Trieste, 1932: la psicosi dell’uomo-vespa

di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo

Notte fra il 6 e il 7 marzo 1932. Una donna di 56 anni, appena uscita dal lavoro, si avvia per le strade di Trieste. Ha appena chiuso il bar che gestisce, il “Procuratie” di piazza Goldoni, e sta tornando a casa. All’improvviso, si accorge che un uomo la sta seguendo; affretta il passo, ma il malvivente la raggiunge all’altezza di via Carducci. È un attimo: l’uomo la colpisce con un oggetto appuntito al fianco sinistro, poi si dilegua nell’oscurità, senza mai mostrarsi in volto. La barista non può far altro se non recarsi all’ospedale Regina Elena. Per fortuna la ferita è superficiale, la “puntura” non ha leso altro se non la prima cute. Rimane però il mistero per l’anomala aggressione: non c’è stata rapina, e la donna esclude categoricamente l’ipotesi di una vendetta.  

È questo il primo episodio di una vera e propria psicosi che si scatenerà a Trieste, ma le cui eco arriveranno in tutta Italia.  La prima aggressione di colui che i giornali battezzeranno l’uomo vespa

Questo evento inziale fu riferito il 7 marzo 1932 da Le Ultime notizie, edizione serale del maggior quotidiano triestino, Il Piccolo, e, al mattino successivo, l’8, dalla testata madre sotto  il titolo “Squilibrato o malvagio?”, ma sino a quel momento la storia non si era ancora trasformata in panico di massa. Le cose cambiarono un paio di settimane dopo, la notte del 20 marzo, quando ben cinque ragazze furono ferite allo stesso modo in un’unica notte. 

Fu a quel punto che la questione arrivò alla cronaca di quotidiani nazionali come il Corriere della Sera, che ne parlò il 22 marzo in un lungo articolo intitolato “Le giovinette di Trieste perseguitate dall’uomo vespa”. Quella domenica, una diciottenne che stava accompagnando un’amica si era accorta che un uomo la stava inseguendo; appena si era voltata, questi l’aveva ferita tre volte a un’anca. L’attacco era avvenuto alle 17.30 in via Vasari. Qualche ora dopo, un episodio molto simile era accaduto a una ventiduenne in via Piccardi, e alle 21 lo stesso copione si era ripetuto con una ventiquattrenne in via Sette Fontane. A queste tre aggressioni ne erano succedute altre due, in via Ghirlandaio e in via della Tesa. Il quotidiano milanese riferiva che la Questura aveva predisposto un’indagine e che aveva impartito istruzioni ai diversi Commissariati triestini perché rintracciassero il feritore. Eppure, riferiva il giornale, 

La notizia dei ferimenti intanto non ha prodotto eccessivo allarme nel mondo femminile triestino, date le disposizioni adottate dalle autorità per acciuffare lo strano attentatore, del quale si hanno i connotati e a cui il popolo ha già affibbiato il nomignolo di “uomo vespa”. Ormai sull’avviso le ragazze, come d’intesa, osservano attentamente i giovani che passano a loro vicine, pronte a richiamare l’attenzione dei passanti a ogni sospetto. Accade, così, che anche qui, come nelle cose più serie, c’è un lato comico: molti giovani, contrariamente al solito, per timore di noiosi equivoci, badano ora a tirare innanzi dritti e compassati davanti alle giovinette. Non si sa mai: un’occhiata, un sorriso o un cenno di saluto forse basterebbero per far nascere un equivoco increscioso. 

