29 Febbraio 2024
E leggiti 'sto paper

Identità di genere nel mondo preistorico: cosa sappiamo?

Nella società occidentale contemporanea, a lungo basata su un’idea binaria di genere e sesso, ci stiamo lentamente rendendo conto dell’esistenza di persone che non si riconoscono nell’idea di maschio o femmina. 

A chi studia il passato, però, sorge spontanea una domanda: è sempre stato così? Saremmo in grado di riconoscerlo con le fonti che possediamo? Storici e archeologi hanno ben chiari alcuni concetti da cui è necessario partire. Prima di tutto, solo una piccolissima parte delle testimonianze riguardanti un’epoca viene registrata in una fonte scritta o finisce sotto terra. Tipicamente, per le epoche storiche, conosciamo meglio le classi agiate e colte, che hanno lasciato traccia scritta della loro vita. Di tutte le testimonianze scritte o conservate, poi, solo una parte è giunta fino a noi e un numero ancora minore viene ritrovata e studiata con metodologie scientifiche.

C’è poi il fattore umano e culturale: storici, archeologi, antropologi ecc., anche se utilizzano metodologie scientifiche moderne, sono inseriti nella propria cultura e quindi non sono esenti da preconcetti. Ad esempio: perché scegliamo di dare più importanza ad una ricerca piuttosto che a un’altra? Quando facciamo ipotesi (perché quando si tratta del passato, c’è sempre una parte ipotetica, visto che nessuno di noi era presente), su cosa basiamo i nostri assunti?

Per molto tempo gli studiosi sono partiti dal presupposto che le società del passato fossero tutto sommato molto simili alla nostra. Chi non ha mai visto quelle illustrazioni di vita nel Paleolitico nelle quali donne bianche vestite di pelli lavano i panni al fiume o cucinano la cena e gli uomini bianchi vanno a caccia con le armi in pugno? Oggi molti studi stanno contribuendo a scardinare questa ipotesi, spesso riesaminando ricerche fatte in passato per farne emergere le problematiche. Ad esempio, grazie alla genetica di popolazioni sappiamo che nel Paleolitico in Europa non avevamo la pelle bianca e forse non tutte le donne stavano a casa a cucinare.

Uno studio uscito a maggio sulla rivista scientifica Cambridge Archaeological Journal, dal titolo Error or Minority? The Identification of Non-binary Gender in Prehistoric Burials in Central Europe, cerca di rispondere a queste domande: esistevano persone non binarie nella preistoria? E noi siamo in grado di identificarle?

Eleonore Pape, del Max Planck Institute, e Nicola Ialongo, dell’Università di Gottingen, hanno selezionato 7 necropoli europee, oggetto di pubblicazioni scientifiche integrali, datate tra il Neolitico e la tarda età del Bronzo (5500 – 1200 a.C.), per un totale di 1252 individui.

Prima di analizzare la ricerca, bisogna fare ulteriori premesse. Nello studio (e da ora in poi) quando si parla di “sesso” lo si intende nel senso di sesso biologico, determinato nella maggioranza dei casi in esame da un’analisi antropologica delle ossa. Per genere invece si intende l’ipotetica identità nella quale si riconosce un individuo e viene determinata in base agli oggetti di corredo ritrovati insieme allo scheletro, e quindi compete all’archeologo. 

Ai fini dello studio, i ricercatori assumono che se sesso e genere corrispondono, ci troviamo di fronte ad un individuo binario (ad esempio maschio o femmina), se invece non corrispondono (ad esempio se il sesso è maschile ma il corredo femminile), è non binario. Questo assunto sembra semplice, ma presenta già alcune difficoltà.

Fino a pochi anni fa sesso e genere spesso non sono stati intesi come due dati distinti, ma intercambiabili. Bastava quindi che uno scheletro avesse un corredo maschile, cioè tipicamente composto da armi o utensili come asce e coltelli, per identificare l’individuo come maschio. O, viceversa, se lo scheletro veniva identificato come femminile, allora l’individuo era considerato una femmina. 

Questo ha portato a diversi errori, uno fra tutti il famoso caso della sepoltura di epoca vichinga di Birka: corredo e tipologia della sepoltura hanno fatto pensare per anni che l’individuo fosse maschile, ma moderne analisi osteoarcheologiche invece hanno determinato che si trattava di una donna.

