24 Giugno 2024
Misteri vintage

Il principe Uccelles, di Venere, ha bisogno di te

Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo

Possibile ricavare 60.000 dollari Usa (al cambio attuale circa 632.000, cioè 618.000 euro) raccontando di essere stato incaricato dalle autorità di Venere di trattare col governo di Washington e con una grande industria la cessione di una mirabolante tecnologia energetica? 

Certo che è possibile: è quanto fece un uomo che, dopo aver trascorso parte della sua vita fra un processo e un altro, pensò di aver trovato la chiave per sistemarsi definitivamente. Si chiamava Harold Jesse Barney ed era originario della capitale federale degli Stati Uniti, Washington. Fu lui che, da un’attività tecnica innovativa per i tempi, a partire dai primi del 1954 prese a rivelare ad alcuni privilegiati, in via del tutto confidenziale, di essere colui che stava per rivoluzionare i ritmi e le modalità delle attività umane. 

Se la tua impresa non funziona, evoca i dischi volanti

Ai primi degli anni ‘50 del secolo scorso, negli Stati Uniti era esplosa con forza l’industria televisiva. Tutti volevano il nuovo strumento che intratteneva e informava insieme, con una forza attrattiva assai superiore a quella della radio. Si ritiene che nel 1949 negli Stati Uniti ci fossero 0,94 milioni di apparati televisivi. Quattro anni dopo erano venti milioni. Un mercato immenso, che, fra le altre cose, esigeva una qualità di riproduzione di immagini e suoni, ancora in bianco e nero, ogni giorno migliore. 

Per questo, Berney si era fatto sotto e a Washington, nel 1952, aveva brevettato quello che sosteneva essere un tipo rivoluzionario di antenna esterna per la ricezione televisiva e altre due antenne tv da usare all’interno degli edifici. Ma per promuovere le sue invenzioni (non sappiamo quanto efficienti o improbabili) aveva bisogno di soldi. Per questo, nel marzo del 1953 aveva creato una società, la Telewand Corporation. Nell’autunno precedente aveva convinto una signora della capitale, Pauline E. Goebel, a investire nell’impresa. 

Berney sembrava un uomo felice, con una moglie sposata a metà anni ‘40 e due figli. Il dettaglio curioso è che, in realtà, si trattava della sesta moglie: la prima l’aveva impalmata a 19 anni (era nato nel 1898) – salvo fuggire, poco dopo, con la sorella di questa, appena quindicenne, ed essere arrestato. Da lì, una vita di piccole truffe nelle quali, di norma, le moglie di turno avevano giocato il ruolo di vittime defraudate di somme più o meno ingenti. 

La storia che ci interessa però ebbe inizio nell’estate del 1953. Fu allora che, a quanto pare, Berney cominciò a muoversi verso le truffe di tipo pseudoscientifico, per poi arrivare ai dischi volanti. Durante una vacanza al mare, nel Delaware, conobbe una coppia alla quale spiegò che aveva appena brevettato l’invenzione del secolo: una macchina in grado di trarre energia illimitata dall’aria. I due poveretti ci caddero, e, in varie tranches, gli fecero avere 22.000 dollari – cifra notevole, per i tempi. 

A quanto pare, agli inizi del 1954 Berney era di nuovo a corto di quattrini. Per questo, decise di puntare sulla prima investitrice della sua società, la Telewand Corporation, cioè su Pauline Goebel, che, per rassicurare, aveva assunto come sua segretaria e unica dipendente dell’impresa… 

Un mediatore d’affari fra Venere e Washington

Fu a questo punto che, proprio nel momento in cui erano al massimo della loro fama come argomento pop, Berney tirò in ballo i dischi volanti extraterrestri. Spiegò alla Goebel che l’estate prima non era andato in vacanza nel Delaware, ma in una missione segretissima di cui erano al corrente solo la Casa Bianca, i vertici dell’amministrazione Eisenhower allora in carica e i massimi dirigenti della grande impresa di elettronica Westinghouse, che doveva lavorare insieme a lui per incarico del governo. 