Nonostante le parole rassicuranti del Corriere, la tensione era ormai palpabile. Le cose non andarono miglirorando quando il maniaco, dopo tre giorni di inattività, si ripresentò. Ne riferirono ampiamente La Stampa e il Corriere della Sera del 25 marzo. Due giovani erano state aggredite il mattino prima, verso le 11.30, mentre passeggiavano nel rione di San Giacomo in Monte; una era stata colpita leggermente al volto, l’altra alla schiena. Questa volta l’ignoto aveva seriamente rischiato il linciaggio. Le fanciulle avevano gridato, richiamando immediatamente una folla inferocita che aveva inseguito il misterioso individuo lungo la discesa prima in via del Rivo e poi in piazza Garibaldi. Qui altre persone si erano unite alla caccia, e qualcuno aveva affermato di aver visto l’uomo-vespa infilarsi in un’osteria di via Sette Fontane. Il locale fu preso d’assedio, ma il feritore non fu rintracciato. Nel tumulto dell’inseguimento, si era formato un altro assembramento, sempre in piazza Garibaldi, e qui altre due donne erano state misteriosamente ferite nonostante la folla. Un giovane che aveva assistito alla scena, aveva giurato di aver visto il sospetto entrare in un caffè: il presunto colpevole era stato prontamente fermato, preso, strattonato e condotto a viva forza in una vicina caserma della Milizia. L’uomo era alto, vestito con un pastrano rosso scuro, e qualcuno giurava fosse proprio l’uomo che la folla stava inseguendo poco prima. Testimonianze, però, oltremodo confuse, come sempre avviene in questi casi. 

Esemplare un commento del Corriere della Sera del 25 marzo:

Secondo alcuni, i suoi connotati corrisponderebbero a quelli dell’attentatore sfuggito poco prima alla folla, dopo un lungo inseguimento; altri affermano che il suo fisico corrisponde a quello dell’individuo che ha ferito le due ragazze in piazza Garibaldi. D’altronde, le deposizioni rese finora dalle vittime circa i connotati e i vestiti del feritore concordano poco. C’è chi l’ha visto con il soprabito chiaro e con un berretto scuro, chi con il soprabito scuro e il berretto chiaro. L’arrestato, che domani sarà posto a confronto con le ferite, non aveva, al momento del “fermo”, un berretto, bensì un cappello. 

L’uomo doveva essere uno dei tanti miserabili che affollavano le grandi città: di lui si dice solo che alloggiava all’albergo dei poveri di via Gaspare Gozzi e che non aveva vestiti di ricambio.

Quale fosse la portata della psicosi è confermato dal fatto che l’arresto del presunto responsabile fu seguito in città da una rapidissima escalation di nuovi episodi. Nella giornata del 25, stando al Corriere del 26, altre due donne denunciarono punture in un mercato e in una via del centro. Altre voci mettevano in conto numerose altre aggressioni – tutte denunciate dopo l’arresto del presunto uomo-vespa – che si raccontava fossero avvenute la sera del 24 in via Ghega, in via Sant’Anastasio, in via Udine, su un tramway in via Diaz, al sobborgo Barcola… Per il Corriere della Sera non avevano alcun fondamento, anche se nel pomeriggio, in una via farmacia del centro, altre due donne si erano fatte medicare denunciando iniezioni ai glutei. 

C’era stato di tutto, quel 24 marzo: una giovane che urla al cospetto di un uomo che le pareva minaccioso, la folla che lo circonda, l’arrivo della Polizia, la conclusione (nel nulla) in Questura. Giovani che fanno apprezzamenti alle ragazze rischiano di finir malee si registrano parecchi fermi: un secondo uomo, nel pomeriggio, dopo quello del mattino, è rinchiuso nelle camere di sicurezza del Commissariato di via Vespucci con l’accusa di aver toccato una donna con un temperino. Intanto l’uomo-vespa “vero”, quello preso alle undici e mezza del mattino in via dell’Industria, messo a confronto con le “aggredite” non viene riconosciuto: si comincia a parlare di una sua rimessa in libertà con tante scuse… 

Del resto, già il 25 Corriere della Sera aveva abbandonato i toni rassicuranti e aveva dichiarato che, nonostante le disposizioni prontamente messe in atto dalla Questura, il panico serpeggiava, soprattutto in quelle famiglie dove le giovani lavoravano fino a tardi. Pochi minuti di ritardo erano sufficienti ad “angosciare l’animo dei genitori”. Il quotidiano milanese ventilava anche la possibilità che le donne ferite fossero in numero ancora maggiore di quelle note, perché forse non tutte si erano presentate in ospedale visto che le loro ferite, magari, erano del tutto superficiali. Il 26 per il Corriere le misure intraprese dalle autorità erano “massicce”: pattuglie, squadre volanti dotate di automobili, posti fissi d’osservazione soprattutto nelle zone di piazza Garibaldi e nel rione San Giacomo, dove si pensava l’uomo-vespa potesse vivere. Risultati, zero. In più, scriveva perplesso ancora il Corriere, nessun aiuto – come c’era da aspettarsi – era arrivato da eventuali parenti, amici, vicini o medici curanti di qualche persona capace per suoi disordini psichici di mettere in atto le azioni denunciate. 

