Quella sporca dozzina: fra gli anti-vaccinisti, alcuni pesano di più

Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo

Fra di loro ci sono gli influencer attivi sui social e su YouTube, politici come Donald Trump, ma anche persone che non occupano posizioni preminenti nella società.

Stiamo parlando dei superspreaders o super-diffusori, termine preso a prestito dall’epidemiologia e con cui le scienze sociali e psicologiche definiscono coloro che fanno circolare in alte quantità contenuti informativi di vario genere. A partire dalle elezioni del 2016, con questa espressione si intende però soprattutto chi condivide contenuti falsi, fake news e voci prive di evidenza [1].

I super-diffusori possono agire in  qualsiasi area, ma, per motivi facilmente intuibili, negli ultimi anni l’attenzione dei ricercatori si è concentrata sulla misinformazione politica e sanitaria. La misinformazione, va detto, è qualcosa di diverso dalla disinformazione: è fatta di contenuti di cattiva qualità, cui una persona è esposta in grandi quantità nel corso del tempo. Dunque, il “misinformato” è un individuo che si informa molto, magari moltissimo – ma male. Il disinformato, invece, di informazione ne riceve poca (soprattutto di informazione di qualità).

La pandemia da Covid-19 ha accresciuto audience e circolazione delle fake news di natura medica: inoltre, l’attivismo antivaccinista dai primi del 2020 ha vissuto un’impennata. I media mainstream, dal canto loro, non esitano a fare da grancassa a quel genere di contenuti.

Sul “perché” un numero relativamente limitato di individui, fra chi è esposto alle fake news, si trasformi in rilanciatore seriale esistono varie letture, che di solito non si escludono a vicenda. A quanto pare, a far diventare super-diffusori alcuni individui, è la tendenza a focalizzarsi assiduamente su alcuni argomenti caldi”, soprattutto per quanto riguarda la politica e le altre questioni di grande attualità pubblica [2]. Due studiosi che negli ultimi anni si stanno occupando molto di super-diffusori sono i danesi Mathias Osmundsen e Michael B. Petersen, dell’Università di Aarhus. Recentemente, insieme ad altri hanno introdotto una scala di misura con la quale intendevano valutare l’ipotesi secondo cui almeno una parte dei super-diffusori sarebbe costituita da individui che avrebbero bisogno di caos, e questo sia sul piano sociale, sia su quello psicologico [3]. Con bisogno di caos i ricercatori intendono “un desiderio di un nuovo inizio, che passi però attraverso la distruzione del vecchio ordine e delle strutture stabilite”.

La questione dei super-diffusori è tornata alla ribalta pubblica il 24 marzo 2021. Quel giorno il CCDH, Center for Countering Digital Hate (un’associazione americana che ha l’obiettivo di “smantellare l’architettura dell’odio e della misinformazione online”) ha pubblicato The Disinformation Dozen, un rapporto nel quale ha messo l’accento sulla funzione attuale dei super-diffusori di falsità e distorsioni sui vaccini. 

Il rapporto identifica un gruppo di dodici attivisti no-vax americani il cui ruolo al riguardo sarebbe di grandissima importanza. Questo nucleo presenta tre caratteristiche: 

a) possiede un altissimo numero di followers sui social; 

b) produce una gran quantità di contenuti no-vax; 

c) ha visto una crescita rapida del numero dei followers nei due mesi precedenti la pubblicazione del lavoro del CCDH. 

Ma chi sono queste persone? Fra i dodici attivisti ne menzioniamo tre che ci sembrano esemplari: Robert F. Kennedy Jr., nipote del presidente Usa, celebre attivista antivaccini, a capo di un gruppo chiamato Children’s Health Defense; Joseph Mercola, imprenditore di successo nel campo degli integratori alimentari e degli pseudotrattamenti alternativi ai vaccini; i coniugi Ty e Charlene Bollinger, secondo i quali Bill Gates sarebbe a capo delle iniziative di vaccinazioni di tutto il mondo con lo scopo segreto di iniettare microchip all’umanità. Il caso di Mercola, in particolare, è esemplificativo della frequente sovrapposizione fra la propaganda antivaccinista e quella a favore delle medicine alternative ed integrative. In generale, si tratta comunque di persone che hanno fatto delle loro idee un lavoro, nel campo della comunicazione o della vendita di prodotti farmaceutici: attivisti professionisti, potremmo chiamarli.

