28 Febbraio 2024
Giandujotto scettico

Il beato Giovannino da Volpedo, un “martire ucciso dagli ebrei”

Giandujotto scettico n°136 di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo (06/04/2023)

Ogni anno, ad agosto, il piccolo borgo di Volpedo (Alessandria) è in festa: si celebra il patrono del paese, il beato Giovannino Costa, un ragazzo ucciso “in odio alla fede” nel Quindicesimo secolo.

Il beato Giovannino fa parte di quella purtroppo ancora nutrita schiera di martiri che, secondo la tradizione cattolica, sarebbero stati rapiti e torturati da ebrei, pronti a utilizzarne il sangue in riti blasfemi (mescolandolo, ad esempio, con gli azzimi della Pasqua): è la vergognosa e infondata accusa del sangue, che tra il Dodicesimo e il Diciannovesimo secolo portò più volte a massacri, incarcerazioni sommarie, persecuzioni (e non soltanto in ambito cattolico, ma anche ortodosso, e in tempi più recenti, protestante). Per quanto riguarda il Cattolicesimo, di norma le vittime di questi omicidi rituali sono giovanissime, in genere bambini o giovani, assurti a furor di popolo agli onori degli altari. Il più famoso è forse San Simonino di Trento, ricordato fino al 1965 nel Martirologio cristiano come “fanciullo trucidato crudelmente dai Giudei, autore di molti miracoli”. Ma, a peggiorare le cose, ci sono anche i beati Lorenzino da Marostica e Sebastiano da Portobuffolè, il santo Niño de la Guardia, il beato Rodolfo da Berna, san Rodberto di Parigi, il beato Guglielmo di Norwich, il beato Ugo di Lincoln…

Dietro alle loro storie, c’è una delle più antiche leggende dell’antisemitismo cristiano, usata per spiegare la sparizione e l’uccisione di bambini, dando la colpa al più classico dei capri espiatori: gli ebrei. Anche la vicenda del beato Giovannino da Volpedo può essere letta in questo modo.

Una storia con ben poche fonti

La “storia ufficiale” del beato Giovannino Costa è frutto di una tradizione più o meno inventata in tempi difficili da definire: fino a tempi recentissimi, non ci sono stati studi sul caso, e i riferimenti alla vicenda sono rari e sporadici. Il 19 agosto 1920 comunque il vescovo di Tortona, monsignor Vincenzo Legè (1885-1931), fece una ricognizione delle reliquie del beato, conservate a Volpedo. A suo dire, si trattava del corpo di un ragazzo tra i 12 e i 15 anni. Fu sempre Legè a raccontare per esteso, per la prima volta (e, certo, a modo suo) la vita del “martire”, in un libro uscito nel 1921: Il borgo di Volpedo e il beato Giovannino Costa. Si tratta di un testo apologetico e pieno di inesattezze storiche – oltre che di illazioni verso altre confessioni – ma che almeno ammette la scarsità delle informazioni affidabili sul caso: 

degli avvenimenti che ho narrato intorno al beato Giovannino non ci è rimasto alcun documento scritto, se si eccettua il cenno che ne fa […] Antonio Braghieri, che scrisse le sue memorie nel 1730.

Per sopperire al problema, Legè infarciva il racconto di riferimenti alla tradizione e di “voci popolari” tramandate nella zona. Da allora, tuttavia il testo di Legè fu la fonte principale sulla vita del beato Giovannino – un libro, ricordiamolo, basato su fonti abbastanza precarie, e lette in un modo scientificamente discutibile.

Ma dunque, cosa sarebbe accaduto al ragazzo? Legè racconta che il beato Giovannino Costa era un pastore, e che il sabato 2 aprile 1468 stava tornando da Tortona, dove si era recato a vendere uova e burro. Arrivato in zona Scorticavacca, venne ucciso da “infedeli” e “colà” gli vennero “strappati l’esofago e i precordii”. Il ragazzo fu trovato tempo dopo, mentre intorno a lui stava il suo gregge di pecore, inginocchiato “quasi a piangere la morte del suo custode”. Subito fu considerato martire, e il corpo, come si racconta spesso in questo genere di apologetica, fu conteso tra Tortona e Volpedo. Così si optò per una soluzione salomonica: la testa rimase a Volpedo, mentre il resto del martire fu portato alla chiesa di san Domenico di Tortona. I due “pezzi” furono riuniti soltanto nel 1820, quando i resti del beato furono definitivamente spostati a Volpedo.

