Thomas Huxley, il mastino di Darwin

Articolo di Vincenzo Palermo*

Siamo nell’Ottocento, secolo di enormi passioni scientifiche, caratterizzato da grandi scoperte ma anche da feroci litigi scientifici, spesso pubblici, di fronte a un grande pubblico di spettatori.

In particolare è il 30 giugno 1860, e il museo dell’università di Oxford è pieno di centinaia di curiosi e appassionati di scienza. La ragione ufficiale dell’incontro è la presentazione di uno scienziato di New York, a cui quasi nessuno però bada. Tutti aspettano il dibattito successivo, dove sarà inevitabile lo scontro tra i critici e i partigiani di un libro, un best-seller pubblicato sei mesi prima da Charles Darwin: L’origine delle specie.

Nel suo libro, Darwin suggerisce l’idea che le specie animali non siano immutabili e generate, già perfette, da Dio; al contrario, ogni individuo nasce con piccole variazioni (mutazioni) che lo rendono diverso dai suoi fratelli, e lotta con gli altri per la sopravvivenza. Gli individui con le mutazioni più adatte a un certo ambiente sopravvivono, trasmettendo ai loro figli i caratteri vincenti. Così, esposta ad ambienti differenti, una singola specie può ramificarsi generando specie separate. È un meccanismo semplice ma efficace, che spiega la grande varietà di forme viventi in natura senza richiedere un intervento di creazione divino.

Darwin ha impiegato più di vent’anni a pubblicare la sua teoria, pensando addirittura a un certo punto di non pubblicarla affatto. A bloccarlo non sono scrupoli religiosi, o la paura della reazione della chiesa (Darwin è agnostico); ha piuttosto paura del giudizio dei suoi colleghi, e teme di non avere abbastanza dati scientifici per supportare la sua teoria.

Darwin, prudentemente, ha escluso dal suo libro ogni ragionamento sull’argomento più spinoso, l’evoluzione dell’uomo. Liquida la questione con una timida, ambigua frase:

Sarà fatta luce [in futuro] sull’origine dell’uomo e della sua storia”.

Ovviamente, però, i lettori non perdono tempo a trarre un’inevitabile conclusione: se tutti gli animali si sono evoluti da altri animali, da dove si è evoluto l’uomo? Siamo forse dei discendenti delle scimmie?

Il principale critico di Darwin presente al dibattito quel giorno è Samuel Wilberforce, Vescovo di Oxford, abile oratore, già noto per i suoi sermoni infuocati contro qualsiasi idea di trasformazione delle specie, e in generale contro questo “modo sbagliato di fare scienza”.

Il principale difensore di Darwin è invece Thomas Henry Huxley, un biologo auto-didatta. Di famiglia povera, Huxley ha dovuto abbandonare la scuola a 10 anni, ma questo non ha fermato la sua sete di conoscenza. Ha imparato sul campo nozioni di medicina e fisiologia, oltre a Greco, Latino e Tedesco, viaggiando anche lui come Darwin per il mondo su una nave della Marina. Tornato in Inghilterra è diventato uno scienziato famoso e abile divulgatore. Tanto Darwin è schivo e cauto, quanto Huxley (sedici anni più giovane) è aggressivo e amante dello scontro. Darwin e Huxley sono grandi amici. Pur in disaccordo su alcune idee di Darwin, Huxley vede la nuova Teoria dell’Evoluzione come una scoperta straordinaria, un utile strumento per scardinare la struttura classista della Scienza Inglese ancora sotto il dominio, secondo lui, di ricchi aristocratici non professionali. Per questo Huxley si autodefinisce, con ironia ma neanche troppo, “il mastino di Darwin”.

Come in un moderno dibattito politico, gli avversari si sono preparati prima, anche con l’aiuto di colleghi ed esperti. Wilberforce ha passato la sera precedente a prepararsi con Richard Owen, un biologo e paleontologo famoso per aver creato il nome “Dinosauri”. Anche Owen è fortemente contrario alle idee di Darwin, e si è già scontrato con Huxley il 28 giugno, in un’altra presentazione a Oxford. Owen è convinto che il cervello dell’uomo sia profondamente diverso da quello delle scimmie. Huxley pensa il contrario, e ribatte la cosa peggiore che si può dire a uno scienziato, cioè che i suoi risultati sono sbagliati.

L’attesa per il dibattito è enorme, tutti si aspettano un gran discorso da Wilberforce. Huxley è inizialmente riluttante allo scontro pubblico, ma un amico lo convince a non lasciare il campo libero agli avversari.

Purtroppo non abbiamo una trascrizione precisa del dibattito, che è acceso e pieno di battute e controdeduzioni, come un moderno talk-show politico.

La leggenda narra che Wilberforce, volendo mettere Huxley in difficoltà, gli chiede:

Lei, di grazia, discende dalle scimmie per parte di madre o di padre?”

