29 Febbraio 2024
Approfondimenti

Il pietrificatore di Lodi

Articolo di Paola Frongia e Giuseppe Spanu 

Più di un secolo fa, quei pochi che ebbero la possibilità di sbirciare dall’uscio della cappella del cimitero genovese di Staglieno assistettero a una scena degna di un romanzo gotico: un attempato dottore, alto e ossuto, con indosso un “soprabitone lungo lungo”, [1] stava curvo su una bara mezzo scoperchiata da cui proveniva un fortissimo odore di lauro e, bisbigliando delle parole a bassa voce, sembrava intrattenere una conversazione con la salma affidata alle sue sapienti mani. Prima di chiarire i vari dettagli di questa singolare vicenda, vale la pena soffermarsi sulla figura dell’anziano dottore. Si chiamava Paolo Gorini (1813-1881), un nome poco noto e trascurato dagli storici, eppure è stato “un intellettuale di punta dello schieramento laico e razionalista” [2] del nostro Ottocento. 

Uno scienziato bohémien

Carlo Dossi (1849-1910), l’esponente più geniale della Scapigliatura (movimento letterario-artistico postrisorgimentale), coltivò a lungo il progetto di scrivere un’opera intitolata Goriniana, per tramandare ai posteri la straordinaria grandezza di questo personaggio di cui era stato amico. Non riuscì a realizzarlo, tuttavia nelle Note Azzurre (sorta di zibaldone) del Dossi, sono numerosi gli aneddoti sulla vita privata di Gorini, in cui emerge il lato più bohémien e gioviale dello scienziato. Ad esempio, la mattina faceva colazione insieme a un gatto ed entrambi mangiavano nella stessa scodella pane e latte [3] e “se non aveva tempo per far colazione e pranzo, faceva i due pasti uno dopo l’altro alla stessa ora e alla stessa tavola d’osteria”. [4] Era amicissimo di tutti gli animali, quando era “studente, amava tenersi un topo sulla manica mentre scriveva, perché gli rodesse la piuma della penna d’oca”, [5] e “una […] volta sospese la vita ad un serpe, ma nel vederselo dinanzi irrigidito, fu preso da un’invincibile compassione e s’affrettò a restituirgli la vitalità”. [6] Scienziato poco monacale, ebbe innumerevoli avventure galanti, come quella con le due bellissime sorelle del psicologo Lecastel e “siccome il fratello dormiva nella stanza che precedeva la loro, Gorini vi si arrampicava dalla finestra ogni notte”. [7] E “ad ogni nuovo amore parea perder la testa: dimenticava i libri e gli amici. Ma era un lampo ed ei tornava scienziato; e sospirava il momento di esser tradito”. [8] Infine: “un inverno a Torino dimenticatosi di infilare il pastrano e vedendo in vetrina un soprabito, […] chiese […] di provarlo […] il sarto gli rispose: Ma questo è un paletot da donna. Lo scienziato non se n’era accorto: pur avendo freddo pensava all’universo”. [9] “Era guardato con rispetto dagli intellettuali, con diffidenza dai borghesi, con ammirazione dai pazzi, con gratitudine dai poveracci ai quali lungo la strada faceva l’elemosina non di denaro (perché disprezzava il denaro) ma di mele e di biscotti, cavandoli dalla tasca del lungo pastrano che gli cadeva dalle spalle come una coperta da cavallo cucita male”. [10] Tuttavia, non bisogna farsi ingannare dalla sua personalità eccentrica, perché nella ricerca scientifica era uno sperimentatore infaticabile e rigoroso. Si dedicò a varie discipline: fisica, matematica, geologia, biologia, impegnandosi “nei più diversi campi con l’entusiasmo incosciente di un alchimista rinascimentale”, [11] ma con l’approccio e il bagaglio di conoscenze di uno scienziato moderno. 

