giulio Ossequente e Rutilio Namaziano, con le loro raccolte di ostenta, prodigia, monstra e quant’altro di significativo e d’inspiegabile gli sembrava caratterizzasse regni, consolati e domini di ogni genere.

Proprio per questo, il nome di Boncompagni è legato più che altro alla serie di volumi UFO in Italia, i primi tre dei quali realizzati fra il 1974 e il 1990 con i colleghi della SUF.

Parallelamente a questo interesse per gli UFO “moderni”, Boncompagni fu un convinto sostenitore della “clipeologia”. Per quanto è possibile ricostruire, il termine comparve per la prima volta nel 1959 su Spazio & Vita, la prima, vera, piccola rivista di ufologia italiana, ad opera di un appassionato milanese, Umberto Corazzi. Il neologismo, destinato a un certo successo, fu coniato sulla base dell’espressione latina clypei ardentes, cioè gli “scudi infuocati” visti in cielo dagli antichi romani, secondo quanto tramandato da Plinio il Vecchio e da Giulio Ossequente (Boncompagni stesso curò una prima, sia pur non perfetta edizione del Libro dei prodigi di Ossequente). È scomparso nel 2017, alla bella età di quasi 95 anni.

Boncompagni, dunque, faceva parte della nutrita schiera di appassionati di ufologia convinti che i dischi volanti non fossero un affare moderno, ma che astronavi extraterrestri avessero visitato l’umanità fin dai tempi più antichi. E fu così che, quando venne a conoscenza di uno dei più ghiotti bocconi offerti al pubblico degli appassionati nella prima fase della storia dell’ufologia, il “papiro Tulli”, ci si gettò a capofitto. In questo modo, purtroppo, diede fama immeritata a una storia dalla natura a dir poco discutibile.

Lo strano caso del papiro Tulli

Del papiro Tulli si cominciò a parlare nel 1953, grazie a un articolo apparso sul n. 41 di Doubt, la bizzarra rivista che dal 1932 pubblicava la Fortean Society americana, governata in maniera dispotica da un esoterista con idee di estrema destra, Tiffany Thayer. L’autore era un nobile italiano di famiglia russa, Boris de Rachewiltz (1926-1997), egittologo, appassionato di esoterismo e anche lui di idee di destra radicale, nonché cognato del poeta Ezra Pound

In questo articolo de Rachewiltz raccontava una storia curiosa: nel 1934 il professor Alberto Tulli, ex-direttore del Pontificio Museo Egizio del Vaticano, aveva trovato uno strano papiro sulla bancarella di un antiquario di nome Phokion J. Tanos. Il documento, molto danneggiato e pieno di lacune, raccontava dell’apparizione in cielo di un anello di fuoco durante il regno di Thutmosis III (circa 1450 a.C.), della reazione della popolazione atterrita, dell’arrivo di altri oggetti simili al primo e di una pioggia di pesci e uccelli. Non potendo acquistare il papiro a causa dell’alto prezzo, Tulli avrebbe chiesto di poterlo copiare per studiarlo meglio, e quindi lo avrebbe trascritto dallo ieratico al geroglifico con l’aiuto di Étienne Drioton, direttore del Museo egizio del Cairo. De Rachewiltz avrebbe ritrovato il documento negli archivi del professor Tulli, alla morte di quest’ultimo.

Il problema è che del misterioso papiro non esiste alcuna traccia, né vi è segno della trascrizione di Tulli, che mai ne parlò ad alcuno durante tutta la sua vita. Nel 2006, dopo una serie di sospetti sulla natura del “papiro” che circolavano da decenni, un appassionato torinese di egittologia, Franco Brussino, si è reso conto che l’immagine del documento, pubblicata per la prima volta nel 1953 da de Rachewiltz e poi promosso da Boncompagni e da altri, era in realtà un collage di frasi tratte da uno dei più celebri e classici trattati di lingua egizia, l’Egyptian Grammar di Alan Gardiner (la prima edizione risale al 1927). Forse si trattò semplicemente di una burla ideata da de Rachewiltz o – con minor probabilità – da qualche antiquario ai danni di Alberto Tulli.

Tutto questo, però, negli anni ‘60 doveva ancora emergere. Boncompagni lesse l’articolo di de Rachewiltz e nel gennaio 1964 pubblicò in Italia la prima traduzione del papiro Tulli nella nostra lingua. L’occasione per divulgare questo documento – ritenuto ingenuamente “unico” nel suo genere – fu l’uscita del primo numero di Clypeus, rivista del “Centro Studi Clipeologici”, fondato a Torino da Gianni Settimo e da altri appassionati di ufologia e dell’insolito. Si tratta di una rivista che, comunque la si voglia giudicare, ha fatto la storia del Piemonte misterioso della seconda metà del secolo scorso: vi contribuirono, negli anni, personaggi come Roberto Pinotti, Alberto Fenoglio, Peter Kolosimo, Renzo Rossotti e l’ufologo genovese Renato Vesco. 