Il gruppo di studio del CCDH ha analizzato 812.000 post sui vaccini apparsi su Facebook e su Twitter tra febbraio e marzo 2021 e ha trovato che ben il 65% dei post contrari ai vaccini proveniva da questo nucleo ristrettissimo di attivisti. Sommando i loro account sui quattro social più diffusi, ossia Facebook, YouTube, Instagram e Twitter, i “dodici” possono contare su una massa di 59,2 milioni di followers. Secondo il CCDH, presi insieme, i followers di questi  super-diffusori costituiscono la maggior piattaforma di lancio per la misinformazione no-vax esistente al mondo. Le fake news provenienti da questi attivisti, tuttavia, paiono essere riprese e commentate dagli utenti molto più su Facebook che non su Twitter.

Il CCDH si pone su una linea dura nei confronti di questo genere di propaganda. Accusa i responsabili dei social di un immobilismo colpevole che viola i loro stessi termini di servizio e le loro policies sulla misinformazione in rete, e sostiene che i social, stando a un rapporto preparato dallo stesso CCDH l’anno scorso, sarebbero rimasti inattivi nei confronti del 95% delle segnalazioni di false informazioni su vaccini e Covid-19. In più, sembra probabile che le stesse analisi interne condotte da Facebook sui contenuti riguardanti la cosiddetta “esitazione vaccinale” sottovalutino il ruolo dei super-diffusori, perché non ne prenderebbero in adeguata considerazione l’importanza come fonti primarie della misinformazione. Facebook colpirebbe quasi esclusivamente i singoli individui che condividono quei contenuti dai loro account, non chi li produce.   

Un altro rapporto, Malgorithm, ha concluso che l’algoritmo di Instagram raccomanda in misura consistente i contenuti falsi o distorti sui vaccini, a chi abbia manifestato in precedenza interesse per l’argomento. 

Su un piano più generale, per il CCDH il deplatforming di questi dodici super-diffusori e delle loro organizzazioni (insomma, cacciarli dai social) sarebbe il modo migliore per combattere la produzione della misinformazione. Insieme ad altre misure (ad esempio, il divieto da parte di Facebook di creare gruppi privati e segreti a tema antivaccinista), la messa al bando potrebbe condurre a una diminuzione misurabile della potenza di fuoco della propaganda no-vax sui social. Solo tre fra i dodici, lamenta ancora il CCDH, sono stati finora rimossi da almeno una delle maggiori piattaforme social, ma nessuno lo è stato da tutte.

Non sta a noi suggerire ai social come debbano gestire il problema. Se mai acconsentiranno alle richieste del CCDH, piuttosto, sarà interessante verificare se l’ottimistica previsione sull’indebolimento della capacità dei super-diffusori, a distanza di tempo, troverà riscontro nella realtà. Inoltre: quali altre conseguenze potrebbe avere la loro rimozione? Se i super-diffusori si trasferissero su altre piattaforme, dopo il bando, in quanti li seguirebbero? E, nel farlo, riporrebbero in loro maggiore o minore fiducia rispetto a prima?

Altre proposte del CCDH, concernenti gli utenti individuali, sono più dettagliate. Ad esempio, per l’organizzazione sarebbe opportuno:

Fornire agli utenti che siano stati esposti a contenuti che violano la politica del social alcuni post correttivi provenienti da fonti affidabili con una frequenza pari a tre volte quella con cui gli utenti hanno avuto accesso alla misinformazione. Questi post correttivi dovrebbero essere progettati attraverso indicazioni di esperti che garantiscano che essi contribuiscono a far fronte alle conseguenze sociali negative della misinformazione come l’esitazione vaccinale, senza che, inavvertitamente, rinforzino quelle opinioni a causa dell’effetto backfire. 

