20 Aprile 2024
Interviste

Xylella: a che punto siamo? Intervista al fitopatologo Donato Boscia

In seguito a una sentenza del Tar di Bari, nel dibattito pubblico è tornata a fare capolino la Xylella fastidiosa, il batterio che infetta gli olivi nel Salento da quasi 10 anni. Ma qual è lo stato delle cose? Ne abbiamo parlato con il fitopatologo Donato Boscia, dirigente di ricerca dell’Istituto per la protezione sostenibile delle piante del Cnr, da tempo in prima linea nello studio e nella lotta al patogeno. 

Boscia, perché il TAR è stato chiamato a pronunciarsi sulla vicenda?

Il TAR giudica i ricorsi proposti da privati che si ritengono lesi in un proprio legittimo interesse. Poiché, nel caso dell’emergenza Xylella, le misure di contenimento e di eradicazione si applicano in prossimità del fronte dell’epidemia, ossia in un’area dove le infezioni sono recenti e quindi i sintomi sono ancora blandi o del tutto assenti, non è infrequente che proprietari di piante raggiunti da determinazioni di abbattimento presentino ricorso. Sono ormai 10 anni che gli uffici legali della Regione Puglia sono chiamati continuamente ad argomentare le ragioni delle autorità fitosanitarie.

Dieci anni fa, quando la Xylella è arrivata in Italia, non era nota alcuna terapia efficace contro questa malattia, ma vista la gravità della minaccia si sono attivati diversi ricercatori. Quali passi in avanti sono stati fatti? C’è una cura?

“Cura” è una parola grossa, almeno se intesa come strumento capace di “risanare” una pianta infetta che oggi non mi risulta sia stato trovato. Una solida conferma della inesistenza di prodotti curativi si ha dalla consultazione della Banca dati dei prodotti fitosanitari del Ministero della Salute, dove si può verificare facilmente che, a differenza di diversi prodotti registrati per la lotta all’insetto vettore, non è presente alcun prodotto (battericida e non) registrato per la lotta a Xylella fastidiosa. Evidentemente, nonostante i vantaggi economici che deriverebbero dalla registrazione di un fitofarmaco curativo della Xylella fastidiosa potrebbero risultare significativi, nessuno dei produttori dei formulati propagandati per la lotta a questo batterio ritiene che ci siano le condizioni minime per poterli registrare come prodotti fitosanitari.

Tuttavia, progressi nella mitigazione dell’impatto dell’epidemia sono stati compiuti, soprattutto sul versante del contenimento della popolazione dell’insetto vettore (la sputacchina), elemento cruciale nell’epidemiologia di questo batterio, da cui dipende sia la velocità della diffusione spaziale che la progressione dei sintomi nelle piante già infette, condizionata dall’intensità e frequenza delle “superinfezioni”, ossia delle reinoculazioni successive all’infezione primaria. La migliorata conoscenza del ciclo della sputacchina e le sperimentazioni effettuate in Salento negli anni scorsi hanno permesso la messa a punto di linee guida, adottate dal Servizio Fitosanitario Regionale, mirate a ridurre la popolazione del vettore. In particolare, è stata verificata l’efficacia delle lavorazioni del terreno durante la fase di sviluppo degli stadi giovanili del vettore (marzo-aprile), capaci di abbattere le ninfe anche del 90%. è stato inoltre verificato che la sostituzione delle varietà altamente suscettibili, cioè ad alta carica batterica, con le varietà resistenti, con carica batterica quindi molto più bassa, faccia crollare l’efficienza di acquisizione e di trasmissione dei vettori. Il ricorso integrato a queste due pratiche porta ad una riduzione sia della popolazione di sputacchina sia della percentuale di infezione della stessa, con conseguente rallentamento della diffusione a distanza e del decorso dei disseccamenti delle piante già infette. Com’è noto, le autorità fitosanitarie hanno fatto proprie queste indicazioni autorizzando in zona infetta esclusivamente l’impianto di varietà resistenti, promuovendo il sovrainnesto delle varietà suscettibili con quelle resistenti e raccomandando o obbligando, a seconda delle zone, le operazioni di lotta al vettore sia con lavorazioni meccaniche sia con mezzi chimici. Se poi a tutto ciò si associa la forte riduzione della vegetazione altamente suscettibile, operata naturalmente dall’azione distruttiva del batterio, il risultato è quel che si sta osservando: il serbatoio d’inoculo e la pressione dei vettori infetti si sono ridotti rispetto ad anni addietro, con una conseguente apparente mitigazione dell’impatto dell’epidemia in termini sia di velocità di diffusione sia di decorso della sintomatologia sulle piante infette.

