Teneo te, Africa! Giulio Cesare, la superstizione e il potere

Articolo di Filippo Ferrandi *

Fere libenter homines id quod volunt credunti – “Gli uomini in generale volentieri credono a quello che desiderano”.

Con queste parole Giulio Cesare racconta nei suoi Commentarii un particolare evento accaduto nel 56 a.C. durante la guerra in Gallia, quando gli Unelli, popolo che viveva nelle regioni nord dell’attuale Francia, si scagliarono in un avventato attacco contro l’accampamento del legato Quinto Titurio Sabino. Questi erano stati indotti a combattere a seguito di un inganno, con il quale si fece loro credere che i Romani fossero terrorizzati e non avrebbero resistito a un repentino attacco nemico.

Più ancora del fatto in sé, quel che ci dovrebbe far riflettere è il commento che Cesare dà dell’accadimento e che abbiamo riportato all’inizio; il futuro dittatore di Roma, è perfettamente consapevole di quali forze muovano l’animo degli uomini, sa quali siano le paure, le brame, le ambizioni e le speranze, questa sua conoscenza unita alla sua autorevolezza lo rese capace di sfruttare le parti più deboli – mi sia permesso il termine – delle persone per i suoi fini politici e militari.

Busto di Lucano, posto in una piazza di Cordova (Spagna). Immagine di Cruccone, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons.

Le esperienze di vita di Giulio Cesare furono costellate di avvenimenti in cui il suo acume, unito alla capacità di agire sulle paure e sulle speranze delle persone, gli fu necessario per portarlo a un successo tale che nessuno prima di lui aveva ottenuto; qui vogliamo proporre alcuni fatti particolarmente significativi in cui le credenze superstiziose degli uomini del suo tempo, vennero da lui sfruttate per i suoi fini e che probabilmente contribuirono fortemente a segnare le vicende storiche.

Nel 49 a.C., durante la guerra civile, la quale contrappose il futuro dittatore perpetuo al suo antagonista politico Gneo Pompeo Magno, Cesare si ritrovò a dover gestire le manovre di un assedio imprevisto: quello della città greca di Marsiglia, la quale si era schierata a favore della fazione degli ottimati, ovvero quella per cui combatteva Pompeo stesso. Il poeta latino filorepubblicano Marco Anneo Lucano, nel suo poema epico Pharsalia, descrive in alcuni versi quel che accadde e del quale possiamo trarre un sunto: le opere poliorcetiche erette all’uopo dai cesariani procedevano speditamente, ma vi era carenza di legname per poter completare l’edificazione della palizzata che sostenesse i terrapieni necessari all’isolamento della città dall’entroterra e permettesse al contempo di aggredire le difese cittadine in modo assai più agevole per i soldati assedianti. Prima di leggere le parole del poeta, si rende necessario sottolineare come la fede politica dell’autore possa avere influito sull’immagine che viene fornita di Cesare, ovvero quella di un uomo arrivista e sprezzante di ogni pietas, la virtù prettamente romana che inclina gli uomini all’amore per gli dei e al rispetto della loro volontà.

Scrive dunque Lucano:

Si trovava da quelle parti un bosco sacro, in cui nessuno aveva messo piede da lunghissimo tempo, e che cingeva con i suoi rami intrecciati l’aria oscura ed ombre gelide, (…) lì erano innalzati altari sinistri (…) La stessa muffa e il pallore del legno putrescente provocavano terrore negli uomini sbigottiti.ii

Possiamo solo immaginare il timore dei soldati superstiziosi che componevano l’esercito di Roma, ma ciò non fermò il volere del loro comandante, continua il poeta:

Cesare ordinò che questa selva venisse abbattuta a colpi d’ascia; essa infatti non aveva subito danni nella guerra precedente e si innalzava, foltissima, tra i monti già privati dei boschi, vicino alle opere di fortificazione.iii

Gli uomini però erano pietrificati dal timore di offendere gli dei, e, scrive ancora Lucano:

 