Il 27 marzo del 1932 era la domenica di Pasqua. Stando a un dispaccio d’agenzia apparso sul Corriere della Sera e su La Stampa di quel giorno, nel fine settimana della festività non furono segnalate nuove aggressioni: la folla riempiva le strade, senza che questo impedisse aggressioni a giovanotti un po’ troppo intraprendenti e fermi di uomini, “ma sempre con esito dubbio, o negativo”. 

Curiosi appaiono i sistemi di difesa adottati dalle giovinette a tutelarsi dai tentativi dell’ignoto feritore: molte di esse, ad esempio, hanno ritenuto opportuno imbottire le gonne di ovatta, opponendo così, ai fianchi e alle anche, una efficace e soffice protezione contro il temuto pungiglione dell’uomo-vespa. L’eleganza della linea, evidentemente, ne scapita; ma, in cambio, i pericoli da sfidare sono assai minori. 

Il giorno prima Il Piccolo aveva spiegato che un uomo dalla personalità originale e ben noto in città, Giacomo Ziuch, si era presentato in comune chiedendo di brevettare il suo lamierino anti-punzecchiature, da mettere sotto le gonne. 

Flaminio Cavedali (1870-1950), giornalista, poeta, squadrista triestino, principale responsabile delle cronache del Piccolo per la vicenda dell’uomo-vespa (una sua discendente vent’anni fa confermò l’idea che fosse stato lui ad aver “pompato” la storia), riprese il testo di una canzone del 1929, “Tommy”, cantata da Mario Latilla, e ne adattò il testo per ironizzare sull’uomo-vespa triestino. Lo potete trovare in questo sito di cose triestine, il cui curatore, Lorenza Pilat, (“René”, che in anni recenti ha prodotto fumetti e canzoni sull’omo-vespa)  fra le altre cose ha spiegato di avere reperito un’antica testimonianza di seconda mano:

Personalmente posso qui riportare la testimonianza personale di un’anziana signora, nonna di un mio amico, che una sera del marzo 1932, alle 2.00 di notte circa incappò nell’omo vespa, mentre, stanca dal lavoro rientrava nella sua abitazione, sita in piazza Barbacan. Essa mi raccontò (nel 2001) che per un soffio non riuscì a pungerla con quel punteruolo aguzzo che sbucava dal nero mantello in cui l’omo vespa era avvolto, confondendosi con l’oscurità. L’omo vespa le sbucò davanti all’improvviso dall’androne degli orti ed iniziò a rincorrerla brevemente fino a che quest’ultima per l’appunto riuscì miracolosamente a sfuggire al suo punteruolo, solo per un pelo, entrando subito in casa sua e sbarrando istantaneamente il portone del suo palazzo! 

Il picco della psicosi triestina delle punture da aghi cadde fra il 20 e il 26 marzo 1932. La giornata di Pasqua stemperò la tensione. Da allora, lo spazio dedicato agli eventi crollò quasi di colpo. Però, come succede sovente in episodi psicogeni di questo tipo, nella fase finale non mancarono sviluppi che per noi – anziché sostenere la realtà dei fatti – ne indicano ulteriormente il carattere psicologico.

Lo stesso, terribile uomo-vespa scrisse una lunga lettera a Il Piccolo, che la pubblicò il 29 marzo. Era stata imbucata nel centro cittadino il giorno di Pasqua, domenica 27. 

Io sono l’uomo chiamato da Dio a castigare le donne invereconde. Lei mi vuole offendere col nome di vespa, là dove io pungo, per la morale offesa, solamente le femmine che, con le loro leggiadre movenze, inducono gli uomini in tentazione. Nella settimana santa della Passione del Nostro Signore (per sempre sia lodato) una voce divina mi apparve e allora punsi le femmine e oggi ho castigato le ultime due che con inverecondo camminare dileggiavano il Sabato Santo del nostro Signore (per sempre sia lodato). Io sono la giustizia, imperciocché le donne non devono dare scandalo…

Erano poi minacciate ulteriori azioni contro le donne “che mostrano nudo il petto con la scusa del caldo ardente”. Aspettava “lumi” per “la mente” al fine di capire come comportarsi con “i damerini e i gaga”. La lettera si concludeva con la firma L’uomo della giustizia.

