La luce misteriosa di Cherbourg: un UFO della belle époque

Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo

Nella primavera del 1905, prima la Bretagna, poi l’intera Francia, furono scosse per qualche settimana da strani accadimenti. Nel cielo, nelle ore serali, passava lentamente un grosso corpo luminoso. In un secondo tempo le segnalazioni si estesero a varie località della Francia, ma non ci sono dubbi che tutto sia partito e abbia avuto per epicentro una delle città portuali più importanti della costa atlantica della Francia settentrionale: Cherbourg, con la sua grande rada portuale, una delle più vaste del mondo. A partire da Napoleone I, Cherbourg aveva assunto grande importanza militare. All’epoca dei nostri fatti contava 43.000 abitanti, e l’economia legata alla navigazione e alla presenza militare vi svolgeva un ruolo fondamentale. 

Sembra che l’agitazione per il fenomeno fra gli abitanti di Cherbourg sia cominciata intorno al 30 marzo 1905. Così ne parlò, il 6 aprile, Le Journal:

Una lenticchia luminosa dalla superficie doppia a quella della Luna piena appare tutte le sere verso le nove, parte da nord, dietro la diga, fa il giro della città verso ovest e infine sparisce verso sud-est, dietro il forte del Roule. Di che mistero si tratta? Chi lo chiarirà?

La casistica ufologica ci ha abituati a descrizioni di questo tipo. Anche il prosieguo dell’articolo è tipico:

Non si tratta di una stella: le sue luci sono mutevoli, vi si alternano il rosso e il verde. 

Da otto sere, la sferetta di luce cangiante seguiva un percorso nel cielo, comparendo più o meno alla stessa ora, per sparire infine in una certa direzione. Di che cosa poteva trattarsi? 

Spioni inglesi, oppure?…

L’ipotesi che subito comparve è anche quella che dominò l’intera vicenda, che ben presto assunse rilevanza nazionale. Doveva trattarsi di riflettori elettrici montati su un pallone frenato (in altri termini, un aerostato legato al suolo tramite un cavo). Il suo obiettivo era sicuramente quello di studiare la planimetria dell’arsenale. Ma a Le Journal l’ipotesi appariva improbabile: si trattava di strutture militari ben note, ampiamente visibili a qualsiasi visitatore. Chi, tra le forze militari straniere, non era più che al corrente delle caratteristiche del complesso, anche senza l’uso di un pallone-spia? 

La seconda idea era più allettante, perché alla moda coi tempi: guardando la sferetta, qualcuno pensò di scorgervi, al di sotto, una gondola, cioè una struttura destinata a contenere un equipaggio. Non solo: la luce procedeva controvento, cosa che dava da pensare si trattasse di un esemplare del grande mito tecnologico del tempo… Un dirigibile!

Ma forse il pallone frenato era rimorchiato da un cacciatorpediniere inglese, oppure giapponese. Quest’ultima idea non suona così bizzarra, vista in quel contesto storico. L’opinione pubblica occidentale in quei mesi era scossa dal clamoroso fallimento delle forze armate russe, e in specie della marina, nella guerra contro l’Impero giapponese; le navi di quest’ultimo, poco tempo dopo i fatti di cui ci occupiamo, avrebbero umiliato in modo catastrofico le navi zariste nella grande battaglia di Tsushima

Ma il candidato più realistico rimaneva la Gran Bretagna, alleata della Francia ormai da lungo tempo, ma pur sempre oggetto di sospetti, specie nel clima di contrapposizioni nazionalistiche crescenti degli inizi del Ventesimo secolo. Le Journal scriveva che una sera la luce aveva fatto un’apparizione più breve per poi sparire verso l’isola di Guernsey, i territori britannici della Manica più vicini alla penisola del Cotentin, dove si trova Cherbourg. Ancora il 25 aprile, quasi al termine della nostra storia, La Presse scriveva da Tolone, grande porto militare francese, che parecchi ufficiali imbarcati su unità torpediniere erano convinti che la luce fosse parte di un sistema di segnalazione della marina inglese, da usare per permettere alle unità navali di riunirsi dopo un attacco in massa contro grandi bastimenti… 