Ma le forti braccia tremarono e, scossi dalla maestà del luogo che incuteva timore, i soldati erano convinti che, se avessero percosso i sacri tronchi, le scuri sarebbero tornate indietro colpendoli.iv

Ecco allora accadere l’inimmaginabile:

Cesare – non appena vide che le coorti erano avviluppate come da una sorta di profondo torpore – per primo ebbe l’ardire di dar di piglio ad una bipenne e di calarla con forza su un’alta quercia; così poi parlò tenendo il ferro ancora affondato nel tronco che aveva contaminato: “Ormai – perché nessuno di voi abbia la più piccola esitazione ad abbattere il bosco – credete pure che sia io a compiere la profanazione”. Allora la folla dei soldati si accinse ad obbedire.v

Ecco quindi come un assedio altrimenti difficilmente proseguibile si tramutò in una grande vittoria.

Sebbene la presa di Marsiglia sia un evento secondario nel corso del conflitto civile, ci furono però almeno due eventi che senza la prontezza di spirito di Cesare, e della sua capacità di convincere gli uomini nel riscontrare segni presaghi di fortuna, sarebbero forse andati diversamente da come li conosciamo modificando gli eventi storici successivi.

Il primo che andiamo a osservare è il momento in cui Giulio Cesare, nel 46 a.C., si trovò a dover sbarcare sui lidi d’Africa per contrastare le armate guidate da Catone, dal re della Numidia Giuba e dall’ex cesariano Labieno, tutti, in un certo senso, fedeli alla memoria di Pompeo. È Svetonio a illustrarci quanto accadde, biografo dell’antichità romana, il quale molto spesso anteponeva allo scrupolo storiografico l’aneddoto stuzzicante da fornire ai suoi lettori:

Scivolato mentre saliva sulla nave, volse il presagio in senso favorevole e gridò: “Africa, io ti tengo.”vi

Per comprendere quanto un simile incidente potesse gravare sull’esito di una guerra basta pensare che un fatto simile accadde anni dopo durante la lotta contro Sesto Pompeo, figlio del Magno, che deteneva il potere in Sicilia in aperta e dichiarata contrapposizione a Ottaviano, il futuro Augusto ed erede di Giulio Cesare. In quell’occasione l’abbattimento del morale dei soldati fu tale da compromettere, probabilmente in maniera considerevole, l’esito degli scontri che poco dopo si verificarono e che indussero a mal partito i soldati del futuro imperatore, i quali furono salvati solo dall’intervento di truppe di rinforzo giunte in loro aiuto.

Sempre in occasione della guerra d’Africa, di cui si tratta nel Bellum Africumvii, pure questa volta tra le fonti a noi utili troviamo anche adesso Svetonio il quale riporta che Cesare, non contento e desideroso di tranquillizzare gli animi superstiziosi dei soldati, portò con sé un membro della famiglia degli Scipioni. Perché? Perché secondo alcune antiche predizioni solo uno Scipione poteva vincere una guerra in Africa, ovviamente Cesare non diede alcun incarico a quell’uomo e anzi se ne guardò bene al contrario di quanto fecero i suoi rivali, i quali affidarono il comando delle truppe a un certo Metello Scipione; Giulio Cesare si limitò infatti a tenerlo molto più semplicemente con sé presso l’accampamento.

L’ultimo avvenimento storico rilevante da segnalare accadde durante la guerra che Cesare condusse contro le ultime forze pompeiane nella penisola iberica e di cui si ha memoria storica grazie al Bellum Hispanienseviii, la fonte che ci interessa maggiormente però è anche in questo caso lo stesso Svetonio, è il ritrovamento di una palma nel bel mezzo di un bosco che si stava provvedendo a spianare per erigere il campo per l’alloggiamento delle legioni; quella palma, per volontà di Cesare, venne rispettata e lasciata dov’era in quanto, lui disse di esserne certo, presagio di vittoria. Aggiungiamo anche che la palma, ormai priva delle piante intorno che la soffocavano iniziò pure a germogliare e questo indusse i legionari a credere che il loro comandante, nonché pontefice massimo, avesse detto il vero. A quanto pare nessuno pensò a cause di altro tipo riguardo la presenza del palmizio e del suo germinare. Nemmeno a dirlo la battaglia di Munda fu vinta e i soldati combatterono al di là delle loro forze in posizione sfavorevolissima, infatti lo stesso Cesare, notando le difficoltà della battaglia e una sconfitta potenziale, aveva pensato di togliersi la vita per non cadere preda dei nemici.