Una singolare ossessione

Gorini aveva studiato scienze all’università di Pavia, poi si trasferì a Lodi, dove per decenni insegnò matematica e fisica presso il liceo comunale, “allorché una rivelazione improvvisa gli additò la nuova vocazione: dedicarsi alla concia dei cadaveri”. [12] Gorini non sopportava l’idea che il riposo funebre fosse in realtà “un osceno banchetto di lombrichi” [13] e, a suo avviso, il modo migliore per porre fine a tale ingordigia, era quello di trasformare una salma in una statua di pietra. I “baffuti funzionari” [14] asburgici l’autorizzarono a manipolare i corpi dei defunti, i medici dell’ospedale divennero i suoi fornitori e infine, il Comune di Lodi gli affidò il laboratorio di S. Niccolò, dove il Nostro si sentiva a proprio agio “in mezzo a quella silenziosa e spettrale popolazione” [15] composta da “cadaveri interi, cadaverini, […] teste imbalsamate su busti di gesso, cuori di fanciulla duri come l’agata” [16] e così via. Il solito Dossi ci fa sapere che nella sua stanza da letto teneva “pezzi di gambe e di braccia nei cassettoni e nel comodino. Sotto il letto avea poi un bimbo essiccato – nella saccoccia dita, nel taschino del gilet bottoni scolpiti in carni impietrite”. [17] Il metodo di Gorini consisteva nel sostituire i liquidi presenti nei tessuti organici con sali minerali che consentivano di renderli duri come la pietra. [18] Lo scienziato lodigiano procedette per vari tentativi, modificando la percentuale e il tipo di composto chimico, fino a ottenere un miglioramento notevole della qualità dei pezzi anatomici. All’inizio utilizzò alcool e acido solforico diluito, poi bicloruro di mercurio e infine bicloruro di zinco, che si rivelò a suo dire molto efficace e poco tossico. [19] Tuttavia, non fu solo la fobia dei vermi a indurlo ad intraprendere la carriera d’imbalsamatore: la putrefazione dei corpi era un problema molto sentito nella sua epoca, perché per via della prossimità dei cimiteri con i centri urbani, si temeva che potesse causare affezioni morbose o epidemie. Inoltre, nel 1847 si era verificata la grave crisi alimentare che aveva decimato la popolazione irlandese e scosso l’opinione pubblica di tutta Europa [20] e Gorini, con le sue ricerche, sperava di trovare un rimedio anche al terribile flagello delle carestie. A tal fine, cercava di procurarsi carcasse di animali e scoprire i segreti della conservazione dei corpi organici, in modo che si potessero importare nel Vecchio Continente le carni provenienti dall’Australia e dall’Argentina. Una volta, invitò a pranzo vari colleghi per assaggiare un pezzo di manzo che aveva preparato con una tecnica speciale e conservato per otto mesi in un’apposita cassetta di legno. “Cucinato a lesso, il pezzo aveva dato “brodo eccellentissimo”, indistinguibile da un brodo di carne fresca; il manzo stesso era stato trovato dagli ospiti altrettanto tenero e gustoso che se macellato da poco”. [21] Con il passare degli anni, la fama del professore capace “di trasformare i corpi umani in altrettanti baccalà” [22] si era ormai consolidata: la sua tecnica d’imbalsamazione veniva studiata negli atenei di tutt’Italia e le sue preparazioni anatomiche vennero esposte “niente meno che a Parigi”. [23] Ma il riconoscimento professionale più importante lo ottenne quando i discepoli di Giuseppe Mazzini gli affidarono il compito di rendere “visibili per sempre” [24] le spoglie del loro maestro. 

Testa pietrificata conservata presso l’Ospedale Vecchio di Lodi. Foto di Phyrexia, da Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0

Cronaca di un’imbalsamazione poco riuscita

Mazzini fu costretto all’esilio nel 1831, ma “in mezzo alle nebbie londinesi”, [25] continuò a far tremare “i tiranni d’Europa con l’influenza della sua penna” [26] e diventò uno degli individui più odiati e temuti del Vecchio Continente. Ritornò nel suo Paese d’origine solo nel febbraio del 1872, ormai prossimo alla settantina, stanco e malato, ma sperava che il clima mite della città di Pisa l’avrebbe aiutato a ristabilirsi. Poiché “l’occhiuta polizia sabauda” [27] non aveva smesso di sorvegliarlo, per stare più tranquillo assunse la falsa identità del signor Brown. Morì poco dopo, l’11 marzo 1872, “tra le mura disadorne” [28] dell’abitazione in cui si era temporaneamente rifugiato. Quando esalò l’ultimo respiro erano vicini al suo capezzale solo due vecchi amici di lunga data; nelle ore successive ne arrivarono tanti altri per dargli un ultimo saluto. Si recò in via della Maddalena anche il deputato sardo Giorgio Asproni (1807-1876), che nel suo diario annotò una testimonianza preziosa: “Era supino sul lettuccolo in cui spirò, atteggiato ad uomo che dorme […] L’aspetto suo era come vivente […] non ci saziavamo di contemplare quella salma sacra […] Il cadavere di Giuseppe Mazzini fu lasciato per cinque ore vedere a tutti. La popolazione intera c’è passata”. [29] Mazzini, in varie lettere, aveva chiesto che le sue onoranze funebri “fossero le più discrete possibili”, [30] ma i suoi amici pensarono “di consolarsi e di amarlo di più, facendone pietrificare la salma”. [31] A questo punto entrò in scena Paolo Gorini, l’unico in grado di serbare “indefinitamente” [32] il grande Apostolo d’Italia. Lo scienziato lodigiano giunse a Pisa il mattino del 12 marzo. Chiese con urgenza “di palpare le caste natiche del profeta, però […] quelli di Roma […] gli permisero di agire quand’era ormai passato il momento migliore”. [33] “Il corpo giaceva in istato di avanzatissima putrefazione. Era verde, era una vescica zeppa di marcia”. [34] Gorini lavorò alacremente tutta la notte e dopo vari tentativi “il verde scomparve e la marcia si coagulò”. [35] Finalmente si poté mettere il suo corpo dentro una cassa e trasportarlo a Genova. Gorini salì sul convoglio ferroviario, “assistendo il morto di ora in ora come avrebbe fatto un medico” [36] con un paziente vivo. Per evitare che si sentissero odori sgradevoli, l’inondava incessantemente “di aromi, che nemmeno la bottega di un parrucchiere sapeva tanto di violetta e di giacinto”. [37] A Genova, Gorini continuò ad occuparsi della “barbuta salma” [38] nella cappella del cimitero di Staglieno. Era già molto anziano e debole, perciò tre mazziniani stavano nelle vicinanze nel caso avesse avuto bisogno di aiuto. Quando finalmente poterono osservare le spoglie di Mazzini, i tre si ritrassero con una “certa espressione di sgomento”, [39] ma Gorini li rassicurò che, a suo avviso, tra un anno il suo bel volto pensoso sarebbe tornato “qual era da vivo”. [40] Anche in quell’occasione, ebbe modo di dimostrare il rapporto disinvolto che aveva con i cadaveri: dalle tasche del suo inseparabile pastrano tolse un piedino di bimbo quasi roseo che sembrava di marmo e lo fece rimbalzare sul pavimento. [41] La salma di Mazzini fu esposta l’anno dopo, ma il risultato non fu quello sperato, chi lo aveva conosciuto sentì un brivido: gli occhi di cristallo gli facevano perdere l’aspetto ieratico che aveva in vita. [42] Forse perché l’imbalsamazione di Mazzini non era ben riuscita, forse perché era un processo troppo lungo, colui che era un maniaco della conservazione dei corpi, “pensò di incenerirli”. [43] 