L’effetto backfire è diventato abbastanza noto anche al pubblico non specializzato a partire dal 2010, quando fu pubblicato al riguardo un lavoro di due scienziati politici americani, Brendan Nyhan e Jason Reiffer [4]. Con questo termine si indica quel fenomeno di rinforzo della validità di un’affermazione in seguito a un’opera di debunking che vada a contrastarla. 

Si verifica quando viene presentata a una persona un’affermazione che si accorda con le sue credenze, ma della quale, al contempo, viene spiegato che è sbagliata. In questo modo, il soggetto finisce per credere nell’affermazione più di quanto sarebbe accaduto se su di essa non si fosse detto niente. In altri termini: questo effetto funziona in modo analogo a un boomerang che torna indietro, “colpendo” più o meno duro colui che aveva tentato di negare validità all’affermazione. 

Va detto, però, che alcuni studi recenti hanno messo in dubbio l’effetto backfire: in contesti come i social, in cui magari si risponde di getto e ci si sforza poco di riflettere sulle informazioni cui si è esposti, peserebbe molto meno di quanto misurato dagli psicologi, nel corso di esperimenti condotti in contesti di laboratorio [5]. Addirittura, alcune ricerche hanno incontrato difficoltà a confermare l’influenza dell’effetto stesso [6]

Inoltre, come per la proposta generale di deplatforming, anche in questo caso si potrebbe avanzare qualche rilievo più generale ai consigli del CCDH: i post correttivi iniettati ex post ad una frequenza tripla rispetto alle fake news – anche al netto dell’effetto backfire – sarebbero davvero una tecnica attendibile? Nel testo, per esempio, non vengono fornite ragioni sul perché la frequenza debba essere proprio quella. 

Su un piano strettamente politico, infine, la pubblicazione del rapporto del CCDH ha suscitato la reazione di un parlamentare del Congresso statunitense, il deputato democratico della Pennsylvania Mike Doyle, che il 25 marzo, in occasione di un’udienza della Commissione della Camera su disinformazione ed estremismo sui social media, ha chiesto in modo diretto ai massimi dirigenti di Facebook, Twitter e Google di cancellare gli account dei dodici super-diffusori. Il giorno prima, peraltro, anche i procuratori generali di dodici stati americani avevano domandato alle imprese del Big Tech un provvedimento analogo. Vedremo cosa succederà davvero se queste istanze dovessero essere accolte. 

Note:

1) Grinberg, N, Joseph, K, Friedland, L, et al. (2019) Fake news on twitter during the 2016 US Presidential election. Science 363(6425): 374–378. DOI: 10.1126/science.aau2706.

2) Osmundsen, M, Bor, A, Vahlstrup, PB, Bechmann A, Petersen MB (2020). Partisan Polarization Is the Primary Psychological Motivation behind “Fake News” Sharing on Twitter. Disponibile all’url: https://psyarxiv.com/v45bk/.

3) Petersen, MB, Osmundsen, M, Arceneaux, K (2018) A “Need for Chaos” and the sharing of hostile political rumors in advanced democracies. Disponibile all’url: https://www.researchgate.net/publication/327382989_A_Need_for_Chaos_and_the_Sharing_of_Hostile_Political_Rumors_in_Advanced_Democracies.

4) Nihan, B, Reifler, J. (2010). When Corrections Fail: The Persistence of Political Misperceptions. Political Behavior (32)2: 303-330. DOI: 10.1007/s11109-010-9112-2.

5) Wood, T, Porter E. (2019). The Elusive Backfire Effect: Mass Attitudes’ Steadfast Factual Adherence. Political Behavior (41): 135-163. DOI:10.1007/s11109-018-9443-y.  

6) Sippitt, A (2021). The Backfire effect. Full Fact. Disponibile all’url: https://fullfact.org/media/uploads/backfire_report_fullfact.pdf.  

 

Immagine in evidenza: Today Testing (For derivative), CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

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