Il falso Napoleone

C’è un manoscritto curioso, conservato presso la biblioteca Fabrizio Trisi di Lugo, in provincia di Ravenna: datato 1817, sarebbe giunto dall’isola di Sant’Elena “in maniera sconosciuta”. Ma soprattutto sarebbe – afferma il testo – nientemeno che l’autobiografia di Napoleone Bonaparte, scritta dal generale corso in persona mentre era in esilio. Ma davvero lo è?

Solo una “patacca”?

Il documento venne esposto al pubblico nel 2019, per celebrare i 250 anni dalla nascita di Napoleone. In quell’occasione, il Corriere Romagna scriveva:

Lo stile dell’opera rispecchia in pieno quello dello stesso Napoleone, rappresentando quello che avrebbe potuto essere il suo punto di vista e conoscenza dei fatti all’epoca della stesura. Tuttavia nessuno è mai riuscito a chiarire la paternità del testo. 

La mostra non mancò di suscitare qualche polemica: se ne trova traccia, ad esempio, in un commento su Ravenna Notizie, in cui il manoscritto viene definito “una grande patacca” e un “documento di nessun valore sia culturale che storico” di cui esistono centinaia di copie.

Che il testo sia un po’ bufalino, diamolo per scontato: quelle memorie non furono certo scritte da Napoleone, recluso dagli inglesi su quello scoglio in mezzo all’oceano. Però è sbagliato definirlo “senza valore”: se qualcuno si era preso la briga di copiare a mano quelle cento e più pagine, qualche ragione doveva pur esserci. Anche i falsi “parlano”, e ci dicono molto sul contesto storico e sulle motivazioni di chi li ha creati. 

Una biografia non autorizzata

Su una cosa il commentatore aveva ragione: di documenti simili ce ne sono diversi, sparsi per le biblioteche di mezza Europa. Le false memorie di Napoleone comparvero nel 1817 a Londra, grazie all’editore John Murray (anche se la copertina riportava come luogo di stampa l’esotica Costantinopoli). Si intitolavano Manuscript Transmitted from St. Helena: By an Unknown Channel. Translated from the French. In Francia, il libretto venne ripreso integralmente da Le censeur européen, giornale espressione del liberalismo radicale parigino, legato a politici importanti come Benjamin Constant e Augustin Thierry.

Fu un successo immediato. Altro che “ai posteri l’ardua sentenza”: per la prima volta si potevano leggere la vita e le imprese di Napoleone commentate dallo stesso ex-imperatore, ancora un po’ bruciacchiato dalla sconfitta di Waterloo. Lo scritto alimentava il mito bonapartista, presentando l’impero come evoluzione naturale e legittima della Rivoluzione e come il compimento dei suoi principi. Il generale stesso si dipingeva come ambizioso e implacabile, ritagliandosi senza particolari remore il ruolo di genio militare, attento alla politica europea e al riordino dello Stato francese. 

Ce n’era abbastanza perché diventasse un instant book su “come ho conquistato la Francia e mezza Europa in meno di vent’anni”. 

E infatti fu un best seller, ma non ovunque. In Francia, il Manoscritto venuto da Sant’Elena in modo sconosciuto finì rapidamente tra le maglie della censura, che ne proibì l’ulteriore diffusione. Luigi XVIII, salito al potere con la Restaurazione, era in una posizione delicata: i filo-napoleonici, ancora numerosissimi, congiuravano contro di lui e avrebbero potuto richiamare il caro leader dall’esilio. Non aveva certo bisogno che l’arcinemico dell’Ancien Régime diventasse un mito ancor più di quanto già non fosse. 

La censura colpì in molte altre nazioni. Nell’Italia ancora divisa fra stati, staterelli e con l’ingombro del papato, l’autobiografia apocrifa riuscì ad esser stampata nel 1820 nella Napoli borbonica, accreditata probabilmente come autentica dagli editori locali (si direbbe che le autorità la tollerassero). I più curiosi la possono trovare completamente digitalizzata su Google Books (prima e seconda edizione). Sempre nel 1820, un prete, l’abate Francesco Paolo Filocamo, la tradusse per conto suo e la fece stampare a Palermo sotto il titolo Manoscritto del prigioniero di Sant’Elena pervenuto da quell’Isola d’una maniera incognita.

Amanuensi del Diciannovesimo secolo

Altrove, la pubblicazione circolava clandestinamente, spesso tradotta e copiata a mano. È ciò che accadde con il manoscritto della biblioteca di Lugo (che a quel tempo era in territorio pontificio). Un altro esemplare è tuttora conservato presso la biblioteca di San Francesco della Vigna a Venezia (all’epoca, parte dell’impero austro-ungarico); qui, lo scritto è preceduto da queste parole: 

Questa opera che si distingue per il suo brio non meno che per la sua ingenuità è stata consegnata all’editore coll’assicuranza che veniva in fatti da S. Elena quantunque siasi taciuta la maniera colla quale era giunta in Inghilterra. Il lettore giudicherà se realmente è stato scritto da Bonaparte o da uno de’ suoi intimi amici. Egli ha tutta l’impronta del suo stile; ed ancor più quella del suo genere e contiene nel punto medesimo tutto ciò che il supposto autore o il suo abile apologista avrebbe potuto dire in suo nome circa il suo modo di vedere; i suoi motivi; le sue azioni.