Dalla pietra alla cenere

Un bel giorno a Lodi, “tutti seppero che il vecchio estroso” [44] stava lavorando a un’altra novità. Aveva deciso che il fuoco sarebbe stato un mezzo più efficace della pietra, perciò iniziò a progettare la struttura che avrebbe consentito di incenerire i defunti. Mentre la pietrificazione dei cadaveri era complessa, costosa e destinata a pochi, Gorini pensò che la cremazione potesse essere un metodo più semplice, economico e popolare per evitare la putrefazione delle salme e le eventuali infezioni. In Italia, il primo forno crematorio fu costruito a Lodi nel 1877 sulla base del suo progetto ed è tutt’ora esistente. Anche Gorini vi fu cremato quando passò a miglior vita. In suo onore, la sua città d’adozione gli ha dedicato una statua che lo ritrae con il suo leggendario pastrano largo e scucito e il suo vecchio laboratorio per disposizione testamentaria è diventato un museo, dove è possibile visitare la sua collezione anatomica. La definizione migliore del Gorini la diede un suo pronipote: “Paolo Gorini fu uno scienziato sperimentatore, un fisico naturalista, un filosofo che credeva nella natura buona, nel miglioramento del popolo, nella pace perpetua, nella protezione dei cani e nell’igiene sociale”. [45]

Note

  1. Giuseppe Cesare Abba, Cose garibaldine, S.T.E.N., Torino 1912, p.320
  2. Sergio Luzzatto, La mummia della repubblica, Einaudi, Torino 2011, p.40
  3. Carlo Dossi, Corruzioni, Edizioni Clichy, Firenze 2015, p.30
  4. Vittorio Beonio-Brocchieri, Mio zio pietrificò Mazzini, Longanesi, Milano 1965, p.241
  5. Ivi, p.241
  6. Dossi, cit., p.32
  7. Ivi, p.120
  8. Ibidem
  9. Beonio-Brocchieri, cit., p.232
  10. Beonio-Brocchieri, cit., p.227
  11. Luzzatto, cit., pp.16-17
  12. Beonio-Brocchieri, cit., p.242
  13. Ivi, p.238
  14. Ivi, p.242
  15. Ivi, p.229
  16. Luzzatto, cit., p.38
  17. Dossi, cit., p.26
  18. Luzzatto, cit., p.17
  19. Museo Gorini
  20. Luzzatto, cit., p.36
  21. Ibidem
  22. Ibidem
  23. Ivi, p.35
  24. Ivi, p.18
  25. Denis Mack Smith, Storia d’Italia 1861-1969, vol. I, Laterza, Roma-Bari 1984, p.28
  26. Giorgio Asproni, Diario politico 1855-1876, a cura di T. Orrù e C. Sole, vol. VI (1871-1873), Giuffrè, Milano 1983, p.288
  27. Luzzatto, cit., p.3
  28. Ivi, p.5
  29. Asproni, cit., p.288
  30. Luzzatto, cit., p.12
  31. Abba, cit., p.317
  32. Dossi, cit., p.29
  33. Beonio-Brocchieri, cit., p.236
  34. Dossi, cit., p.29
  35. Ibidem
  36. Beonio-Brocchieri, cit., p.236
  37. Ibidem
  38. Ivi, p.237
  39. Abba, cit., p.322
  40. Ibidem
  41. Ibidem
  42. Abba, cit., p. 324
  43. Beonio-Brocchieri, cit., p.248
  44. Ivi, p.247
  45. Beonio-Brocchieri, cit., p.229

Immagine in evidenza: rospo pietrificato conservato all’Ospedale vecchio di Lodi, foto di Phyrexian, da Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0

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