La mobilitazione della Marina Militare

Joseph Besson
Joseph Besson

In effetti, la preoccupazione per la sferetta luminosa ricorrente aveva raggiunto quasi fin dagli inizi gli ambienti navali. Il vice-ammiraglio Joseph Besson (1843-1938), che comandava la regione marittima cui faceva capo il porto militare di Cherbourg, attivò fin dai primi di aprile la difesa mobile. I proiettori elettrici dei forti furono puntati in direzione del corpo misterioso, ma i loro fasci non erano sufficienti per giungere a rischiararlo… 

Da quel momento in poi, la condizione di allarme da parte della Marine Nationale crebbe rapidamente e raggiunse il culmine il 12 aprile. Su ordine del prefetto, il comandante Kalloch de Karillis comunicò che gli ufficiali imbarcati sull’incrociatore pesante di cui era a capo, lo “Chasseloup-Loubat” (appartenente alla classe “Friant”, sotto raffigurata), avevano osservato da Cherbourg il corpo luminoso intorno alle 20.45 del 6 aprile. Si direbbe però che fossero perplessi sulla sua natura: era abbastanza a nord-ovest, fra i 25 e i 35 gradi di altezza sull’orizzonte; secondo le carte del cielo di cui disponevano, a quell’ora Venere doveva trovarsi una decina di gradi più in basso, e poi non gli sembrava avere la forma esatta di un crescente, tipica di un pianeta in fase… Sul corpo erano stati puntati potenti binocoli da marina. Era lo stesso comandante dell’incrociatore a consigliare prudenza sulle conclusioni: l’osservazione era stata fatta in condizioni precarie e non si poteva dire nulla di definitivo; la valutazione era che si trattasse di un corpo celeste, forse Giove o Venere (i dubbi degli osservatori sul fatto che non fosse un pianeta non lo convincevano del tutto); o magari era una cometa priva di coda… 

Il comandante della corazzata costiera “Henri IV”, Lefaix, uscita anch’essa dal porto su ordine del prefetto, non aveva visto niente di insolito. Ma non era finita: da terra, i comandanti di altre due unità navali, il “Carfort” e il “Castries”, avevano visto la luce a un’altezza di circa 15 gradi, e si erano detti certi che si trattasse di Venere (visibilissima anche per la grande trasparenza del cielo di quella notte, che permetteva di vedere addirittura il faro dell’isola inglese di Wight). Martedì 11 aprile il “globo” fu visto di nuovo verso nord-nord-ovest, a circa 18-20 gradi di altezza. Il vice-ammiraglio Besson a quel punto concluse senz’altro che si trattava di Venere (Le Figaro e Le Temps, 13 aprile; Le Grand écho du nord de la France, 14 aprile; L’Echo saumurois, 15 aprile 1905). 

È a questo punto che, a leggere i dettagli della prima di queste osservazioni, quella fatta dagli ufficiali della “Chasseloup-Loubat”, nasce una domanda che ci si dovrebbe fare sempre, anche oggi, quando si indaga su un avvistamento di un presunto Ufo. Quegli ufficiali di marina erano dell’idea che all’origine della vicenda ci fosse un oggetto astronomico misinterpretato, ma non gli risultava che la sua posizione fosse proprio quella di Venere, il più brillante dei pianeti, quello che nella storia dell’ufologia ha generato continuamente “casi Ufo”. Se quell’oggetto non era esattamente dove doveva trovarsi Venere, il pianeta Venere dov’era? Ossia: gli osservatori avevano visto il presunto Ufo ed anche Venere? Oppure avevano visto soltanto il “corpo misterioso” e di Venere… nessuna traccia? In quest’ultimo caso, bisogna seriamente considerare che quel coso strano in cielo fosse, appunto, quel pianeta così brillante nel cielo serale, e non qualcosa di diverso, un secondo fenomeno. 

