Antologia dell’inconsueto: i re divini e sovrannaturali tra credenza e potere

A proposito di letteratura: se rileggiamo l’atto quarto della scena terza del Macbeth di William Shakespeare – la nota (e più breve) tragedia del grande drammaturgo inglese – ci imbattiamo in un dialogo a più voci in cui i protagonisti parlano della scrofola, una malattia che un tempo si riteneva potesse essere guarita dal tocco magico del sovrano, quasi egli fosse una divinità fatta persona con poteri che si pensava gli arrivassero direttamente da Dio. E che, comunque, oggi definiremmo “paranormali”.

Nel celebre libro del 1924 di Marc Bloch (storico, militare e partigiano francese) dal titolo “I re taumaturghi. Studio sul carattere sovrannaturale attribuito alla potenza dei re particolarmente in Francia e in Inghilterra”, si ricostruisce la storia, soprattutto, dei re francesi e britannici (ma anche germanici e di altre Nazioni europee) ai quali erano attribuiti poteri di guarigione di alcune patologie (anche della peste e di altre infezioni). Tali straordinarie facoltà si riteneva fossero trasmesse dall’alto attraverso il papa con il sacramento dell’unzione e dell’olio profumato (il sacro crisma).

Questa credenza non riguardava solo il popolo, ma in taluni casi si estendeva anche a persone appartenenti ad un alto livello sociale e culturale, e gli stessi regnanti finivano per entrare nella parte, in un certo qual modo, e ritenere di aver ricevuto in dono particolari poteri (pensiamo anche – in un contesto storico differente – ai sovrani delle civiltà antiche, per esempio).

Investire il re di sacralità, naturalmente, era uno strumento del controllo della monarchia sul popolo all’interno di un sistema sociale, dove il divino diventava la prerogativa fondamentale per arrivare al soglio regale. I sovrani temporali che non fossero il papa o l’imperatore bizantino avevano bisogno di riaffermare continuamente il proprio concetto di diritto sacro voluto da Dio. Ed ecco che nell’immaginario collettivo il re diventava un essere toccato dalla Grazia con particolari poteri come segno di benevolenza divina.

Marc Bloch, nel libro succitato, parla anche di prove particolari che un aspirante sovrano doveva, in alcuni casi, superare per poter regnare, come testimoniato da un messaggio di Edoardo III d’Inghilterra a Filippo IV di Francia in cui gli si chiede di rinunciare al trono perché non discendente diretto dei Valois e quindi non meritevole di consacrazione al potere. Il messaggio prosegue con la richiesta di un duello con il contendente al trono, dove Dio avrebbe giudicato il vero re (siamo nel clima della Guerra dei Cento anni: 1337-1453) per arrivare alla chiusa con le belve, ovvero ad essere rinchiusi in una gabbia di leoni affamati per verificare il volere divino, visto che tali animali non avrebbero mai osato sbranare un sovrano legittimamente voluto da Dio. Il re, insomma, non era considerato affatto un uomo come tutti gli altri (anche con i rischi connessi alla compagnia dei leoni).

Nell’ambito dei poteri taumaturgici ecco che il potere temporale e quello spirituale trovavano il collante comune per le alleanze politiche: i sovrani, attraverso l’imposizione delle mani, e in occasione di messe e cerimonie solenni, officiate da alti funzionari ecclesiastici (in cui si usavano anche monete e medaglie d’oro), si mettevano a disposizione dei malati per guarirli, e tutto si credeva avvenisse sotto il controllo di Dio come emanazione della volontà celeste.

Ma cos’è la scrofola? Vi sono, naturalmente, saggi scientifici e libri scritti da specialisti su queste tematiche; in questa sede è sufficiente ricordare cha la scrofolosi (come viene anche chiamata) è un’infezione delle ghiandole del collo, i linfonodi, meglio conosciuta, in campo medico, come adenite tubercolare.

I primi documenti certi (studiati proprio da March Bloch) inerenti la credenza dei poteri guaritori dei regnanti, sembrano risalire al figlio di Ugo Capeto, Roberto II il Pio (morto nel 1031), attestato come il primo guaritore della scrofola, tradizione che arriva fino agli inizi del secolo XIX con Carlo X (nel maggio 1825).

Ma veniamo adesso al breve dialogo che ci interessa e che prendiamo, come detto, dalla scena terza del quarto atto del Macbeth shakespeariano (composto probabilmente tra il 1605 e 1608), la famosa tragedia in cui si mettono in scena i catastrofici effetti psicologici e anche fisici della brama di potere legata all’interesse personale. La tragedia – ricordiamolo per concludere – fu pubblicata nel First Folio del 1623 (la prima pubblicazione delle opere teatrali di Shakespeare, ad esclusione di Pericle e I due nobili congiunti: non sono presenti, però, né le poesie né i poemi). L’opera è diventata, nel tempo, il simbolo per eccellenza della brama sfrenata di potere e delle sue ripercussioni psicologiche e sociali.

Ecco la chiacchierata tra un Dottore, Malcolm (figlio del re di Scozia) e Macduff (un nobile scozzese):

«Malcolm: (…) Ditemi, vi prego, il re sta venendo?

Dottore: Sì, signore; c’è una folla di infelici che attende da lui la guarigione; la loro malattia resiste a tutti i tentativi della scienza, ma essi risanano immediatamente al suo tocco, tanta santità il cielo ha concesso alla sua mano.

Malcolm: Grazie, dottore.

Macduff: Di quale malattia parla?

Malcolm: È chiamata scrofola; vi è in questo buon re una virtù veramente miracolosa che gli ho visto mettere in opera più volte, da quando sono in Inghilterra. Come la ottenga dal cielo, lui solo lo sa: certo è che questi disgraziati, colpiti da una strana malattia, tutti gonfi e pieni di ulcere, pietosi a vedersi e una vera disperazione per la medicina, egli li guarisce mettendo loro al collo una medaglia d’oro e recitando sante preghiere. Si dice che lascerà la sua benefica virtù ai propri successori. Oltre a questo strano potere, egli ha avuto il santo dono della profezia; e molti sono i favori divini che circondano il suo trono e che lo rivelano pieno di grazia.»

(Edizione di riferimento, W. Shakespeare, Tutto il teatro, Newton Compton, 1990)

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