A tutto ciò va poi aggiunta la migliorata organizzazione e più tempestiva applicazione del programma di monitoraggio e contenimento del piano d’azione della Regione Puglia. In questo contesto di attenuato impatto del batterio, non sorprende che le cosiddette “buone pratiche agronomiche” (ossia tutte le pratiche colturali che favoriscono lo sviluppo delle piante: controllo delle malerbe, irrigazione, concimazioni, potature periodiche ed equilibrate) tornino ad avere un positivo effetto sulla reazione delle piante. Per queste ragioni da almeno un paio d’anni si sta osservando un significativo rallentamento sia della diffusione dell’epidemia che dello sviluppo dei sintomi nelle piante infette. Ciò sta consentendo, in alcune zone, una parziale ripresa della vegetazione delle piante, fenomeno positivo perché fa intravedere la possibilità di mantenere in vita gli olivi di affezione o di valore paesaggistico. L’olivicoltura da reddito, però, è un’altra cosa e questa ripresa non è assolutamente sufficiente a restituire al settore la competitività economica persa.

L’autorità competente in materia a livello europeo, l’European Food Safety Agency (EFSA) ha stilato delle linee guida per limitare l’impatto di Xylella sulle coltivazioni. In cosa consistono queste raccomandazioni?

Più che linee guida l’EFSA ha stilato una valutazione del rischio fitosanitario che la Direzione Generale competente della Commissione Europea utilizza come supporto scientifico per la emanazione delle proprie Decisioni e Regolamenti, quali ad esempio le misure di eradicazione o di contenimento. Tuttavia, nel caso specifico delle possibili cure la stessa EFSA è stata chiamata già in due occasioni, nel 2016 e nel 2019, a valutare l’efficacia di protocolli candidati alla cura del batterio. In entrambi i casi il parere del panel di esperti di EFSA è stato lo stesso: “Non esiste ancora un modo conosciuto per eliminare il batterio da una pianta malata in reali condizioni di campo. In esperimenti recenti è stata valutata l’efficacia di misure di controllo chimico e biologico e i risultati mostrano che esse possono ridurre temporaneamente la gravità della malattia in alcune situazioni, ma non vi sono prove che possano eliminare X. fastidiosa in condizioni di campo per lungo periodo”.

In una sentenza del TAR che ferma gli abbattimenti di alcune piante positive a Xylella a Ostuni, il giudice scrive: “È interessante notare come tutti gli alberi degli altri proprietari risultati positivi a Xylella fastidiosa siano ad oggi in ottimo stato vegetativo e produttivo, unitamente agli altri ricadenti nello stesso terreno e trattati con i protocolli sperimentali indicati dal Comitato Scientifico […] Evidentemente, i processi fisiologici naturali tipici di una pianta in ottima salute sono attivi e, col supporto irriguo e i trattamenti biostimolanti, la risposta della pianta è stata pronta ed effettiva”. Quanto scritto nella sentenza è in linea con l’opinione degli esperti in materia?

Questo è ripreso da una delle sentenze emesse dal TAR di Bari, più precisamente dalla sentenza della Sezione Terza del Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia del 24 marzo scorso, ma lo stesso tribunale in altre tre occasioni recenti, 21 marzo, 11 aprile e 6 maggio, ha pubblicato una sentenza e tre ordinanze  di segno opposto, respingendo sia una richiesta di sospensiva del Piano d’Azione regionale per contrastare la diffusione di Xylella, sia richieste di annullamento di determinazioni di abbattimento di piante infette in zona cuscinetto a Castellana grotte: a distanza di pochi giorni si sono registrati pronunciamenti apparentemente contraddittori della stessa Sezione dello stesso TAR.