Un mistero a cui nessuno vuole rinunciare

Lo stesso 13 aprile, su Le Temps, sulla “luce misteriosa” prendevano per la prima volta posizione gli astronomi. Era quasi inevitabile che a farlo fosse la superstar del tempo, il divulgatore della passione per il cielo (ma anche per lo spiritismo e le curiosità di ogni genere) dell’Europa del tempo, Camille Flammarion. Si stupiva che gli abitanti di Cherbourg non avessero pensato a paragonare ciò che vedevano con Venere, che proprio in quelle sere era visibile in tutto il suo splendore, a partire da nord-ovest… 

Pochi giorni dopo, su Le Petit Marsellais, Flammarion fu ancora più duro e netto. Se la prendeva con la mancanza d’istruzione scientifica e col fatto che le autorità marittime si fossero allarmante per un normale fenomeno astronomico: invocava maggior formazione scolastica, maggior serietà e controlli da parte della stampa. Lui stesso aveva seguito in quelle sere, quando le nubi lo permettevano, la grande luminosità di Venere. Sì, era possibile che, specie a inizio mese, brume e umidità presenti sulle coste della Bretagna avessero creato un alone intorno al pianeta, rendendo lo spettacolo ancora più bello, ma nella vicenda non c’era nient’altro. 

Quanto a invocare Giove come alternativa a Venere quale spiegazione per il fenomeno, Flammarion era quasi indignato: in quelle settimane, Giove, assai luminoso nell’autunno precedente, era poco luminoso, e poco visibile. Non c’era bisogno né di Giove, né di pensare a nuove comete, come pure si era detto. Anche di questo, Flammarion sorrideva: la suggestione era dovuta alla recente pubblicità per la scoperta di una cometa da parte dell’astronomo Michel Giacobini dell’Osservatorio di Nizza (il riferimento probabilmente era alla cometa 41/P Tuttle-Giacobini-Kresák, descritta con maggior chiarezza dallo scienziato francese nel giugno 1907, ma già nota da decenni).

Se fino ad ora, tuttavia, le ipotesi fantastiche sulla natura del corpo luminoso erano di tipo militare (un qualche tipo di velivolo straniero con funzioni di spia), il 13 aprile Le Temps diede un deciso colpo di acceleratore alle discussioni in corso. Forse era “una cometa in formazione”, forse “un alone proveniente da una deviazione dell’immagine del Sole”, forse “un fenomeno luminoso di ordine magnetico”… Con tanti saluti alla semplicità dei ragionamenti, e al rasoio di Occam! Lo stesso 13 aprile alcune notizie sulla vicenda arrivavano dall’estero: il New York-Tribune annunciava che in Francia sarebbe stata inviata una missione scientifica americana per investigare il fenomeno – cosa, per quanto ne sappiamo, destituita di ogni fondamento, ma che conferma la portata che il “globo di Cherbourg” stava rapidamente assumendo.

Due giorni dopo, il 15 del mese, anche gli occultisti e gli appassionati di mistero presero posizione per difendere la “stranezza” dei fatti di Cherbourg (come sarebbe avvenuto molte volte in tempi recenti con l’ufologia moderna,). Lo facevano tramite il principale periodico da edicola rivolto a quel pubblico, ossia il quindicinale L’Écho du merveilleux, che usciva a Parigi sin dal 1896 (a. IX, n. 199). E lo facevano in tre modi diversi: 

  • 1) mescolando e distorcendo un po’ le notizie di cui si disponevano, per aumentare il senso della “stranezza” di ciò che stava accadendo; 
  • 2) richiamando una lunga serie di “prodigi celesti” del passato, proprio come faranno gli ufologi dopo il 1947, per cercare di sostenere che quelle cose misteriose c’erano sempre state; 
  • 3) intervistando due astronomi che, non sapendo nulla delle dinamiche percettive, cognitive e sociologiche che sono alla base di questo genere di eventi, si dicevano perplessi sulla possibilità che fosse un pianeta. Se così fosse stato, dicevano ingenuamente, non sarebbe stato segnalato anche altrove? E poi, le notizie da Cherbourg parlavano di un corpo dal diametro troppo grande per un pianeta, sia pur luminoso come Venere. 