Inoltre, suddividere sesso e genere in modo binario, quindi presupponendo una netta distinzione tra maschi e femmine, implica una semplificazione della realtà, come notano i firmatari dello studio, poiché alcune sindromi o condizioni possono influire sul sesso biologico (come dimostra ad esempio l’individuo di Suontaka Vesitorninmäki). D’altra parte, non esistono indicatori archeologici di genere universali. Provate a pensare nella nostra cultura di oggi cosa potrebbe identificare in modo univoco una femmina rispetto ad un maschio. Accessori per i capelli? Alcune femmine hanno però i capelli corti e alcuni maschi li hanno lunghi. Accessori per il trucco? Ma alcune femmine non si truccano, e alcuni maschi sì. Abiti di colore rosa? Io mi riconosco nel genere femminile ma non ho neanche un abito rosa, mentre alcuni maschi li hanno. E via dicendo. 

La classica dicotomia maschio/femmina è un indicatore di come l’archeologia in gran parte dei casi è stata un riflesso dei valori del suo tempo. Sono gli stessi autori dello studio a notare come siano stati presi come indicatori di genere gli oggetti legati alla guerra (come armi, finimenti per i cavalli o parti di carri) per i maschi, e gli oggetti legati alla vita domestica (come pesi da telaio, vasellame, fusaiole) per le femmine, presupponendo a priori che gli uni fossero soldati mentre le altre casalinghe.

Gli autori hanno notato due approcci diversi nella determinazione di sesso e genere negli studi scientifici relative alle necropoli in esame. In alcuni casi gli archeologi hanno identificato le armi, mentre gli antropologi gli individui di sesso femminile, che poi sono stati quantificati in un secondo momento, con un approccio di tipo top-down. 

Un caso tipico è quello della necropoli di Neckarsulm, in Germania. Questo sito è stato identificato come un cimitero dedicato ai soli maschi, in base all’assenza di indicatori di genere femminile, ma il 58% delle sepolture non ha indicatori significativi di genere e il 26% degli scheletri ha un sesso indeterminato. A questo punto i ricercatori si sono chiesti: e se volessimo determinare se le armi sono veramente un attributo maschile? In questo scenario, con un approccio bottom-up, gli archeologi identificano le armi, mentre gli antropologi determinano il sesso, maschile o femminile. Poi viene calcolato quante volte le armi coincidono con un individuo di sesso maschile. Ad esempio nel caso delle necropoli di Aiterhofen-Ödmühle (Germania) and Trebur (Germania), il genere è stato assegnato a ogni individuo dopo aver quantificato le associazioni di specifiche categorie di oggetti con il sesso osteologico.

Partendo da queste premesse i ricercatori hanno ri-analizzato le 1252 sepolture selezionate, verificando quante volte sesso e genere non corrispondono. Le conclusioni permettono di affermare che per una larga parte della popolazione è valido il binarismo di genere, almeno per quanto riguarda il rituale della sepoltura e quindi per quello che la comunità riteneva appropriato per quella persona. Ma, esiste una categoria di individui che sfugge a questa idea e che quindi possiamo definire non binaria. 

Il 10% delle sepolture infatti ha caratteristiche opposte di sesso e genere. Spesso definite come eccezioni nella letteratura scientifica, i firmatari dello studio propongono invece di definirle come minoranza, in quanto la loro presenza è costante e ricorrente in 6 delle 7 necropoli analizzate. Ma, rilevano i ricercatori, queste conclusioni richiedono cautela, poiché per il 70% delle sepolture non è stato possibile definire uno dei due indicatori, sesso e genere, o entrambi. Inoltre, lo studio ha stabilito che i preconcetti dei ricercatori possono influenzare le attribuzioni esistenti.

In definitiva, secondo Pape e Ialongo, i dati disponibili supporterebbero l’ipotesi che una certa variabilità di genere fosse accettata socialmente dalle comunità preistoriche europee prese in esame e questo abbia lasciato traccia nei rituali funebri. I margini di errore discussi sopra non permettono di quantificarne la consistenza effettiva. Ulteriori studi e le moderne tecnologie, come l’analisi del DNA, potranno fare maggiore luce sui nostri preconcetti e, magari, aiutarci a scardinarli.

Immagine: scheletro maschile con collana e bracciale nel sito di Aiterhofen-Ödmühle, uno di quelli presi in esame dallo studio. Foto di Wolfgang Sauber, da Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 3.0 Unported.