Tutti questi accadimenti ci indicano chiaramente il potere di una mente razionale e lucida su persone suscettibili a simili errate credenze e il mondo antico, il mondo romano, fu pieno di personaggi superstiziosi e scaramantici, Giulio Cesare fu un caso assai raro per quei tempi così lontani dall’avvento dell’era scientifica moderna.

Per chiudere, alcuni versi di Shakespeare, che certamente non rientra fra le fonti storiche, ma che fornisce con la sua maestria poetica un’immagine verosimile del grande generale romano; nel passo indicato è lo stesso Cesare a parlare di sé:

Ma io sono costante ed immutabile come la Stella dell’Orsa Minore alla cui fissità nessuna stella è pari, nell’intero firmamento. I cieli son dipinti d’infinite scintille tutto fuoco, e ciascuna rifulge come l’altre, ma ve n’è una ch’è fissa ed immobile sempre allo stesso punto. Così nel mondo: è brulicante d’uomini, fatti di carne e sangue tutti quanti, e dotati di seme d’intelletto; e tuttavia in questa moltitudine io non ne so che uno che stia saldo, ed immoto, e inespugnabile: e quell’uno son io.ix

Per chi volesse approfondire la figura di Giulio Cesare si rimanda ad alcune letture, tra queste la più agile e leggera, a mio avviso, è quella di Augusto Fraschetti, Giulio Cesare edito da Laterza (2005); per chi volesse invece andare più nel dettaglio può essere letta la biografia di Luciano Canfora Giulio Cesare, il dittatore democratico, sempre per Laterza (1999). Per chi ama i romanzi, l’originale opera di Bertolt Brecht Gli affari del signor Giulio Cesare, edito da Einaudi (l’edizione originale tedesca è del 1949). Per coloro che volessero cimentarsi di persona con le parole di Giulio Cesare, si propone la lettura dei suoi commentarii.

* Filippo Ferrandi, docente di storia e filosofia, lavora presso l’ISIS V. Manzini di San Daniele del Friuli (Udine). Di recente ha pubblicato il romanzo storico La rivolta del Re (Spazio Cultura Edizione, 2020).

Bibliografia

iGaio Giulio Cesare, Opera Omnia, La guerra gallica, libro terzo, (18,6), a cura di Adriano Pennacini, traduzione di Antonio La Penna e Adriano Pennacini, 1993, Einaudi-Gallimard, Torino.

iiMarco Anneo Lucano, Pharsalia, libro III, http://www.thelatinlibrary.com/lucan/lucan3.shtml

iii Marco Anneo Lucano, Pharsalia, libro III, ibid.

iv Marco Anneo Lucano, Pharsalia, libro III, ibid.

v Marco Anneo Lucano, Pharsalia, libro III, ibid.

vi Svetonio, Vita dei dodici Cesari, libro primo, la citazione latina sarebbe Teneo te, Africa,

vii Gaio Giulio Cesare, Opera Omnia, a cura di Adriano Pennacini, traduzione di Antonio La Penna e Adriano Pennacini, 1993 Einaudi-Gallimard, Torino. Bellum Africum

viii Gaio Giulio Cesare, Opera Omnia, a cura di Adriano Pennacini, traduzione di Antonio La Penna e Adriano Pennacini, 1993 Einaudi-Gallimard, Torino. Bellum Hispaniense

ix W. Shakespeare, Giulio Cesare, Atto III, scena I, traduttore Goffredo Raponi, e-book E-text editoria, 2000.

Immagine in evidenza: Giulio Cesare a cavallo, mentre scrive e detta in contemporanea ai suoi scribi, olio su tela di Jacques de Ghein II, 1618 ca. 

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