16 Aprile 2024
Antologia dell'inconsueto

D’Annunzio tra invenzioni linguistiche e fake news

di Marco Cappadonia Mastrolorenzi

Analizzando le fonti, possiamo notare che sono diversi i lemmi, nomi propri e espressioni utilizzate nell’italiano corrente che arrivano da Gabriele D’Annunzio. Passando in rassegna alcuni esempi in tal senso, salta subito all’occhio come il poeta abruzzese non solo maneggiasse con arguzia la lingua, ma che la sua creatività spaziasse sui più diversi campi dello scibile. 

Il nome “Cabiria” fu coniato in onore della protagonista dell’omonima pellicola muta del 1914, la cui sceneggiatura fu firmata da D’Annunzio in collaborazione con il regista Giovanni Pastrone. La protagonista del romanzo “La figlia di Iorio” si chiama Ornella e il poeta pescarese usa il nome prendendolo, probabilmente, dal «Dizionario Storico dei Nomi Italiani» della UTET, pubblicato nel 1900. La scrittrice comasca Amalia Liana Negretti Odescalchi, fu chiamata «Liala» da d’Annunzio, affinché il suo nome contenesse ortograficamente un’ala.

Il grido di esultanza degli aviatori italiani che parteciparono all’incursione su Pola nell’Istria croata nel 1917 si rifaceva all’espressione “Eia! Eia! Alalà!”, che il poeta aveva mutuato dai guerrieri greci e da Alessandro Magno. Quando una squadra italiana arriva prima nel campionato di serie A, vince lo “scudetto”, coniato da D’Annunzio al pari della locuzione “milite ignoto”. L’invenzione della parola “tramezzino” in luogo di “sandwich” rispose alle esigenze della campagna fascista di xenofobia linguistica: anche “cognac” divenne “arzente” (acquavite), ma poi non attecchì.

Quando mangiamo un biscotto della “Saiwa”, stiamo gustando un prodotto della “Società Accomandita Industria Wafer e Affini” che D’Annunzio semplificò in “Saiwa”. A lui si devono, inoltre, lemmi come “velivolo”, “fusoliera” e sintagmi quali “vigili del fuoco” e “folla oceanica”. Anche il termine “parrozzo”, un dolce tipico abruzzese, è di paternità del Vate. Questo dolce, chiamato originariamente “pan rozzo” dal pasticciere creatore Luigi D’Amico, fu immortalato in versi dal poeta che scrisse un madrigale dal titolo “La canzone del parrozzo”.

A questa messe di parole dobbiamo aggiungere “automobile” al femminile (perché “aveva la grazia, la snellezza e la vivacità di una seduttrice”) e “Il Piave”, il sacro fiume d’Italia, che dopo la virile vittoria militare, “cambia sesso” dall’originale “La Piave”. Su suggerimento del poeta, i Grandi Magazzini Bocconi di Milano, rilevati dall’imprenditore Senatore Borletti, diventarono “La Rinascente” a partire dal 1917.

Proprio perché figura importante e influente, D’Annunzio ha tuttavia generato anche un alone di leggende intorno a sé, vere e proprie fake news e aneddoti mai dimostrati. Tra le domande poste più frequentemente sul suo conto ci sono le seguenti: “Davvero D’Annunzio si era fatto togliere una costola per praticare autoerotismo orale (esiste anche la versione senza due costole)?”. “Ha veramente preso parte a un film pornografico di inizio Novecento?”, “Si è finto morto per farsi pubblicità?”. Per quanto riguarda le prime due, la risposta è che non abbiamo nessuna prova per rispondere affermativamente. La prima, poi, suona come una battuta da bar, e l’attribuzione a diversi altri uomini celebri (Marilyn Manson, Eminem…) rende palese il fatto che si tratti di una leggenda metropolitana

La terza domanda invece, più sensata delle altre, trova una risposta affermativa. Gabriele D’Annunzio mise in scena un finto incidente come trovata promozionale per “fare marketing” e attirare curiosità attorno a una sua opera.  Il successo ottenuto nel 1879 dal primo volume di liriche, “Primo vere”, fece di D’Annunzio l’esordiente più ammirato d’Italia. A distanza di un anno da quella prima uscita, come insegnano le regole di una certa editoria, venne il difficile: non deludere le aspettative del pubblico. Il giovane poeta lavorò tenacemente alla revisione della raccolta, eliminando alcune poesie, aggiungendone altre e limando i versi.

Per non passare inosservato, escogitò un’abile trovata per preparare il terreno alla nuova versione dell’opera. Il 13 novembre del 1880, sulla “Gazzetta della Domenica” di Firenze, comparve un trafiletto, che commosse l’Italia:

«Gabriele d’Annunzio, il giovane poeta già noto nella repubblica delle lettere, di cui si è parlato spesso nel nostro giornale, giorni addietro (5 novembre) sulla strada di Francavilla, cadendo da cavallo per improvviso mancamento di forze, restò morto sul colpo. Fra giorni doveva uscire la nuova edizione del suo “Primo vere”…».

La notizia rimbalzò dappertutto e le maggiori testate giornalistiche italiane piansero “quest’ultimogenito delle Muse”, “gioia dei suoi genitori, amore dei compagni, orgoglio dei maestri”. Cosa era successo? Il poeta, firmandosi con il nome fasullo di G. Rutini (magari pensando a Giovanni Rutini il clavicembalista morto nel 1797?), aveva inviato in redazione una lettera in cui si parlava della sua prematura scomparsa. Mentre giungevano da ogni parte le condoglianze con struggenti necrologi, D’Annunzio ricomparve, come se nulla fosse, a soli pochi giorni dall’uscita della seconda edizione di “Primo vere”. Sull’onda dell’emozione e della divertita incredulità, il libro riscosse un inaspettato successo. Il colpo da maestro pubblicitario era riuscito perfettamente. E il poeta aveva soltanto sedici anni.

Tra gli studi sull’influenza di D’Annunzio sulla lingua corrente possiamo ricordare il datato ma sempre utile «Gabriele D’Annunzio e la lingua italiana» di Bruno Migliorini e il recente Convegno di Studi del 2015, «D’Annunzio e la lingua italiana di oggi» che si può consultare sul sito www.centrostudidannunziani.it.

Per ulteriori approfondimenti: M. Serra, L’Immaginifico. Vita di Gabriele D’Annunzio, Neri Pozza; Giordano Bruno Guerri, L’amante guerriero, Mondadori.

3 pensieri riguardo “D’Annunzio tra invenzioni linguistiche e fake news

  • come sempre, articolo interessantissimo

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    • Grazie mille, Rosanna

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  • Anche “Nepente”, il noto Cannonau di Oliena (NU), è un parto di D’Annunzio.

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