La differenza sostanziale è nelle zone in cui ricadevano le piante oggetto di ricorso: nel primo caso, Ostuni ricade in zona infetta “ex-contenimento”, in cui il Regolamento UE 2020/1201 non impone l’obbligo  di monitoraggio e applicazione di misure di contenimento ma in cui il servizio fitosanitario regionale, in applicazione di una legge regionale che promuove la salvaguardia degli olivi monumentali, deve monitorare il territorio e in presenza di piante infette disporre l’estirpazione della pianta infetta al fine di tutelare la piana degli olivi monumentali. 

Nel secondo caso, Castellana ricade in zona “cuscinetto” e quindi soggetta agli obblighi di eradicazione prescritti dal Regolamento comunitario 1201 la cui legittimità il TAR non mette in discussione e, per tale ragione, non ha accolto la richiesta di sospensiva dei ricorrenti. Ricordo che l’obbligo di abbattimento delle piante infette in “zona cuscinetto” ed in “zona contenimento” è indipendente dal fatto che le piante siano comunque condannate a soccombere o possano essere mantenute in vita, ma ha l’obiettivo di evitare o limitare il rischio che il contagio si diffonda anche alle zone indenni limitrofe, ossia è un sacrificio necessario per la salvaguardia dell’interesse generale. 

La perplessità sorge nella prima sentenza, relativa al territorio di Ostuni, possibile risultato di un dibattimento in cui sembrerebbe sia passato in secondo piano il fatto che la prescrizione di abbattimento aveva come obiettivo non solo la gestione del focolaio oggetto del ricorso ma, ancor più, la riduzione della pressione di inoculo nell’adiacente zona di contenimento e, in ultima analisi, sulla zona cuscinetto. Obiettivo quest’ultimo che, ripeto, prescinde dallo stato vegetativo delle piante in questione e dalla possibilità di mantenerle in vita seppur infette. Se così non fosse avrei difficoltà a comprendere perché l’orientamento sulle piante di Castellana sia stato invece diametralmente opposto. Ad ulteriore conferma della volontà del Servizio fitosanitario di contenere su Ostuni al fine di ridurre la pressione d’inoculo sulle zone contenimento e cuscinetto è l’aver previsto, come alternativa all’abbattimento delle piante infette in zona ex-contenimento, il sovrainnesto con varietà resistenti appunto con l’obiettivo di ridurre al minimo l’efficienza di trasmissione dei vettori. Mi risulta che la Regione Puglia intenda ricorrere al Consiglio di Stato, non tanto per l’intervento in sé, in quella zona ormai forse tardivo, ma per il pericoloso precedente giuridico che si creerebbe.

In ogni caso, fa comunque notizia che un tribunale sia entrato nuovamente nel merito di aspetti meramente tecnico/scientifici ed abbia voluto prendere in considerazione un rapporto tecnico che attribuisce all’applicazione di un determinato protocollo, basato sull’utilizzo di prodotti non registrati come fitosanitari e la cui validità non è riconosciuta da EFSA, il soddisfacente stato vegetativo delle piante infette, facendo perdere di vista l’obiettivo principale delle determinazioni dell’Autorità fitosanitaria, ossia la prevenzione o il contenimento dell’ulteriore diffusione del batterio.

Volendo prendere per buona l’osservazione che “tutti gli alberi degli altri proprietari risultati positivi a Xylella fastidiosa siano ad oggi in ottimo stato vegetativo e produttivo, unitamente agli altri ricadenti nello stesso terreno”, sarebbe un quadro compatibile con quanto ho spiegato prima, ossia con la fase di attenuazione dell’impatto del batterio dovuto probabilmente al mutato quadro epidemiologico. A maggior ragione in un’area, quale l’agro di Ostuni, in cui si adottano regolarmente le “buone pratiche agronomiche” che includono anche fertilizzanti (di fatto ciò è quel che la sentenza richiama come trattamenti “con i protocolli sperimentali”).

