Robert Goddard, padre dell’astronautica, ovvero: quando il tempo è galantuomo

Da adolescente è esile e malaticcio, soggetto a frequenti pleuriti e bronchiti, e finisce due anni indietro ai suoi compagni di classe. Da adulto rischia di morire di tubercolosi, un medico gli rifiuta un’assicurazione sulla vita dicendo che il suo posto è in un letto di ospedale, le sue ricerche vengono ridicolizzate dal New York Times e perlopiù ignorate dal governo americano. Oggi è considerato uno dei tre o quattro padri fondatori dell’astronautica, un centro NASA prende il suo nome e molte delle sue idee trovano applicazione nei lanciatori di tutto il mondo.

Il suo nome è Robert Hutchinson Goddard e la sua passione per lo spazio si accende da ragazzo, quando il padre nota il suo entusiasmo per tutto ciò che ha a che fare con la scienza e gli regala un telescopio, un microscopio e un abbonamento a Scientific American.

A sedici anni Robert Goddard legge La guerra dei mondi di H. G. Wells (che molti anni dopo conoscerà di persona) e comincia a fantasticare su un veicolo che possa raggiungere Marte.
Al momento del diploma di maturità, viene scelto per tenere a nome di tutti il discorso di commiato, che conclude con queste parole profetiche:

«Siamo troppo ignoranti per dichiarare con certezza che qualcosa è impossibile (…) Spesso è stato dimostrato che il sogno di ieri è la speranza di oggi e la realtà di domani».

Si laurea e ottiene il dottorato in fisica alla Clark University, nel Massachusetts, e successivamente un assegno di ricerca alla prestigiosa università di Princeton, ma nel 1913 un grave attacco di tubercolosi lo costringe a ritornare nel Massachusetts per curarsi. I suoi medici non si aspettano che sopravviva, ma riesce a riprendersi e riceve un nuovo incarico alla Clark University.

Può così dedicarsi al lavoro teorico ma soprattutto a quello di inventore: saranno depositati a suo nome più di 200 brevetti (dei quali 131 registrati dalla moglie dopo la sua morte): tra le altre cose inventerà un metodo per stabilizzare gli aerei con l’uso dei giroscopi, un precursore degli amplificatori a tubo (tuttora onnipresenti nei satelliti e nei sistemi radar), un prototipo di bazooka e moltissime tecnologie usate ancora oggi sui razzi.

Ha iniziato a ragionare sulla possibilità di costruire razzi a propellente liquido nel 1909, senza sapere che a oltre settemila kilometri di distanza, in una casa di legno nella campagna russa, un eccentrico insegnante solitario e quasi sordo ha già elaborato prima di lui i fondamenti del volo spaziale.

Nel 1915 comincia a sperimentare con i propellenti solidi, a proprie spese, e l’anno successivo riuscirà a dimostrare che i razzi possono funzionare nel vuoto. Nel 1917 riesce finalmente ad avere un piccolo finanziamento dallo Smithsonian.

Nel 1919 pubblica un libretto intitolato Un metodo per raggiungere altitudini estreme. È stato convinto a farlo, dopo molte insistenze, dallo Smithsonian, per far conoscere le proprie ricerche. Se ne pentirà amaramente.

Su 70 pagine di testo, sono poche righe ad attirare l’attenzione dei giornali: quelle dedicate all’esperimento mentale di mandare un razzo sulla Luna e innescare lì un’esplosione luminosa che sia visibile dalla Terra. Il New York Times lo prende in giro, ignorando che Goddard è già riuscito a far funzionare un razzo nel vuoto in laboratorio: secondo il quotidiano il principio di azione e reazione implica che un razzo deve spingere contro l’aria per potersi muovere in avanti, e Goddard non conosce nemmeno le nozioni di fisica più semplici che vengono insegnate ogni giorno nei licei. Goddard cerca di spiegare che il Times si sbaglia ma non viene ascoltato: ancora nel 1929, dopo che un suo razzo si è alzato di poche centinaia di metri, un giornale locale del Massachusetts titolerà con cattiveria “Razzo diretto alla Luna manca il bersaglio di 238.799 miglia”.