Un’ulteriore copia, non si sa se stampata o manoscritta, dovrebbe trovarsi presso il Museo del Risorgimento di Milano. 

La copia presso la biblioteca di Venezia

L’autenticità del documento fu messa in dubbio fin dal principio. Tra gli scettici possiamo annoverare Barry Edward O’ Meara (1786-1836), il medico-chirurgo irlandese che accompagnò Napoleone a Sant’Elena. Ma numerosi furono i commenti, da parte di bonapartisti e sostenitori dell’Ancien Régime (citiamo, tra tutti, Le manuscrit venu de Sainte-Hélène apprécié à sa juste valeur e le Réflexions sur le manuscrit venu de Sainte-Hélène, entrambi del 1917).

Napoleone in esilio

Il Manoscritto venuto da Sant’Elena in modo sconosciuto ebbe un privilegio che non ebbero altri celebri falsi, come gli pseudo-diari di Hitler rifilati nel 1983 al settimanale tedesco Stern o quelli di Mussolini (ce ne furono almeno due, quello comparso nel 1957 e quello saltato fuori nel 2007): quelle memorie apocrife arrivarono con buona probabilità anche nelle mani di Napoleone stesso. Il protagonista le lesse e, nonostante la falsità, le apprezzò, aggiungendo note a margine e interrogandosi su chi potesse esserne l’autore.

Già, l’autore… Sulla sua identità sono fioccate le ipotesi più diverse: Madame de Staël, Benjamin Constant, l’ex ufficiale imperiale Bertrand. Ma quello più accreditato dagli storici sembra essere Jacob-Frédéric Lullin de Châteauvieux (1772-1841), agronomo e pubblicista svizzero molto vicino al circolo di Madame de Staël. Che fosse un ammiratore di Bonaparte, ci sono pochi dubbi: nel periodo in cui la Repubblica di Ginevra (che ancora non era parte della Confederazione Elvetica) fu annessa alla Francia rivoluzionaria e poi napoleonica, fra il 1798 e il 1813, fu uno dei massimi dirigenti del consiglio amministrativo del Dipartimento del Lemano

Napoleone, comunque, non seppe mai chi fosse l’autore. E oltre a quell’autobiografia non autorizzata ne consegnò anche una vera: è il cosiddetto Memoriale di Sant’Elena dettato a Emmanuel de Las Casas che, pur contenendo forse materiale apocrifo, fornisce un interessante sguardo della vita dell’ex-generale. Un documento autentico, sommerso da miriadi di falsi. 

Letteratura napoleonica

Le opere sull’ex-imperatore furono un vero e proprio filone letterario, che diede vita anche a libretti curiosi. Vi abbiamo già parlato di Prove convincenti che Napoleone non ha mai esistito, in cui si usava un ragionamento per assurdo per sostenere l’esistenza di Dio. In altri casi, fiorirono ucronie, pamphlet politici, lettere e memorie apocrife. 

A parlarne è lo storico Paolo Preto, nel suo volume postumo Falsi e falsari nella storia. Dal mondo antico a oggi (Viella, Roma, 2020). Due esempi tra i tanti: 

Già nel 1808 circola, in data 28 marzo, una falsa lettera sulla sua politica spagnola; è però dopo l’esilio e la morte a sant’Elena che la fantasia dei falsari si scatena per poi proseguire per tutto l’800. Nel 1816 Aimé Guillon de Montléon, monarchico controrivoluzionario e fecondo produttore di pamphlets storico-politici-letterari, confeziona un manoscritto ritrovato, dice, nella carrozza imperiale dopo la battaglia di Waterloo; Bonaparte (si noti la ripresa dell’antico cognome italiano) commenta il Principe di Machiavelli alla luce delle sue azioni politiche e all’insegna di un cinismo, una brutalità, una noncuranza dei diritti dei singoli e delle nazioni che vanno ben oltre le proverbiali raffinatezze politiche della “golpe” e del “lione” del segretario fiorentino.

Questo opuscolo piacerà molto alle destre europee, verrà tradotto nel 1917 in russo e, ancora nel 1985, pubblicato come autentico a Parigi. Allo stesso modo, il Manoscritto venuto da Sant’Elena in modo sconosciuto aveva probabilmente un intento politico: forniva un collegamento ideale tra la Rivoluzione francese e l’epopea napoleonica, mettendo l’una nella scia dell’altra. 

Per questo piacque così tanto. Pur nelle sue contraddizioni tra autoritarismo e modernità, Napoleone era avvertito come un individuo che incarnava in pieno lo spirito dei tempi, fino a rivestire i tratti del superuomo. Un mito così potente che la sua falsa biografia, pur così dubbia fin dal principio, finì per circolare clandestinamente, ricopiata a mano da decine di sostenitori, come in epoca più recente capiterà con le cosiddette lettere dal Cielo

In fondo, ci insegna da tempo immemore la storia della letteratura, anche la pseudoepigrafia è una forma di immortalità. 

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