Ariani, valdesi o ebrei?

La precarietà delle fonti è confermata da un fatto: gli assassini del ragazzo sono stati identificati, nel tempo, con “eretici” arii, manichei e valdesi, per stabilizzarsi in seguito sull’accusa più nota e tristemente passata alla storia – quella contro gli ebrei. Antonio Braghieri, la principale fonte di Legè, raccontava che il beato Giovannino era stato assalito da arii, che avevano incontrato il ragazzino mentre tornava da Tortona e lo avevano “allettato con blandizie” affinché “sacrificasse agli dei”. In seguito al suo rifiuto, gli eretici avrebbero ucciso il beato, strappandogli esofago e precordi. Il problema è che ipotizzare la presenza di seguaci di Ario nel Piemonte del Quindicesimo secolo è pura fantastoria: perseguitato dall’imperatore Teodosio, l’arianesimo venne sconfitto intorno al settimo secolo, e non se ne trovano tracce nei secoli successivi. L’idea che Giovannino fosse andato incontro alla sua sorte incrociando i seguaci di un movimento religioso estintosi settecento anni prima è una sciocchezza difficile da commentare.

Rendendosi conto della discrepanza storica, Legè arrivò ad ipotizzare che gli uccisori di Giovannino potessero essere stati valdesi (il movimento valdese era in quei decenni molto diffuso in tutto il nord Italia, e da lì a poco sarebbe passato alla nascente Riforma protestante), inanellando così una serie di errori niente male: 

Dicesi che fossero degli eretici, e in quel tempo l’alta Italia era infestata dai valdesi, che rinnovando gli errori dei manichei pigliavano però nomi diversi, di catari, di patarini ecc.

Catari e manichei erano movimenti religiosi completamente diversi da quello valdese – l’unico dei tre sopravvissuto nel Quindicesimo secolo: avevano teologie, storia e strutture organizzative del tutto differenti da quelle di un movimento che ormai stava per diventare una chiesa riformata di tipo calvinista. Ma è lo stesso Legè a correggersi subito dopo, per poter dare finalmente la colpa ai “perfidi giudei”: 

È più probabile che gli autori di quel misfatto siano stati gli ebrei per procurarsi sangue cristiano da mescolare ai loro azimi nel rito pasquale […] È risaputo infatti che gli ebrei nei loro assassini rituali preferiscono vittime innocenti. 

Siamo nel 1921, e un vescovo italiano dava l’ennesima, disturbante prova che l’antisemitismo teologico era moneta corrente nel Cattolicesimo: perché scompaia definitivamente dalla sua dottrina bisognerà attendere tempi recentissimi, ossia il Concilio Vaticano II. Su questa corrente anti-ebraica s’innesterà via via l’antisemitismo fascista, grazie a rivistacce come La difesa della razza: se gli ebrei odiavano a tal punto i cristiani – questo era il ragionamento – ne era pienamente giustificata l’esclusione, la discriminazione e, infine, l’eliminazione.

La storia alla prova dei documenti

Come dicevamo, sulla storia del beato Giovannino le fonti più utilizzate sono tarde e precarie. Nel 1602 Maffeo Gambara, vescovo di Tortona, ordinò di ricostruire il processo di beatificazione e le testimonianze dei suoi miracoli, che avrebbero dovuto trovarsi nei vari archivi della zona. Il Concilio di Trento, conclusosi allora da alcuni decenni, stava agendo in due direzioni: prima di tutto, reagendo contro il Protestantesimo, ma, al tempo stesso, mettendo in atto un tentativo non sempre riuscito di riordinare la struttura e le procedure giuridiche e dottrinali della chiesa di Roma. Da questo punto di vista, diventò più macchinoso e più “tecnico” far salire qualcuno sugli altari, che si trattasse di santi, beati o servi di Dio. 