A causa di queste critiche ingiuste, Goddard si isola sempre di più, cosa che limiterà l’impatto delle sue ricerche.

Nel 1926 lancia il suo primo razzo a propellente liquido. Nel 1930 si trasferisce a Roswell, in New Mexico, per poter lavorare in maggior segreto, senza rischi e con un clima migliore per la sua salute. Continua a migliorare i suoi razzi, che non andranno mai oltre qualche kilometro di altitudine: per il momento non gli interessa arrivare a quote più alte, ma perfezionare il motore e i sistemi di guida e controllo, cosa che fa costantemente.

L’arrivo della Grande Depressione rende ancora più difficile trovare finanziamenti, ma l’aviatore Charles Lindbergh conosce e stima Goddard e gli procura il sostegno del magnate Daniel Guggenheim, anche se le risorse a sua disposizione saranno sempre limitate. Tra la Prima e la Seconda guerra mondiale, Goddard propone i suoi razzi all’esercito americano, che però non ne comprende appieno le potenzialità e rifiuta di finanziarlo.

Se gli Stati Uniti non riconosceranno del tutto il talento di Goddard fino a dopo la sua morte, un’altra nazione capisce subito la portata dei suoi studi. È la Germania di Hitler. È da quando Goddard ha pubblicato il suo libretto teorico sulla missilistica, nel 1919, che ingegneri tedeschi come Hermann Oberth gli scrivono per chiedergli informazioni sul suo lavoro. Nel 1940 Goddard smette di rispondere, dopo aver compreso il pericolo dell’espansionismo nazista. Molti anni più tardi Wernher von Braun, ormai dirigente della NASA, dichiarerà di aver guadagnato anni di lavoro nello sviluppo della V-2 grazie agli esperimenti di Goddard con i propellenti liquidi.

Nel 1942 Goddard si trasferisce in Maryland, nonostante la moglie sia preoccupata che un clima più rigido possa nuocergli, per lavorare a un motore a reazione richiesto dalla marina militare. Il suo lavoro sarà la base per il motore dell’aereo supersonico sperimentale Bell X-2, costruito dopo la sua morte.

La sua salute si deteriora rapidamente e nel 1945 gli viene diagnosticato un cancro alla gola. Continua a lavorare fino a quando diventa inevitabile un intervento chirurgico e muore ad agosto dello stesso anno.

Prende il suo nome il primo centro spaziale costruito dalla NASA, il “Goddard Space Flight Center” di Greenbelt, Maryland.

Il 17 luglio 1969, un giorno dopo il lancio della missione Apollo 11 che porterà i primi astronauti sulla Luna, il New York Times pubblica un breve e involontariamente comico articolo di rettifica che si conclude con queste parole:

«Ulteriori indagini e sperimentazioni hanno confermato le scoperte di Isaac Newton nel XVII secolo, ed è ora indubbiamente accertato che un razzo può funzionare nel vuoto così come nell’atmosfera. Il Times si rammarica per l’errore».

Bibliografia:

Mike Gruntman. Blazing the Trail: The Early History of Spacecraft and Rocketry, Institute of Aeronautics and Astronautics, 2004.

David A. Clary. Rocket Man: Robert Goddard and the Birth of the Space Age, Nyperion Books, 2003.

Immagine in evidenza: Goddard con uno dei suoi razzi nelle officine di Roswell, Nuovo Messico, nell’ottobre del 1935. Fonte: NASA Goddard Space Flight Center

One thought on “Robert Goddard, padre dell’astronautica, ovvero: quando il tempo è galantuomo

  • 18 Luglio 2021 in 07:08
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    Continua con queste belle biografie, Andrea, spingeranno giovani su strade difficili ma percorribili.

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