Raccontò alla donna di esser stato portato in aereo in una base militare di Houston, Texas. Lo avevano condotto su una pista di atterraggio, sulla quale si trovava un disco volante a forma di campana alto fra i nove e i dodici metri e del diametro di una trentina. La presidenza Eisenhower lo teneva talmente in considerazione da farlo salire per primo sul disco. Lì, una voce gli annunciò in inglese che lui era il prescelto: sarebbe stato il rappresentante della Terra per conto del pianeta Venere, dal quale giungeva il disco. Comparve un bagliore blu, che poi prese forma umana. Costui era il principe Uccelles di Venere

Sul serio. Il principe Uccelles

A parte spiegare che aveva seicento anni, il buon Uccelles gli annunciò che Venere aveva deciso di condividere con gli Stati Uniti – e con chi altri, se no? – le sue meraviglie tecnologiche. 

Finito l’incontro, spiegò ancora alla Goebel, lui e i dirigenti della Westinghouse furono messi su un altro aereo e portati in un albergo di Pittsburgh. Nella stanza assegnatagli, il principe Uccelles ricomparve. E gli parlò del “modulatore del flusso magnetico”, la macchina venusiana che permetteva di estrarre energia dall’atmosfera di Venere e di muovere senza sforzi gli aeroplani e ogni genere di altro congegno – e manco a dirlo, astronavi – alla velocità della luce. Al confronto l’energia liberata dalla rottura dei legami dell’atomo era un gioco da ragazzi.

Una lettera del principe Uccelles (da “This Week Magazine”, settimanale del quotidiano “Evening News” del 21 maggio 1961).

Voi cosa avreste fatto di fronte a un racconto del genere? Beh, la Goebel cominciò a dare soldi a Berney, stavolta in vista della comparsa della super-tecnologia annunciata da Uccelles. Il 5 aprile del 1955, Uccelles le telefonò direttamente in ufficio, affermando che il mediatore (il cui nome su Venere era Haeluas) si era gravemente ammalato mentre era su Venere. Lei, preoccupata, cercò di contattare – invano – la Casa Bianca per renderli edotti su quanto stava capitando al prescelto per gli scambi con il pianeta di Uccelles. Dopo una settimana, sulla scrivania della Goebel comparve una lettera manoscritta a grossi caratteri verdi, come se fosse stata scritta usando un pennello. Proveniva da Venere, e altre due lettere simili seguirono a settembre e a ottobre. In calce a ognuna figurava la firma di Uccelles, in caratteri venusiani; la potete vedere nell’illustrazione qui accanto. In quest’ultima missiva, i venusiani spiegavano che Berney era stato sottoposto a un processo completo di “rigenerazione”: guarito, era sulla via del ritorno. 

In effetti, Berney tornò tranquillo al suo ufficio. Spiegò alla Goebel che era rientrato su una nave-madre lunga 3,2 chilometri, che su Venere non c’era il crimine, ma che c’era invece oro dappertutto e super-energia ovunque. Cominciò a dettare alla sua segretaria-finanziatrice un libro, Two Weeks on Venus, che però non completò mai. Andò avanti così per un pezzo: nell’estate del 1956, lamentando problemi tecnici con il “modulatore”, convinse ancora la donna a dargli dei soldi, che avrebbe dovuto usare con i dirigenti della Westinghouse per permettergli di risolvere i difetti della macchina venusiana. Dopo il 5 ottobre, non se ne seppe più nulla: Berney le aveva detto, comunque, che ora il “modulatore” andava proprio bene.

La fine della storia

Fu proprio nell’autunno di quell’anno che, in effetti, il “delegato venusiano” si spinse troppo oltre, e il giocattolo si ruppe per sempre. In novembre, mentre l’uomo era via da casa per i suoi “viaggi di affari”, la moglie ricette un pacco inviato da Eagle Pass, nel Texas, con dentro gli effetti personali di Berney e… una lettera del principe Uccelles, che annunciava la morte del contattista, avvenuta su Venere, dove ora la sua salma era esposta!