In altri termini, sia pure secondo una logica particolarissima come quella della chiesa cattolica, ci volevano le prove. Che, nel caso di Giovannino, non saltarono mai fuori: è infatti probabile che non ci fosse mai stato un vero processo canonico, e che la sua venerazione fosse sorta soltanto sulla base del culto popolare – cosa comunque sospetta in sé, per una struttura centralizzata come la chiesa cattolica. Eppure, il culto fu più volte autorizzato dai vescovi di Tortona. 

Alcuni documenti d’epoca, però, ci sono: sono stati ritrovati negli anni Novanta dallo studioso Italo Cammarata, che li ha presentati nel 1997 in Il beato Giovannino patrono di Volpedo – Un fanciullo “martire” della fine del secolo XV (di Italo Cammarata e Ugo Rozzo, Quaderni dell’“Associazione Pellizza da Volpedo”, Volpedo, Alessandria). 

Erano conservati negli archivi della Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano, e questo non deve stupire: dal 1347, infatti il territorio di Tortona era entrato a far parte dei domini dei Visconti di Milano, che nel 1450 erano passati alla potente famiglia degli Sforza. Il feudo di Volpedo, ceduto inizialmente a Perino da Cameri, era stato donato nel 1425 dal condottiero alla Fabbrica del Duomo, cioè all’organizzazione che si occupava e si occupa tuttora del restauro del mantenimento della struttura religiosa.

Una situazione politica complicata, dunque, ed è indicativo che i documenti ritrovati riguardino una serie di problemi di giurisdizione tra le varie autorità della zona. Queste lettere, in ogni caso, hanno finalmente permesso di mettere alcuni punti fermi sulla vicenda del beato Giovannino, correggendo ad esempio la data del fattaccio (che sarebbe avvenuto nel 1482 e non nel 1468, come narrava la tradizione).

Che cosa dicono, dunque, i documenti sopravvissuti?

Una lotta di potere tra il Podestà di Tortona e il Commissario della città

Le lettere giunte da Tortona alla corte degli Sforza sono per lo più firmate dal podestà di Tortona, Galdino de Chiriachis, e dal referendario Paolo Malcolzato, funzionario ducale che aveva l’incarico di Commissario dell’Oltrepò. Parlano di un “puto de etade de circa VIIII anni trovato in località Scorticavacha” (dunque, un ragazzino di circa nove anni ritrovato in una cascina della zona di Volpedo) il 2 aprile 1482. Galdino, sotto la cui giurisdizione ricadeva l’amministrazione di Volpedo, si era messo a investigare senza indugio per “ritrovare lo malefactore e delinquente”.

A quanto pare, il podestà aveva raccolto alcune accuse che davano la colpa a “alchuni homini de Pontecurono”. Solo che Pontecurone, paese vicino, non era sua giurisdizione, e, perciò, aveva chiesto a Paolo Malcolzato, il funzionario ducale, di scrivere al podestà di Pontecurone per chiedergli di mandargli i sospetti. Il commissario dell’Oltrepò (cioè il referendario Malcolzato) però aveva parlato direttamente con il podestà di Pontecurone, che in quel momento si trovava a Tortona: gli aveva detto dell’omicidio e gli aveva segnalato che a Casalnoceto, assai vicino al luogo del delitto, c’erano dei “campari” (guardie campestri) che sembravano ben informate dei fatti e ne parlavano di continuo. 