Nuove osservazioni, sempre più strane

Insieme all’incomprensione dei fenomeni psicosociali da parte degli studiosi di scienze fisiche e alla deriva verso l’improbabile dei giornali e degli amanti dei misteri, fece la sua apparizione una terza caratteristica che di solito segna gli eventi “misteriosi” fortemente mediatizzati: la comparsa di resoconti più o meno simili in luoghi e in contesti distanti da quelli originari – nel nostro caso, l’inizio di una piccola ma intensa ondata di casi Ufo ante litteram. Le Temps del 14 annunciava che nella notte fra il 10 e l’11 aprile a Tunisi, allora territorio francese, era stato visto “un globo luminoso simile a quello di Cherbourg”, ma dotato di scia: sembrava fosse “un bolide dall’aspetto del tutto normale”, ma ormai il meccanismo caratteristico era innescato. Ogni evento insolito nelle settimane seguenti fu riletto dall’opinione pubblica in funzione del “globo di Cherbourg”. 

Il 17, La Lanterne annunciava che “la luce misteriosa” era arrivata anche sul territorio metropolitano: c’erano stati avvistamenti a Nizza, Nantes e Saint-Nazaire (altra città portuale atlantica). A Nantes l’oggetto celeste era stato visto fra le otto e le nove di sera, in direzione nord, ed era “due volte più grosso del pianeta più vistoso”; al largo di Saint-Nazaire, nella notte fra il 10 e l’11, i guardiani del faro di La Banche videro una luce che dapprima scambiarono per un pallone illuminato; stavano per interpellare al riguardo le navi passeggeri in transito, ma il corpo sparì lentamente verso la costa, perdendosi in direzione di Le Croisic. Il quotidiano però era chiaro: in tutti i casi si trattava di Venere. Lo stesso concludeva in prima pagina, il giorno 18, La Dépéche de Brest, per il quale, peraltro, la luce di Cherbourg era ormai diventata oggetto di conversazione in tutto il Paese. Se qualcuno arrivava da lì, ecco che subito era assalito dalle domande: “Avete visto la luce? Di che cosa si tratta?”

Faro di La Banche
Faro di La Banche, foto di Julien Cantin da Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 3.0

Louis Coudurier, autore del lungo articolo de La Dépèche, si rivela però anche uno degli analisti più razionali della breve mania francese. Spiegava infatti in dettaglio che negli anni 1849 e 1857 – quando Venere era stato luminoso come in quelle settimane – si erano già verificate ondate di avvistamenti simili, che avevano stuzzicato l’entusiasmo del pubblico e perplessità di ogni genere sulla “vera” natura della luce. 

C’erano anche – come sempre – descrizioni più strane dell’oggetto misterioso. Il 19 aprile, Le Journal de la Manche et de la Basse Normandie pubblicò la lettera di un certo dottor Thomas che, la sera del 15, aveva osservato il fenomeno dalla città normanna di Saint-Lo, verso le 21, in direzione nord-ovest (ora consueta, consueta posizione celeste). La sua testimonianza era descritta in termini più vividi rispetto a quelli che abbiamo visto finora. Si trattava, per lui, di 

tre grandi raggi luminosi di lunghezza ineguale, separati fra loro da un tratto nero; si sarebbe detto un immenso braciere, come se una grande città fosse in preda alle fiamme.

Il cielo – si noti la cosa – era coperto, e gli altri corpi celesti erano nascosti alla vista. Il testimone cercò, senza rendersi conto che la cosa non aveva senso, di assegnare una dimensione oggettiva al fenomeno: “circa dieci metri di lunghezza”. Mentre “l’immenso braciere” stazionava dove ci si aspettava fosse Venere quella sera, Thomas ebbe modo di entrare in una casa vicina e di richiamare l’attenzione di altre persone lì riunite. Uno di loro gli parlò della “luce di Cherbourg”, e fu così che il dottor Thomas poté assegnare un senso alla sua esperienza.

