Come nacque il negazionismo della Shoah in Italia?

Articolo di Daniela Rana*

Quest’anno ricorre il 76° anniversario della liberazione del campo di concentramento e sterminio di Auschwitz da parte delle truppe dell’Armata Rossa, avvenuta proprio il 27 gennaio, data simbolica che è stata successivamente designata dalle Nazioni Unite, nel 2005, come Giorno della Memoria, per ricordare le vittime dell’Olocausto.

In un’epoca di fake news, post-verità e complottismo, la morte degli ultimi testimoni viventi dell’Olocausto – ovvero lo sterminio degli ebrei d’Europa a opera del regime nazista durante la Seconda Guerra Mondiale – non può che alimentare una crescente inquietudine rispetto al rischio che perfino un evento storico di tale rilevanza e che ha ridefinito in maniera così fondamentale la storia d’Europa possa essere oggetto di teorie del complotto, atte a minimizzarne la portata o, addirittura, a negarne l’esistenza.

Il negazionismo dell’Olocausto (o della Shoah, termine ebraico che sta a significare “devastazione, catastrofe”)[1], in realtà, non è affatto un fenomeno nuovo accodatosi alla lunga fila di teorie del complotto dei giorni nostri, ma affonda le proprie radici già nei primi anni Cinquanta in Francia, dove nasce, mentre arriva in Italia circa un decennio dopo.

Di cosa parliamo esattamente quando parliamo di “negazionismo della Shoah”?

Nonostante la frammentarietà interna delle diverse “tradizioni negazioniste”, possiamo chiamare negazionisti coloro che si riconoscono nella seguente asserzione:

“[…] lo sterminio degli ebrei non è mai avvenuto: le autorità tedesche non hanno mai pianificato lo sterminio degli ebrei d’Europa e non hanno mai costruito o gestito alcun campo di sterminio in cui gli ebrei venivano messi a morte tramite gas”[2].

Ciò si declina in una serie di princìpi che illustra come e perché gli eventi ritenuti maggiormente rilevanti nel corso della Seconda Guerra Mondiale relativamente alla questione ebraica non siano, a loro avviso, mai avvenuti[3]:

  • (i) i negazionisti affermano che in nessun momento del secondo conflitto mondiale sia mai esistito un piano per l’eliminazione fisica degli ebrei d’Europa; ciò che gli storici chiamano (e già i nazisti chiamavano) soluzione finale della questione ebraica”, lungi dall’indicare un piano di annientamento degli ebrei, fu un progetto di deportazione degli stessi verso est;
  • (ii) i negazionisti non sostengono che le camere a gas non siano mai esistite, ma che, laddove esistevano strutture utilizzanti il gas, esse servivano alla disinfestazione dei campi dai parassiti (pulci e pidocchi, in particolare), possibili vettori di malattie, come il temuto tifo petecchiale;
  • (iii) i negazionisti non affermano che gli ebrei non siano mai morti nei campi di concentramento – i campi di sterminio propriamente detti, secondo loro, appunto non esistevano, cioè non svolgevano una funzione precipua di sterminio, come menzionato al punto (ii) e come si vedrà in seguito – ma che la gran parte degli ebrei nei campi morì in seguito a epidemie, denutrizione, maltrattamenti e violenze da parte dei kapò o bombardamenti alleati (i forni crematori servivano proprio per cremare le vittime);
  • (iv) infine, essi affermano che il numero degli ebrei morti durante il Terzo Reich non è lontanamente paragonabile alle cifre stimate dagli storici: gli ebrei mancanti alla fine della seconda guerra mondiale erano, secondo la loro ricostruzione, già emigrati negli Stati Uniti, oppure le statistiche tendono, rispettivamente, a sottovalutare il numero di ebrei presenti in Europa nel dopoguerra o a sovrastimare le dimensioni delle comunità ebraiche prima del conflitto.

L’idea che ad Auschwitz, metonimia dello sterminio ebraico, siano stati gasati solo i pidocchi fa da minimo comun denominatore alle varie correnti del negazionismo. I negazionisti, quindi, non negano il fenomeno storico in toto, ma ne mettono in discussione l’intenzione di sterminio degli ebrei.