Il podestà di Pontecurone era tornato a Tortona il 5 aprile, ed era subito andato a cercare Malcolzato mentre assisteva alla messa (era Venerdì santo, tutta Tortona era in chiesa): a quanto pare, aveva fatto arrestare un frate (tale Giovanni Guerra, dell’Ordine dei Servi), che aveva confessato di aver ucciso il ragazzo su ordine di alcuni ebrei di Tortona. A quel punto il referendario raccontava di essere andato a cercare il podestà di Tortona, l’unico autorizzato ad amministrare la giustizia sul territorio. Non trovandolo, nel timore che i mandanti dell’omicidio scappassero, era andato dal commissario della cittadella (che aveva il compito di proteggere militarmente Tortona, ma che non si occupava di arrestare i criminali comuni) e gli aveva chiesto quattro dei suoi fanti. Con il loro aiuto, e in compagnia del podestà di Pontecurone, aveva dunque arrestato due ebrei tortonesi e sequestrato i loro beni, affidati alla “famiglia” del capitano (la “famiglia” era la squadra armata di polizia che assisteva ogni funzionario pubblico).

Di questo, però, il podestà di Tortona Galdino si lamentava molto con i duchi di Milano:

Le quali tutte cose cedono in mio vilipendio e gravissimo danno e vergogna perché, essendo commesso tale delicto in la mia jurisditione, specta al mio offitio ad procedere e punire il delinquente.

Un terzo ebreo, che il Referendario avrebbe voluto arrestare, venne invece messo sotto chiave dal Podestà di Tortona. In pratica, tutta la piccola comunità ebraica di Tortona fu arrestata o inquisita, in relazione alla morte di Giovannino.

La comunità ebraica di Tortona

A Tortona, così come in tutto il Ducato di Milano, gli ebrei vivevano da almeno cinquant’anni; facevano per lo più i banchieri, prestando denaro a interesse (un lavoro che la chiesa cattolica vietava ai suoi membri) e gestendo i banchi dei pegni. Per esercitare, pagavano un tributo imperiale ai duchi di Milano, ed erano costretti a portare un segno di riconoscimento sui vestiti.

I banchieri in genere avevano servi anche loro di fede ebraica, cosa che facilitava il sorgere di piccole comunità. A causa del loro lavoro e degli alti tassi di interesse (che si aggiravano intorno al 20% annuo), non erano molto amati. A Tortona, ai tempi della morte di Giovannino, molti ricordano ancora con indignazione quanto avvenuto trentacinque anni prima: nel 1447, in seguito alla morte dell’ultimo Visconti di Milano, era scoppiato il caos, e la gente ne aveva approfittato per scassinare con la forza il banco dei pegni e riprendersi senza troppi complimenti quanto aveva impegnato. Tornata la calma, il banchiere si era appellato al nuovo duca di Milano, Francesco Sforza, che aveva imposto la restituzione del maltolto. La vertenza aveva avvelenato i rapporti tra i tortonesi e la comunità ebraica per anni. 

E poi, c’erano le voci ricorrenti sugli omicidi rituali, e il clima per gli ebrei stava diventando sempre più fosco… Nel 1475 era avvenuto l’omicidio di Simonino da Trento, poi fatto santo dalla chiesa di Roma, che aveva portato all’arresto degli ebrei della città. Nel 1480 tutti gli ebrei del ducato di Milano erano stati imprigionati con l’accusa di aver fatto rubare le ostie consacrate dalle chiese, mentre a Treviso, nel giugno dello stesso anno si era diffusa la voce che gli ebrei avessero ucciso un bambino per ottenerne il sangue: i presunti colpevoli furono in parte impalati e in parte impiccati. In agosto, tre ebrei di Padova furono accusati di aver assassinato un bambino, perché dal suo sangue volevano ricavare un elisir curativo. Vennero bruciati sul rogo. Nel 1481 (appena un anno prima della morte di Giovannino, dunque) a Casalmaggiore, presso Cremona, finì arrestato un frate dell’Ordine dei Minori, accusato di aver preso 400 ducati d’oro dagli ebrei per uccidere un fanciullo cristiano e cavarne il sangue. Il presunto colpevole fu appeso alla torre campanaria di Cremona e lasciato morire… Non stupisce quindi che il ritrovamento di un fanciullo morto, in tempi nei quali omicidi e violenze della soldataglia erano cosa comunissima, si additasse subito l’ebreo. È probabile che anche nel caso di Volpedo, nel 1482, sia avvenuto qualcosa del genere.