Era troppo anche per lei, che pure aveva sopportato l’intera situazione. La donna si rivolse alla polizia: addirittura, dopo essersi dato per morto, Berney la chiamò al telefono una volta e scrisse un’altra nota dal Mississippi chiedendole di scappare da Washington e di raggiungerlo in un luogo stabilito. Lei, però, riferì tutto alle autorità. 

Il 28 febbraio del 1957, quando la polizia della capitale aveva ormai dichiarato il marito latitante, visto il tipo di reati contestati il caso passò alle competenze dell’FBI. Le ricerche furono molto accurate: seguirle nei dettagli mostra quanto la capacità di verifica sul territorio della presenza di un individuo e dei suoi passaggi potesse essere elevata. Dapprima, si chiarì – sorpresa, sorpresa – che le lettere di Uccelles erano state prodotte direttamente da Berney. Poi furono ricostruiti i movimenti “per affari” che l’uomo aveva fatto negli ultimi tempi. 

Il 21 marzo 1957 Berney fu individuato da un agente dell’FBI a Pritchard, vicino Mobile, nell’Alabama. Aveva già una nuova fidanzata e aveva aperto una nuova ditta come pittore di insegne. Dapprima negò di sapere qualsiasi cosa su Venere, poi, davanti al giudice, si dichiarò colpevole e il 9 ottobre fu condannato dal tribunale distrettuale federale di Washington a una pena fra i venti mesi e i cinque anni. Non è noto quando fu rilasciato dalla prigione di Lorton, Virginia, ma pare abbia trascorso il resto della vita più tranquillo, dipingendo ancora insegne a Rockville, nel Maryland. Morì lì, per una cardiopatia, il 19 dicembre 1967.

Hoover nel 1940 (fonte: Library of Congress, Washington, immagine in libero dominio).

La sua vicenda, diventata di pubblico dominio sui quotidiani americani dopo l’inizio del processo (esempio: Evening Star, Washington, 16 maggio 1957) dovette colpire moltissimo la dirigenza dell’FBI. Nel 1961 lo stesso, potentissimo e intoccabile direttore dell’agenzia, Edgar J. Hoover, nello scrivere una serie di articoli per la stampa americana sui casi esemplari risolti dai suoi uomini dedicò la quinta puntata alla truffa di Berney. La si trova, per esempio, nel supplemento settimanale dell’Evening Star, il This Week Magazine del 21 maggio 1961. In tempi recenti occupa uno dei capitoli del volume di Steve Silverman The Flip Side of History (2020).

Al centro della truffa di Berney c’era l’idea di un apparato tecnico da costruire grazie alla generosità dei venusiani. I velivoli extraterrestri descritti dall’uomo, però, erano la copia perfetta di uno dei simboli stessi della fase iniziale della storia del mito Ufo contemporaneo: l’accoppiata fra il ricognitore venusiano campaniforme, dotato di cupola (quello perfezionato nei suoi dettagli dal 1950 dal contattista più noto della prima generazione di queste figure, George Adamski) e la grande astronave porta-dischi a forma di dirigibile, capace di volare fra i pianeti (anch’essa descritta con estrema cura da Adamski). La versione di Barney ricorda il ricognitore persino per le dimensioni. Entrambi questi ordigni di fantasia, a loro volta, non erano invenzione diretta di Adamski: pensando di creare una tipologia dei vari generi di Ufo, il giornalista e papà degli ufologi, Donald Keyhoe, ne aveva cominciato a parlare già nell’autunno del 1949. Queste furono le fonti ufologiche di Berney, quando, agli inizi del 1954, fece la sua comparsa sul palcoscenico di quel circo.