Come L’Écho du merveilleux quattro giorni prima, anche se in toni meno irrazionali, pure Le Journal de la Manche aveva buon gioco nel mantenere una certa tensione nella storia. In un secondo articolo da Cherbourg, nel riferire le opinioni della stampa locale sul fenomeno riprese da La Vigie, quotidiano di quella città, confrontava quanto dichiarato da due astronomi della zona: De La Rosière, direttore dell’osservatorio cittadino, era convinto si trattasse di Venere e di Giove, che il 6 aprile si trovavano in congiunzione con la Luna; un altro astronomo innominato, invece, diceva che suo avviso tutto era dovuto a Venere, ma da solo: per il quotidiano, tanto era sufficiente a insinuare che il mistero rimanesse intatto…

La gestione della comunicazione: un mezzo disastro

La frittata però la fece sul serio un altro scienziato, e stavolta a farla era un uomo importante: il geologo e geografo Charles Vélain (1845-1925, qui sopra nell’immagine), che insegnava geografia fisica e meteorologia alla Sorbona. Il 18 aprile dichiarò a Le 

Non è più possibile continuare a credere che si tratti di Venere. Speriamo che la durata del fenomeno ci permetta, grazie a uno studio attento, di chiarirne la natura.

Il 23 aprile, su L’Echo de Jarnac (un quotidiano del dipartimento della Charente), Vélain mostrò meglio la china errata sulla quale si era messo. Partiva da un’ipotesi, ma solo per smentirla, usandola come un fantoccio – un uomo di paglia contro cui indirizzare i suoi strali: la possibilità che il clima della costa atlantica avesse provocato un fenomeno di alone solare particolarmente intenso, e che l’immagine riflessa del Sole si rendesse visibile nel cielo, anche dopo il tramonto. 

Se così fosse stato, concludeva, il fenomeno sarebbe stato visibile anche da altri punti della costa. Invece, erano solo persone di Cherbourg a vedere il fenomeno (cosa anch’essa, peraltro, non corrispondente a realtà)… E poi, un suo collaboratore, il sig. Berget, aveva appena ricevuto una lettera che confermava che “il globo luminoso di Cherbourg non aveva nulla di naturale”. Il fatto che – semplicemente – influenzati dalle notizie e da altre testimonianze, gruppi di persone anche colte scambiassero un corpo celeste da sempre presente nel cielo per qualcosa di strano non gli sembrava possibile. Noi sappiamo, invece, che questo è accaduto innumerevoli volte nella storia. 

Le ultime interpretazioni che vi presentiamo sono anche le più gustose, e sono tipiche di questa fase della storia dell’ufologia, cioè, quella che si estende dal 1880 al 1930 e che fu dominata da storie su palloni e dirigibili dall’origine arcana. 

Il 19 aprile, Le XIX siècle accusava di nuovo gli inglesi di spionaggio compiuto con una silurante dotata di palloni frenati. Lo stesso giorno uno dei maggiori quotidiani di Parigi, Le Petit Journal, aggiungeva Le Havre alla lista dei luoghi in cui la sfera era stata scorta. E poi, fra il serio e il faceto, proclamava una rivelazione ancora più scoppiettante sulle cause del fenomeno. Nei pressi di Parigi aveva infatti la sua base un aeronauta, cioè un pilota di dirigibili e palloni; era un tipo forain, “da circo”, secondo il quotidiano. L’oggetto misterioso era un pallone illuminato a luce elettrica, da lui costruito, ordinatogli da alcuni americani che poi lo avevano spedito sino a una stazione di Parigi; lì altri lo avrebbero preso in consegna e poi, pochi giorni dopo, a Cherbourg si cominciò a vedere la luce in cielo! Le Petit Journal non sembrava comunque prestar credito alla storia: a quanto pare, questa versione circolava addirittura negli ambienti dell’Accademia delle scienze, a Parigi, ma soltanto per sorriderne. 