La cosa diventava più facile se il delitto avveniva nel periodo precedente alla Pasqua. Erano i giorni in cui dai pulpiti più facilmente i predicatori tuonavano contro gli usurai e gli ebrei “uccisori di bambini”. Il fenomeno era così diffuso che il 28 febbraio 1478 il Ducato di Milano aveva inviato a Tortona una circolare, che diceva: 

Poiché spesse volte quando se approssimano li dì santi, per il predicare che fanno li predicatori, sogliono essere facti qualche tumulti et novità contra li ebrei, la qual cosa pò essere casone de scandali et inconvenienti, volemo admoniati [avvisati] honestamente li predicatori che predicano in quella città ad guardarsi de non predicare cosa che potesse permettere novità contra dicti ebrei.

I colpevoli inviati a Milano

Il 12 aprile, da Milano arrivò la risposta della corte sforzesca, che dava ragione al podestà di Tortona e ristabiliva le gerarchie: il commissario della cittadella doveva occuparsi solo della custodia della fortezza, mentre il commissario dell’Oltrepò non avrebbe dovuto impicciarsi di cause civili né di quelle criminali.

Nel frattempo, comunque, i colpevoli erano stati individuati e trasferiti a Milano: lo sappiamo da alcune lettere intercorse tra il Ducato e il vescovo di Tortona, Giovanni Botta, e tra il Ducato e frate Angelo da Castelnuovo, provinciale dell’Ordine dei servi (l’ordine a cui apparteneva uno dei presunti colpevoli). Questi erano stati individuati in fra’ Giovanni de Guerris (Giovanni Guerra) e in “Simone hebreo”, che non avevano negato il loro delitto (ma, ricordiamolo: allora era pratica comune ricorrere alla tortura, ed è più che possibile che le confessioni fossero state, per così dire, facilitate).

Insieme a loro, erano stati arrestati altri ebrei, tra cui il banchiere che gestiva il banco dei pegni di Tortona, a cui erano stati anche sequestrati i beni.  

Ci furono però altre conseguenze. Il duca di Milano mandò in città dei Commissari che fecero fare l’inventario del banco e che emanarono “pubbliche grida” che prescrivevano che “entro 15 giorni tutti i pegni” dovessero “essere riscattati”. Le autorità cittadine non furono contente del provvedimento. Non a caso, negli Atti della Città di Tortona risulta una riunione del Consiglio generale, avvenuta il 28 aprile del 1482, nella quale si afferma che la delibera avrebbe portato “danno alla città”: molti cittadini, a quanto pare, non avevano i soldi per riscattare i propri oggetti, cosa che erano soliti fare soltanto dopo il raccolto, dunque a inizio estate. Tuttavia, questo conflitto incipiente probabilmente si risolse in un nulla di fatto, perché, alla fine, del delitto furono accusati soltanto Giovanni Guerra e “Simone l’hebreo”; agli innocenti fu permesso di ritornare a Tortona.

Non sappiamo che fine abbiano fatto i due presunti colpevoli: è molto probabile che siano stati giustiziati. 

I miracoli di Giovannino

Allo stesso modo, dai documenti emerge pochissimo sul conto del ragazzo morto. Non sappiamo chi fossero i genitori, né i particolari macabri del delitto, né di esofaghi strappati e pecore inginocchiate – i particolari su cui si sofferma Legè nel 1921: su questi dettagli, a parlare è solo la tradizione. Ma invece sappiamo, grazie a un’altra lettera inviata il 13 aprile da Milano al vescovo di Tortona, che intorno a Giovannino era già sorto un culto popolare: il Ducato chiedeva al prelato di accertarsene e di indagare sui miracoli attribuiti al ragazzo. 

E così, ecco che il 17 aprile 1482 un certo Giambattista Lancia, che si firmava Vicario generale in spiritualibus, andò a Volpedo alla ricerca di prove. Probabilmente si trattava di un funzionario ecclesiastico, vicario dell’arcivescovo di Milano (che allora era Stefano Nardini). Non aveva legami con la gente del posto, e si riteneva quindi che potesse osservare la situazione con un certo distacco. 