A questo proposito va detto che, trattandosi di un fenomeno senza precedenti, non era possibile prevedere con certezza l’evoluzione dell’epidemia. Solo ora, a distanza di un decennio, il quadro storico si va chiarendo. Dopo aver assistito ai primi 7-8 anni di avanzata galoppante, adesso stiamo vivendo una fase rallentata di ridotto avanzamento, sulla cui evoluzione futura credo che nessuno possa azzardare previsioni. I dati fino ad ora in nostro possesso, pur non tralasciando nessuna ipotesi di ricerca ed in attesa di completare ulteriori approfondimenti, non sono sufficienti a supportare l’ipotesi, traslabile dall’esperienza del Covid-19, di una mutazione della popolazione batterica in un ceppo più attenuato. Come ho già detto, un ruolo importante sembrano averlo i fattori che incidono sulla popolazione del vettore e, se venisse confermata questa ipotesi, potremmo aspettarci un andamento ondulatorio con riacutizzazione dell’impatto a seguire di incrementi di vegetazione/vettore ad alta carica batterica.

Il formulato a cui fa riferimento la sentenza (un fertilizzante integrato a base di rame e zinco) non è l’unico propagandato con articoli o tramite i social; ce ne sono anche altri, sempre a base di fertilizzanti, che indurrebbero presunti miglioramenti dello stato vegetativo dell’olivo. Come ho già detto, dal nostro osservatorio questi fenomeni di miglior stato vegetativo risultano indipendenti dall’impiego dei diversi prodotti propagandati, in quanto sono da attribuire all’azione integrata delle “buone pratiche agronomiche”. Stiamo seguendo diversi casi di oliveti presenti in zona disastrata in cui una gestione agronomica razionale, che prevede anche l’impiego di fertilizzanti, sebbene diversi da quelli propagandati, stanno mostrando uno sviluppo vegetativo meritevole di essere monitorato. Ma dobbiamo essere consapevoli che si tratta di una situazione che presenta notevoli insidie, sia per il rischio che un illusorio cessato allarme faccia abbassare la guardia rispetto alla necessità di continuare a perseguire le azioni di contenimento dell’epidemia, favorendone una nuova impennata, sia per il rischio di attribuire al formulato di turno il merito di una apparente ripresa con quel che ne conseguirebbe in termini di potenziali speculazioni commerciali.

Si legge infine che: “È errato ed illegittimo precludere attività di indagine e ricerca scientifica, in uno all’applicazione di protocolli di cura i quali, benché non validati da Autorità europea per la sicurezza alimentare, siano frutto di studio da parte di un collegio di esperti che ha messo in atto un approccio multidisciplinare per il contrasto della Xylella fastidiosa”. Il collegio in questione è guidato dal comitato Ulivivo, che da anni è contro le raccomandazioni EFSA sugli abbattimenti e sostiene che siano disponibili “diversi protocolli di cura sia empirici che scientifici”. Si tratta di un’affermazione che ha riscontri scientifici?

È ovvio e assolutamente condivisibile che sarebbe errato ed illegittimo precludere qualsivoglia attività di indagine e sperimentazione, inclusa quella citata dal TAR, e credo che nessuno si azzardi anche solo ad ipotizzare di precludere tali sperimentazioni nella zona infetta sufficientemente lontana dalla zona cuscinetto, un territorio che oggi comprende oltre 7.000 Km2 di penisola Salentina. Cosa ben diversa sarebbe però consentire che tali sperimentazioni vengano realizzate nelle zone “cuscinetto” e “contenimento”, come alternativa alle misure di quarantena mirate a minimizzare il rischio dello sconfinamento del batterio nella zona indenne. 

Si ringrazia Stefano Maurizio per l’aiuto alla formulazione delle domande. Foto di Vincent Eisfeld da Unsplash