Huxley, al sentire queste parole, mormora trionfante a un amico: “Il Signore lo ha messo nelle mie mani” – poi si alza e spara un’appassionata arringa in difesa di Darwin, terminando con la famosa frase:

Preferisco discendere da una scimmia, piuttosto che da un uomo di cultura che usa i suoi grandi doni [di eloquenza] per nascondere la verità.”

Come in un moderno dibattito politico, ognuna delle parti proclama dopo lo scontro di aver “asfaltato” l’avversario, grazie a una chiara logica e a migliori argomenti. Purtroppo non sapremo mai com’è andata davvero.

Darwin (che per carattere e salute cagionevole non parteciperà mai a questi dibattiti di persona) spegne il facile entusiasmo di Huxley che canta vittoria. “Possiamo aver vinto una battaglia” scrive “ma non abbiamo vinto la guerra. Serviranno anni, forse decenni, perché il pubblico si abitui alla mia teoria”. Ha ragione.

Huxley vincerà però la sua personale battaglia con Owen sulle differenze tra il cervello dell’uomo e quello delle scimmie.

Secondo Owen, l’uomo è una specie a parte, completamente separata dalle scimmie e persino dai mammiferi in generale. La prova di questo è che il cervello umano, unico tra gli animali ha un organo chiamato “ippocampo minore”. Questo dimostra, secondo lui, che l’uomo “è destinato ad essere il supremo signore della Terra e delle creature inferiori”.

Il dibattito tra i due è così feroce e famoso da avere passare alla storia come “la grande domanda dell’Ippocampo”. La battaglia è combattuta usando pubblicazioni scientifiche, pubbliche dichiarazioni e… dissezioni di cervelli.

Huxley pensa subito che può cogliere l’avversario in fallo. “Inchioderò quell’imbroglione come un aquilone alla porta di un fienile, come esempio per tutti i cattivi” dice a Darwin. Comincia a dissezionare cervelli di scimmia, per poi presentare i risultati in un libro, L’evidenza del posto dell’uomo nella Natura. Anche un altro ricercatore, Charles Lyell, pubblica simultaneamente risultati che dimostrano le somiglianze tra il cervello dell’uomo e quello delle scimmie.

I risultati sembrano chiari ma, come spesso succede tra i professori universitari, Owen si rifiuta di ammettere l’errore e difende il suo schema di classificazione; prima dichiara che l’ippocampo minore è assente in un idiota, poi dice che si, questo organo è presente anche nelle scimmie, ma in una forma modificata e meno sviluppata; infine, liquida tutte le argomentazioni dei suoi avversari come ridicole.

Sappiamo com’è andata a finire la storia. Alla lunga, la Teoria dell’Evoluzione è stata accettata dalla comunità scientifica, e le scoperte successive su geni e DNA hanno fornito anche una rigorosa base molecolare alle ipotesi di Darwin.

Tutto è bene quel che finisce bene? In realtà la battaglia non si è mai conclusa davvero; anche oggi la teoria dell’evoluzione è continuamente bersaglio di critiche e attacchi da parte di estremisti religiosi e non.

Secondo Telmo Pievani, noto filosofo ed evoluzionista dell’Università di Padova, il problema nell’accettare la teoria è dovuto proprio al nostro cervello, intrinsecamente programmato a vedere una volontà esterna e interventi divini anche in eventi casuali. Siamo istintivamente portati a credere di essere unici, un caso speciale della natura, e che la nostra presenza sulla Terra sia qualcosa di inevitabile, il fine ultimo di un progresso lineare.

Le ultime scoperte scientifiche indicano, invece, che siamo al mondo solo grazie a una fortunata serie di eventi casuali, gli unici sopravvissuti di tante razze di ominidi che, per lungo tempo, hanno convissuto sul nostro pianeta.

Questo forse sminuisce la nostra importanza nell’universo, ma rende ancora più evidente come, citando lo stesso Darwin,

“da umili inizi si possa evolvere una serie infinita di forme bellissime e meravigliose”.

(*) Vincenzo Palermo è un dirigente di ricerca del CNR di Bologna e professore presso la Chalmers University of Technology (Göteborg, Svezia). Ha partecipato a varie edizioni del Festival della Scienza di Genova, della Notte del ricercatore e a trasmissioni televisive della RAI e di SKY, tra cui Superquark. Ha pubblicato con la HOEPLI una biografia di Einstein (La versione di Albert, edizioni Hoepli) nel 2015 ed una di Newton (Newton, la mela e Dio) nel 2016. Dal 2014 scrive per la rubrica “Storie di Scienza” di Sapere, la più longeva rivista italiana di divulgazione scientifica.

L’articolo è stato pubblicato originariamente su Sapere. Si ringrazia l’autore per il permesso di ripubblicazione. Immagine: “L’evidenza del posto dell’uomo nella Natura”, dal libro di Thomas H. Huxley (1863).

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