Quando tornò a Tortona, stese un rapporto che inviò alla Corte degli Sforza e che è conservato negli archivi della Fabbrica del Duomo:

A Volpedo si era raccolta una numerosa moltitudine di gente dei luoghi circostanti. Non ho potuto vedere il corpo perché era già stato sepolto. Quando ho detto che volevo toccarlo con mano e vederlo per poter informare meglio Vostra Eccellenza, gli uomini di Volpedo si sono opposti. […] Trovo che i presunti miracoli non sono sostenuti dalla verità. Infatti sono cose di tale natura che sogliono accadere sulla base della sola immaginazione o opinione di molte persone. […] Ho vietato che il corpo venga adorato idolatricamente ma ho consentito che si celebrino messe e altre funzioni per l’anima del ragazzo, in caso egli fosse morto in peccato mortale. […] Non ho dato l’assenso a che in futuro sia ritenuto martire o santo”.

Sulla natura dei miracoli, il giudizio di Giambattista Lancia era tranchant:

Il ragazzo non ha patito né per Cristo né per la fede. E se ha sofferto, ciò è avvenuto senza la sua cosciente partecipazione. Egli si può definire più assassinato che martirizzato. E perciò, illustrissimo Principe, se in futuro sentirà altre cose riguardanti il ragazzo, le ritenga credenze popolari e senza fondamento di verità. Infatti se questi fossero miracoli, i malati guarirebbero totalmente dai malanni che li affliggono e non soltanto in parte, perché il Signore Gesù al sabato risanò completamente l’uomo. 

La fine della storia

Nulla però ritenne di fare la chiesa di Roma, come in mille altri casi, contro il culto popolare. E così, negli anni il mito del fanciullo martire degli ebrei si consolidò fino a diventare quello che conosciamo. 

Nel frattempo, in seguito a questa storia, si sa che gli Sforza ordinarono ai notabili di Tortona di proteggere gli ebrei rimasti in città, in modo che non fosse fatta loro “violentia nè robaria nè injuria”. Il 14 giugno 1482, i cittadini più illustri della zona mandarono ai governatori di Milano una supplica, chiedendo di revocare la disposizione e domandando perché “questi perfidi judey” fossero “tanto favoriti dal Duca di Milano”. Il clima, insomma, rimaneva teso. 

Tanto più che il banchiere di Tortona, tornato a gestire il banco dei pegni, aveva chiesto ai suoi clienti gli interessi anche per quei giorni in cui il banco era rimasto chiuso. I tortonesi, a quanto pare, rispondevano che avrebbero voluto riscattare i propri beni molto prima, ma non avevano potuto, e, dunque non avrebbero dovuto pagare per i giorni in cui l’ebreo era in arresto a Milano. Dagli atti di un’altra riunione del consiglio di Tortona, avvenuta il 1° luglio, si sa che il banchiere aveva fatto sapere di volersene andare dalla città: che si cercassero qualcun altro per prestiti e banchi dei pegni. E in effetti, poco tempo dopo, tutti gli ebrei del luogo lasciarono Tortona.

Rimase a Volpedo il ricordo di quel presunto martire “ucciso in odio alla fede”, le cui reliquie sono tuttora venerate anche in assenza di processi canonici, e in barba al quell’antico parere del Vicario generale.

Nel 1965 Paolo VI fece eliminare dal Martirologio romano le terribili fantasie antisemite sull’accusa del sangue, depennando dall’elenco dei santi la figura di san Simonino e riconoscendo la base leggendaria e gravemente ingiusta delle calunnie contro gli ebrei (di cui la chiesa cattolica, insieme alle altre confessioni cristiane, si era resa complice). 

Ma le tradizioni locali sono spesso più forti dei decreti ecclesiastici; e così a Volpedo, nel 2023, si continua a venerare senza troppo imbarazzo la presunta vittima di un “omicidio rituale”, morto probabilmente per tutt’altre ragioni.

Immagine: Massacro dei giudei, di Vicente Cutanda y Toraya (1850–1925), da Wikimedia Commons, pubblico dominio