Extraterrestri offresi: un must degli anni ‘50

Il principe Uccelles non fu la sola vicenda di questo tipo. Nell’ambito di questa rubrica vi avevamo già raccontato la storia di due tedeschi, Franz Weber-Richter e Karl Mekis, attivi più o meno dal 1956 al 1962, il primo dei quali proclamava di essere il figlio naturale di Hitler; anche loro, stando alle cronache del tempo, prevedevano un futuro sbarco venusiano (questa volta a Berlino). Riuscirono così a lucrare sulla buona fede di migliaia di tedeschi, svizzeri-tedeschi e austriaci che speravano che l’evento si verificasse davvero.

C’è poi una vicenda, tutta italiana: quella di un piccolo gruppo di personaggi che furono in attività grosso modo dal 1956 agli anni ’80 e che sono passati alla storia dell’ufologia sotto il nome lievemente inquietante di “Amicizia”. Grazie a foto e video di dischi volanti e dei loro piloti, a trucchi vari da mentalista di primo livello, alla costruzione di racconti su mondi alternativi in cui la Terra era segretamente contesa in una lotta sotterranea fra alieni buoni e cattivi, sembra che i principali esponenti di quel gruppo siano riusciti ad approfittare – anche a lungo – di un discreto numero di persone. 

La storia di Berney mostra differenze sia rispetto alla storia del figlio di Hitler sia a quella di Amicizia. Sebbene il quadro generale fosse lo stesso (furono tutti e tre un portato della fase “classica” del contattismo UFO, quella degli anni ‘50), i contesti sociali e culturali in cui si mossero i protagonisti erano assai diversi. 

Nel caso di Weber-Richter e Mekis, sebbene la loro base operativa da un certo punto in avanti fosse Roma e il coinvolgimento nelle loro attività di nostri connazionali sia plausibile, l’ambito cui i due si rivolsero fu quello di chi parlava tedesco e, probabilmente, aveva interessi per l’occultismo e la New Age. L’iniziativa però non era riservata a un circolo privatissimo di iniziati o fortunati investitori, ma a chiunque fosse colpito dagli annunci su periodici come la rivista tedesca Neues Europa. Alla base sembra potersi ipotizzare un modo curioso di esprimere un sentimento revanscista, cioè di rivincita culturale da parte dei tedeschi sconfitti nella Seconda guerra mondiale. Parecchie persone – forse migliaia – mandarono soldi ai due emissari venusiani, anche solo come adesione simbolica a un’idea che li affascinava (il ritorno della Germania come dominatrice del mondo). 

Per Amicizia, si trattò della capacità che alcuni spiritisti di provincia (l’Abruzzo) ebbero nell’espandere le loro attività verso ambienti in prevalenza piccolo-borghesi di aree in crescita urbana, in primo luogo quella milanese e quella romana, mescolando in modo rozzo pratiche occultistiche tradizionali con linguaggi e tic dell’era dello spazio. È ormai difficile dire quale dimensione ebbe il novero delle persone coinvolte.

Per la storia del principe Uccelles, il quadro fu un altro: quello di un mercato capitalistico in espansione (la vendita di televisori) nel quale Berney cercava di entrare con le sue “antenne”. La necessità di attingere a risorse più ampie lo dirottò verso la mania del tempo, lo spazio e i dischi volanti. Il rapporto con le sue vittime non fu legato a un gruppo o a un qualche movimento: si basava sul rapporto individuale con i singoli, a cui prospettava il sogno di mirabolanti profitti industriali (quelli che sarebbero dovuti derivare dall’applicazione pratica delle tecnologie venusiane). Per questo, il numero di persone coinvolte fu bassissimo.

In psicologia cognitiva è ben nota la tendenza a intravvedere delle forme e dei contorni anche soltanto sulla base di tre punti disposti a caso contro uno sfondo bianco. Si vedono degli schemi laddove non ce ne sono, perché sottovalutiamo la presenza della casualità. In casi come quello del principe Uccelles, invece, purtroppo accade il contrario: i truffati ignorarono qualsiasi campanello d’allarme, anche quando avrebbero dovuto dargli ascolto da un pezzo.

 

Un pensiero su “Il principe Uccelles, di Venere, ha bisogno di te

  • Ma il Principe Uccelles, per casos, faceva di cognome: Padules?

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