La fine della vicenda

La diminuzione di luminosità di Venere e l’assenza di novità “uccisero” il mistero della luce di Cherbourg, che dopo il 25 aprile scompare quasi del tutto dai giornali. In totale, ci furono avvistamenti in almeno otto città (la più lontana, Tunisi); ma non dubitiamo che quanto abbiamo trovato sia solo di una piccola parte di quanto la stampa del tempo riferì. 

Il 4 gennaio 1906, nel presentare le effemeridi astronomiche per il nuovo anno su La Dépèche de Brest, qualcuno che si celava dietro lo pseudonimo “Paul Roche” (un appellativo generico ricorrente sulla stampa francese del tempo) ricordava il cancan scatenato da Venere otto mesi prima, e alla lista dei luoghi da cui era stato scambiato per la “luce di Cherbourg” aggiungeva Perpignan. 

Come succede spesso, e a quei tempi ancora di più, le notizie sulla mania causata da Venere comparvero in massa sulla stampa straniera, mentre in Francia l’eco della vicenda si stava già attenuando. Abbiamo visto parecchi articoli sulla stampa americana e australiana, ma aggiungono poco a ciò che sappiamo. Nella maggior parte dei casi le fonti straniere più tarde non facevano che riprendere notizie già vecchie. Il 24 aprile, ad esempio, il Saint Paul Globe, quotidiano del Minnesota, scrisse che tre torpediniere francesi erano costantemente a pieno vapore nel porto di Cherbourg, caso mai fosse necessario salpare in fretta per dare la caccia alla “luce”; il 7 maggio il Washington Times aggiunse che in città il fenomeno era stato osservato almeno per tredici notti, e che intere famiglie stavano sui tetti con binocoli da teatro e cannocchiali. 

Unica nota interessante, l’articolo che comparve sul londinese Daily Telegraph il 3 aprile: secondo il quotidiano, qualcuno riteneva potesse trattarsi di una nave marziana!

Conclusione

La vicenda della “luce di Cherbourg” mostra perché sia importante, per uno scettico, interessarsi alla storia dei presunti fenomeni anomali – del cielo o di altri ambiti. In questa storia ci sono parecchi elementi ricorrenti: la stampa che sforna notizie una dopo l’altra, i militari e le autorità preoccupate per la sicurezza e la difesa nazionale, gli occultisti che gongolano, una costellazione di ipotesi che si elidono fra loro, e – forse ancor peggio – scienziati e astronomi che non sanno interpretare le testimonianze, che cercano di razionalizzare il fenomeno ma che contribuiscono ad accrescere il senso del caos cognitivo… Cambiato quel che c’è da cambiare, sono le stesse dinamiche di oggi, con gli Ufo, con altre idee pseudoscientifiche, con la pretesa evidenza di complotti di ogni tipo. 

E, infine, una constatazione pratica, utile a chiunque voglia cercare di spiegare sul serio le testimonianze ufologiche: da secoli, Venere è scambiata in ogni parte del mondo per un fenomeno strano, per la sua luminosità e dimensione apparente e per il fatto che sorge ed è visibile spesso al tramonto e all’alba, dando perciò l’impressione di non essere un corpo astronomico. Un giorno magari vi racconteremo una strana storia legata a quello che Venere è in grado di combinare: una vicenda minore, ma legata agli stessi momenti della nascita dello stato unitario italiano, al culmine del Risorgimento… Nell’attesa, vi rimandiamo a un altro, stavolta tragico, “scherzo” giocato agli uomini dalla luminosità di Venere. Nell’autunno del 1935, agli inizi dell’aggressione italiana all’Etiopia, le truppe di Addis Abeba la videro sfavillare nel cielo diurno e pensarono di avere il favore divino dalla loro parte. Chi fosse interessato alla vicenda può andare a leggerla sulle pagine di Cielo insolito – rivista di storiografia ufologica (n. 3, 2017, pagine 28-33, in un articolo di Giuseppe Stilo). 

Dai fatti francesi del 1905 a quelli etiopici del 1935, ben poco è mutato in cielo – ma, soprattutto, in terra.

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