Non possiamo sapere se chi scriveva era segnato da un vero delirio o se, per fini suoi, cercava di simularlo. Quel che è certo è questo documento mostra bene che, di norma, al cuore dei panici collettivi per gli aghi c’è il timore per il controllo della sessualità femminile. A modo suo e con un linguaggio adatto ai tempi lo intuiva lo stesso Corriere della Sera del 30, che in un commento non firmato (“L’aculeo della morale”) sosteneva che “l’uomo della giustizia” prima di diventare “vespa” doveva “esser passato attraverso altre forme di meno pudibonde bestialità”, in sostanza asserendo che era lui quello turbato dalle donne fino a quel punto – mica gli altri. Giornali satirici come Il marameo di Trieste andarono a nozze con questa fin troppo facile lettura della storia, pubblicando vignette e sfottò. 

L’ovvio fantasma  sessuale maschile della vicenda è confermato da una vignetta, che vedete qui accanto, apparsa su Stampa Sera del 2-3 aprile: due signore agée e con abiti fuori moda, definite “zitelle” nella didascalia, si domandano come mai, a loro, l’uomo-vespa non avesse “mai fatto punture”.

Nella giornata del 31 marzo 1932, comunque, Stampa Sera riassunse la situazione riconoscendo che la psicosi si era ormai attenuata, ma anche così senza rinunciare a titolare il pezzo in prima pagina  “L’uomo vespa arrestato?”, perché quel pomeriggio nella città giuliana aveva preso a circolare l’ennesima voce sul fermo del punzecchiatore fantasma. La sera precedente una giovane, si diceva, lo aveva additato a un agente di Polizia, in via San Francesco, che lo aveva condotto in Questura. Ricominciava lcosì a ridda delle ipotesi: connotati contraddittori, abiti e scarpe notate in precedenza da parte di alcune vittime degli aghi – ma soltanto da alcune, mentre altre non lo riconoscevano… 

Com’è norma in questi fenomeni psicosociali, per quanto ne sappiamo, anche stavolta la storia si spense senza che vi fosse consenso e chiarezza sulla sua natura. Sappiamo però per certo che la mania dell’uomo-vespa, durata per qualche settimana, inaugurò anche in Italia una serie di eventi analoghi, in cui proprio quel nomignolo, l’uomo vespa, servì a lungo per etichettare il babau delle donne che prima dell’Italia aveva colpito altri Paesi. 

Doveva essere stata proprio la pubblicità che si era fatto l’uomo-vespa friulano, scrisse il 4 giugno 1932 La Gazzetta del Lago di Verbania, a suscitarne dei seguaci: un ragazzino di dodici anni aveva infatti infilzato per scherzo con uno spillone “nelle parti più carnose” la sorella maggiore che faceva le spese al mercato all’aperto, provocandone la fuga disperata fra la gente, convinta di essere inseguita dall’uomo-vespa, con conseguenti voci preoccupate fra gli abitanti della zona.  Seguirono ripetuti e anche più violenti episodi di panico. La natura seminale del ciclo triestino del marzo-aprile 1932 ci pare confermata dal frequente richiamo a quegli eventi e dall’utilizzo  del nomignolo affibbiato al presunto responsabile degli attacchi che la stampa farà per diversi anni. 

La prima, vera grande ripresa di paura collettiva fu quella che si manifestò a Milano nel febbraio 1934, dove un “nuovo uomo-vespa” punse con uno spillone non solo le donne, ma anche qualche uomo, in specie sui tram. La natura scherzosa delle voci che correvano al riguardo era del tutto evidente. Il 10 di quel mese, nella sua cronaca cittadina, il Corriere della Sera scrisse che il mattino prima, su una vettura tranviaria, un distinto signore intento nella lettura del giornale era stato colpito più volte da dietro con uno spillone, ma senza dar cenno di accorgersene, finché alcune donne si erano messe a gridare: a quel punto l’uomo “di acciaio” si sarebbe voltato con noncuranza dicendo a bassa voce: “non mi scheggi”. E, afferrato lo spillone, lo avrebbe esaminato con cura aggiungendo: “Giusto stamane  ho dovuto sostituire con un chiodino arrugginito il perno del gomito destro. Questo andrà meglio”. 