Non negano l’esistenza dei lager, ossia dei campi di concentramento, in cui gli ebrei, insieme a molte altre categorie di persone nemiche del Reich spesso per il solo fatto di esistere (es. popoli Rom e Sinti, Testimoni di Geova, omosessuali, ma anche prigionieri politici, asociali, criminali comuni, ecc.) venivano raccolti e detenuti e spesso condannati ai lavori forzati. Delle migliaia di campi di concentramento sparsi in tutta Europa e soprattutto nella parte centro-orientale, circa 6 vennero poi classificati come campi di sterminio vero e proprio, il cui scopo, cioè, era la messa a morte: secondo la storica francese Olga Wormser-Migot, nel suo fondamentale Le systeme concentrationnaire Nazi (1933-1945), pubblicato nel 1968, essi si trovavano in territorio polacco e corrispondevano ad Auschwitz-Birkenau, Belzec, Chełmno, Majdanek, Maly Trostenets (spesso, in seguito, non annoverato tra i campi di sterminio da successivi studi), Sobibor, Treblinka. Negli anni successivi, la storiografia cesellò gli studi e le conoscenze, a volte aggiungendo o rimuovendo campi dalla lista, ma il nucleo fondamentale rimase all’incirca questo.

I negazionisti negavano proprio questi campi di sterminio, o meglio li riducevano a “normali” campi di concentramento, rifiutando l’idea che vi avvenisse la messa a morte intenzionale, sistematica e industrializzata degli ebrei tramite gas, con conseguente cremazione nei forni dei cadaveri.

Simbolicamente, dunque, la negazione si concentra sulle camere a gas, vero e proprio discrimine della volontà di compiere un genocidio.

Ma perché gli ebrei avrebbero sostenuto una menzogna di tale portata?

Lo scopo, secondo i negazionisti, è duplice: da un lato, nel breve periodo, ciò avrebbe permesso agli ebrei l’estorsione di ingenti riparazioni di guerra alla Germania, dall’altro, più a medio-lungo termine, di ottenere il sostegno politico dell’Europa per la creazione, il mantenimento in vita e la difesa dello stato di Israele, grazie a un immane senso di colpa inculcato dagli ebrei stessi nell’Occidente.

Occorre tenere presente che, a seconda della corrente negazionista che si prende in considerazione, la costruzione di questa “menzogna ebraica” o, come spesso viene indicata, “mito di Auschwitz” viene vista come deliberatamente inventata dagli ebrei oppure, invece, concedendo loro una sorta di presunzione di buona fede, secondo cui gli ebrei avrebbero genuinamente creduto alle propagande di guerra e alle leggende createsi dentro i campi di concentramento o appositamente confezionate dalle resistenze antinaziste e dagli Alleati e, pur non avendo mai visto persone dentro le camere a gas o corpi dentro i forni non hanno mai smentito, visto che erano state comunque vittime di brutalità e violenze.

D’altra parte, chi ritorna dalla camera a gas per testimoniare? E quand’anche si avevano le testimonianze degli ultimi testimoni, ovvero i Sonderkommando, reparti speciali costituiti da ebrei destinati a sgomberare le camere a gas dopo le gasazioni, raccogliere i corpi, aerare le camere, condurre i cadaveri ai forni crematori, bruciarli e smaltirne le ceneri, i negazionisti li hanno sempre accusati di mentire consapevolmente.

Qui finiscono, tuttavia, le affinità delle varie correnti negazioniste europee, che si frammenteranno molto, soprattutto a seconda dell’appartenenza politica e del ruolo che l’antisemitismo giocherà nella costruzione del proprio negazionismo.

Il sorgere del negazionismo in Francia

Come per la situazione francese, che costituì l’humus culturale e politico del negazionismo italiano (e di buona parte di quello europeo), anche in Italia si possono individuare un negazionismo embrionale – o proto-negazionismo – e un negazionismo più maturo.

L’embrione del negazionismo nacque appunto in Francia, a ridosso della guerra, tra il 1948 e il 1950 e, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, nacque a sinistra.

Infatti, sebbene la prima opera a poter essere definita negazionista comparve nel 1948, col titolo Nuremberg, ou la Terre Promise, a opera di Maurice Bardèche, personaggio di destra che fondò, nel 1952, la rivista Défense de l’Occident, poi organo del Movimento Sociale Europeo, la paternità del negazionismo viene universalmente riconosciuta a Paul Rassinier, rappresentativo di un filone con maggiori seguito e credito all’interno della costellazione negazionista.

Paul Rassinier, classe 1906, militò per quasi tutta la vita nella SFIO, il Partito Socialista francese, nelle cui liste venne poi eletto deputato nel 1946. Durante il conflitto, fu deportato come politico prima a Buchenwald e poi a Dora, per un periodo totale di tredici mesi, durante i quali fu internato e poi torturato, riportando gravi e permanenti lesioni fisiche. Insomma, non il curriculum che ci si aspetterebbe dal padre del negazionismo. Tuttavia, nel 1948, Rassinier pubblicò una prima edizione di Passage de la ligne, seguìto, nel 1950, da Le Mensonge d’Ulysse (La menzogna di Ulisse). I due scritti furono riuniti, nello stesso anno, in un’unica opera intitolata Le Mensonge d’Ulysse[4] che, appunto, segnò la nascita del fenomeno negazionista.