La pubblicazione dello scoop di Solas Boncompagni era solo il preludio di una serie di articoli in cui lo studioso toscano rileggeva in termini ufologici i documenti egizi, in particolare il Libro dei morti: dal numero uno al numero 6 di Clypeus (giugno 1965), Boncompagni andò avanti a ragionare di antiche guerre tra Seth e Osiride, di dischi alati, e di come gli antichi egizi avrebbero potuto interpretare l’arrivo di un’astronave aliena. Da allora in poi le sue considerazioni furono riproposte decine di volte dagli appassionati di paleoastronautica, passando persino attraverso le pagine del famoso “Rapporto Condon” sugli Ufo (1968) realizzato dall’Università del Colorado. Il successo definitivo, però, fu dovuto alla presentazione fattane – stavolta davvero al grande pubblico – nel luglio del 1971 da Sergio Conti, appassionato di parapsicologia e lui stesso membro della Sezione Ufologica Fiorentina – sul n. 4 del Giornale dei Misteri. Ne seguì una riproposizione sul numero di agosto 1989 della stessa testata.

L’immagine del papiro di Torino 

Noi però oggi vogliamo soffermarci soprattutto su un secondo papiro, portato in maniera del tutto improbabile a sostegno della realtà dell’inesistente papiro Tulli. Nell’articolo dell’agosto dell’agosto del 1989, in un paragrafo finale, Sergio Conti, aggiornando il quadro rispetto a quanto aveva scritto nel 1971, riconosceva che, nonostante decenni di ricerche, il papiro Tulli non era ancora saltato fuori. Non era, dunque, una buona prova dei contatti fra antichi Egizi e visitatori extraterrestri. Occorreva cercare altri riscontri a quell’incontro. 

La chiave, forse, poteva essere trovata in un papiro torinese, in cui Boncompagni aveva individuato “un triplice simbolo di svastica rotante in posizione di movimento”. 

Si tratta del Libro dei morti di Iuefankh, parte della collezione dell’esploratore Bernardino Drovetti, che nel 1824 Carlo Felice di Savoia acquistò, andando a formare il primo nucleo del Museo egizio di Torino. Si tratta di un elenco di formule funerarie che, a partire dal Nuovo Regno, gli antichi Egizi includevano nel corredo funerario dei defunti, e che dovevano servire a guidare il morto verso l’aldilà. L’esemplare di Torino arriva probabilmente da Tebe ed è particolarmente ben conservato, tanto che il nome stesso “Libro dei morti” fu coniato proprio in occasione di una traduzione di questo documento, pubblicata nel 1824 dal barone tedesco Karl Richard Lepsius

Oggi il Libro dei morti di Iuefankh è stato completamente digitalizzato dal Museo egizio di Torino, ed è possibile vedere da vicino l’immagine in cui Boncompagni (che peraltro già nella seconda metà degli Anni 60, su Clypeus, aveva mostrato una certa propensione a fantasizzare sul Libro dei morti) aveva riconosciuto tre dischi rotanti.

Scansione a cura del Museo egizio di Torino – Collezione papiri, pubblico dominio

Come ci ha confermato Mattia Mancini (Djed Medu), si tratta di una rappresentazione di tre cerchi con una X al centro, cioè, di un simbolo geroglifico che sta a indicare i luoghi geografici e in particolare le città:

Qui usato più come immagine simbolica che come testo vero e proprio, […] è la vignetta del capitolo 110, in cui il morto arriva nei campi delle Offerte (si trovano tante rappresentazioni anche nelle tombe). E l’immagine è tratta dal primo registro in cui il morto arriva in barca con offerte passando di luogo in luogo, ecco perché tre segni (plurale) delle città. In altri casi sono più piccoli o messi in verticale.

In altre parole, secondo la visione dell’aldilà degli antichi Egizi, il defunto doveva intraprendere un lungo viaggio, nel corso del quale attraversava i “campi di Iaru”. Qui, i morti perpetravano la loro vita di un tempo, arando e seminando, ma con meno fatica: si trattava di una regione fertile governata da Osiride, ricca di canali e ruscelli, in cui i raccolti erano sempre abbondanti. La vita continuava come quella dei vivi. Il defunto, sulla sua barca piena di offerte per Osiride, attraversava dunque terre e città, un particolare che veniva rappresentato ripetendo il geroglifico corrispondente per tre volte. Arrivava infine al cospetto del dio dell’oltretomba, accompagnato da Anubi, e veniva sottoposto al rituale della “pesatura”. Da un lato della bilancia veniva posto il suo cuore, dall’altro la piuma di Maat, dea della giustizia. Se il cuore era gravato da troppi peccati, sarebbe stato gettato in pasto a un mostro. Se invece fosse risultato leggero come una piuma, ecco che il defunto avrebbe potuto continuare a vivere nei campi dei beati.

Di astronavi e incontri con extraterrestri, inutile dirlo, neanche a parlarne. 

Immagine di copertina di Placidplace da Pixabay