Uomo d’acciaio contro uomo-vespa milanese 1 a 0. 

Nell’aprile del 1941, in piena guerra, fu la volta di Lecce, dove un altro uomo-vespa come quello “che qualche tempo fa è stato segnalato in altre zone” colpì diverse donne con un punteruolo “alle spalle e ai fianchi”. In seguito, della cosa fu incolpato un tredicenne (Corriere della Sera, 12 e 19 aprile 1941). Ma l’uomo-vespa superò senza particolari problemi anche la fine della Seconda Guerra Mondiale, e nel 1946 e nel 1947 colpì a ondate la zona di Desenzano del Garda (Corriere della Sera, 10 giugno 1947). Nel marzo 1954, infine, l’ultima volta – a quanto pare – in cui una caccia al maniaco ebbe per centro la paura dell’uomo-vespa fu a Barletta, dove dopo tre punzecchiamenti con un coltellino fu arrestato un uomo, a quanto affetto da disturbi psichici (Corriere della Sera, 19 e 20 marzo 1954). 

Come si vede, la paura delle punture alle donne mescolava veri episodi teppistici o atti compiuti da persone sofferenti a probabili ondate di panico psicogeno, in cui la grandissima parte o la totalità degli effetti somatici descritti non aveva riscontro nella presenza di veri aggressori. Come per altre manie collettive, voci, panici o leggende contemporanee, la comparsa della personalizzazione della minaccia attraverso l’assegnazione di un nome proprio (qui l’uomo-vespa, oppure lo Springheeled Jack nell’Inghilterra dell’800, o nel caso di stimoli osservati nel cielo, i dischi volanti del secolo scorso) anche nella Trieste del 1932 fu fondamentale. 

Per noi l’uomo-vespa è un episodio di storia della psicologia collettiva che ci tocca andare a ricostruire esaminando qualche documento, ma probabilmente per più di vent’anni, in Italia, e altrove fu folklore vivente, un personaggio la cui puntura le donne potevano avvertire in ogni istante, in specie tra la folla, all’aperto, o in ambienti esposti alla promiscuità, come i tram, i mercati, i treni, i grandi magazzini. 

Per gli uomini-vespa i confini nazionali non furono mai un problema. Negli ultimi due mesi del 1922 probabilmente migliaia di parigine dichiararono di essersi sentite pungere in varie parti del corpo da sconosciuti, in specie ai grandi magazzini “Au Printemps”. Qualche innocente, tra la folla o sui mezzi di trasporto, rischiò il linciaggio. Già negli anni ‘10, però, gli Stati Uniti erano stati scossi dalla psicosi degli “aghi avvelenati”, che infilzavano donne un po’ in tutte le parti dell’Unione (una fase particolarmente acuta si ebbe nell’Iowa nel 1916). Le voci sui motivi per i quali le donne potevano essere punte a tradimento andavano ben oltre l’idea del maniaco, del “disturbato” o dello scherzo di adolescenti. In quel periodo prevaleva il timore che le ragazze fossero rese incoscienti e quindi soggette ad abusi, o a rapimenti per fini indicibili. Il 1° novembre del 1914 uno dei più noti psicologi americani del tempo, David Edgar Rice, della Columbia University, intervenne con un’intera paginata ripresa dai maggiori quotidiani del Paese cercando di argomentare a favore dell’origine psicogena dei sintomi. Pochi anni dopo, nel febbraio del 1918, come ha spiegato il folklorista Cesare Bermani in Spegni la luce che passa Pippo (Odradek, Roma, 1994), al culmine della Prima Guerra Mondiale, la voce era che si venisse “punturati” per strada, a tradimento, da medici o da militari, per far ammalare le persone: ma qui siamo già in un altro ambito, quello degli untori. Le storie americane degli anni ‘10 riflettono – tra le altre cose – le paure per l’uso di uno strumento medico allora ancora moderno, la siringa ipodermica, che aveva fatto la sua comparsa massiccia soltanto negli anni ‘70 del XIX secolo.

Una paura della puntura disturbante che ricomparirà, in forme diverse (la droga, le siringhe infette volutamente dall’Aids, l’iniezione soporifera nei camerini dei negozi per rapire le ragazze) sino ai giorni nostri. 

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