Machu Picchu è più antica di quanto si pensasse

Machu Picchu è uno dei siti archeologici più noti al mondo. Si trova nella regione peruviana di Urubamba, non lontano dalla capitale dell’impero Inca, Cuzco. Secondo le fonti la città sarebbe stata costruita dall’imperatore Pachacuti a partire dal 1438 come residenza invernale per la corte, dato il clima più mite rispetto alla capitale.

Dopo la conquista spagnola e il crollo dell’impero Inca, la città fu abbandonata e inghiottita dalla giungla. Questo fino al 1911, quando l’esploratore statunitense Hiram Bingham III partì per una spedizione nella zona a nord  di Cuzco con l’intento specifico di trovare antiche rovine inca. Il 24 luglio Bingham e la sua squadra individuarono le rovine di Machu Picchu e nei giorni successivi le esplorarono, riportandole all’attenzione del mondo occidentale. Da allora la città è al centro di infiniti dibattiti, scientifici e non, riguardo alla sua funzione e alla sua costruzione e alimenta la fantasia di molti appassionati.

Quello che però pochi sanno è che, per diverse cause, l’archeologia andina si basa ancora poco sulle datazioni al radiocarbonio. In primo luogo, la quantità di documenti spagnoli dell’epoca della conquista, che in alcuni casi riprendono fonti Inca, ha permesso agli storici di ricostruire in modo preciso il succedersi degli eventi e delle dinastie. Queste datazioni si basano principalmente sul lavoro di John H. Rowe pubblicato nel 1945 con il titolo Absolute chronology in the Andean area. Secondo lo studioso, Pachacuti e la sua armata conquistarono la bassa vallata dell’Urubamba, dove si trova Machu Picchu, nel 1438, prima di espandere ulteriormente il potere imperiale nelle Ande. Rowe suggerì che il complesso palaziale era stato costruito per commemorare proprio la vittoria dell’imperatore sul territorio circostante. 

Queste valutazioni scaturirono dall’analisi di testi spagnoli e principalmente dalla cronaca di Miguel Cabello de Balboa, scritta nel 1586 ma stampata in modo moderno soltanto alla fine degli anni ‘30 del XIX secolo. Queste datazioni però non sono mai state confermate con analisi specifiche, ad esempio – appunto – con quella del radiocarbonio. Questo anche perché gli scavi più consistenti nella zona furono fatti nei primi anni del ‘900, quando queste tecnologie non erano ancora disponibili.

Per fortuna, negli ultimi anni sono stati effettuati diversi studi comprendenti analisi di questo tipo in diversi siti della sfera Inca. Un gruppo di studiosi di alcune università statunitensi coordinati da Richard L. Burger ha deciso di applicare lo stesso metodo a Machu Picchu attraverso l’analisi campioni provenienti da resti ossei ritrovati nel 1920 nelle quattro necropoli scoperte intorno al sito. Lo studio, intitolato New AMS dates for Machu Picchu: results and implications e pubblicato di recente sulla rivista Antiquity non solo apre la strada ad altri interventi simili, ma contribuisce a specificare meglio una serie di aspetti rimasti fino ad ora insoluti.

Come si accennava, allo stato attuale delle ricerche a Machu Picchu sono state ritrovate quattro necropoli. Queste presentano sepolture realizzate con modalità diverse. Alcune sono singole, altre contengono più individui. Fino ad ora erano rimaste aperte alcune domande: le varie necropoli e le varie tipologie di sepoltura sono coeve o successive nel tempo? Che relazione c’è tra gli individui sepolti insieme? A quale delle molte etnie comprese all’interno del vasto impero Inca appartenevano i defunti? Che tipo di lavoro svolgevano in vita?

Grazie allo studio di campioni provenienti da tutte e quattro le necropoli ed appartenenti sia a sepolture singole sia multiple, lo studio ha avanzato alcune ipotesi (che andranno comunque confermate da studi futuri). Secondo le datazione C14 le necropoli sono sostanzialmente coeve e sono state utilizzate durante tutto il periodo di vita del sito. Anche le sepolture singole e quelle multiple non presentano tra loro differenziazione cronologica. 

L’aspetto più interessante riguarda però lo studio puntuale dei singoli contesti. Con lo scopo di determinare la possibile relazione di parentela tra i defunti, per due sepolture multiple è stato analizzato il DNA dei resti umani. In entrambi i casi (burial cave 4 e grave 84) alcuni individui erano stati deposti successivamente alle prime sepolture. 

Lo studio degli scheletri ha fornito informazioni anche circa la provenienza e l’occupazione dei defunti. Secondo le fonti  disponibili, a Machu Picchu risiedevano durante l’anno  lavoratori, artigiani ed inservienti che provvedevano al mantenimento della reggia nei mesi nei quali non era occupata dalla corte reale. Secondo le nuove ricerche, le sepolture presenti nei dintorni della città appartenevano proprio a questi individui, che avevano diverse provenienze etniche, definite in base alla presenza o meno di deformazioni craniche, alla conformazione del cranio stesso e alle analisi dello stronzio (87Sr/86Sr) e del carbonio (δ13C). Inoltre, gli scheletri non presentavano segni di violenze subite in vita, anche se gli individui avevano svolto lavori mediamente pesanti, come quelli legati all’artigianato o alla costruzione di edifici. 

Per quanto riguarda la cronologia, l’analisi al radiocarbonio di ben ventisei campioni ha permesso di definire in modo più preciso le datazioni del sito. 

Secondo la datazione classica di Rowe la costruzione del sito sarebbe iniziata non prima del 1438, e dunque Machu Picchu poteva esser stata abitata più o meno a partire dal 1440. Le date più antiche ottenute dal team di studiosi, provenienti da tutte e quattro le necropoli, indicano invece l’inizio di attività del sito a partire dal 1420, portando così indietro la data finora accettata di due decenni. Queste evidenze conducono a retrodatare anche la campagna militare di Pachacuti e la sua ascesa al trono. In questo modo, l’integrità dell’intera cronologia tradizionale risulta minata.   

Dunque, nei prossimi anni la sfida per gli archeologi sarà quella di ottenere più datazioni assolute, in modo da poterle confrontare con la cronologia tradizionale basata su fonti scritte. Non è escluso che ben presto assisteremo ad altre scoperte simili a quelle che vi abbiamo presentato.

Immagine in evidenza: Machu Picchu nel 1912, fotografata da Hiram Bingham, come apparve sul National Geographic nell’aprile del 1913. 

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