Possiamo definire questa genesi “proto-negazionista” perché Rassinier qui non descrisse la propria esperienza in una prospettiva già compiutamente negazionista, ma ne gettò comunque le basi, descrivendo la propria esperienza nel campo di concentramento e soprattutto mettendo al centro delle violenze operate ai danni dei detenuti i deportati politici comunisti (a cui spesso, insieme ai criminali comuni, veniva affidato dalle SS il ruolo di kapò, ovvero di autoamministratori del campo). Nell’opera, considerata capostipite della letteratura negazionista, Rassinier descrisse la propria detenzione e le situazioni di violenza nei campi come conseguenze quasi esclusive non già del sistema formale di organizzazione e vigilanza nazista, ma del sistema informale di potere e gerarchia tra deportati interno ai campi, ai vertici del quale si trovavano i deportati politici, in particolar modo comunisti.

Tale sistema aveva prodotto enormi quantità di cadaveri, i quali, secondo Rassinier, non erano imputabili direttamente alle alte gerarchie naziste, bensì alla autoamministrazione dei lager cui le SS affidavano compiti da cui dipendevano vita e morte nei campi e dei quali essi abusavano, a spese dei detenuti comuni [5]. Questa funzione era stata monopolizzata dai detenuti politici, specialmente dalla componente di osservanza staliniana, bene organizzata e strutturata rispetto ai comuni detenuti. Il tasso di mortalità, secondo Rassinier, era quindi molto alto nei campi, non a causa di un progetto di sterminio, ma per una serie di concause, tra cui spiccano i comportamenti dell’autoamministrazione, le epidemie, il sovraffollamento e la sottoalimentazione. Tali cadaveri erano poi cremati nei forni per smaltirli ed evitare ulteriori epidemie.

Rassinier fu probabilmente vittima, in buona fede, dell’assolutizzazione della propria esperienza: essendo stato deportato a Buchenwald, che non era un campo di sterminio, ha verosimilmente esteso la propria esperienza personale a tutto l’universo concentrazionario.

È interessante notare che la prefazione dell’opera fu affidata ad Albert Paraz, scrittore e personaggio di estrema destra, amico dello scrittore Céline e collaboratore di Rivarol, rivista che dava soprattutto voce ai vichysti, che in quella sede denunciò i deportati come “canaglie” [6]. Ciò valse a Rassinier l’espulsione dalla SFIO nel 1951 e dà il polso di quella bizzarra e non infrequente collaborazione destra-sinistra, anche nelle loro frange più radicali, che si può ritrovare spesso nell’universo negazionista.

La comparsa del negazionismo italiano: Franco Freda e il Gruppo di Ar

Innestandosi proprio nel solco della collaborazione destra-sinistra summenzionata, il Gruppo di Ar, gruppo che si inserisce nell’alveo della destra radicale italiana, nel 1962 scrisse e pubblicò il proprio documento fondativo [7], che può essere considerato come la prima espressione di un negazionismo nostrano.

Con questo opuscolo, tuttavia, il Gruppo di Ar non si limitò alla mera traduzione di testi negazionisti francesi: pur mutuando le argomentazioni storico-tecniche da Paul Rassinier (avvalendosi di tre opere che costituiscono le prime tre nella bibliografia dell’opuscolo: Le mensonge d’Ulysse del 1950, Ulysse trahi par le siens del 1961 e Le véritable procès Eichmann ou les vainqueurs incorrigibles del 1962), esso pubblicò un vero e proprio testo negazionista, in cui rendeva conto delle presunte menzogne relative allo sterminio ebraico (oltre a lasciar trasparire un abbondante e pervasivo antisemitismo), la cui illustrazione e presentazione erano curate direttamente dagli esponenti del gruppo. Tale fu l’importanza di questa pubblicazione che il senatore del PCI Terracini propose un’interrogazione parlamentare in proposito, definendolo un “immondo fascicolo antisemita”.

Franco Freda nel 1977, durante il processo per la strage di Piazza Fontana (immagine di pubblico dominio).

Il Gruppo di Ar[8] fu fondato nel 1962 da Franco Freda, personaggio di spicco della destra radicale italiana, che viene considerato uno dei maggiori eredi spirituali del filosofo della destra radicale Julius Evola. L’anno successivo, Freda fondò le Edizioni di Ar, oggi ancora attive e punto di riferimento per l’editoria di area, che aprirono il proprio catalogo con il Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane di Arthur de Gobineau[9].

Dopo aver scritto La disintegrazione del sistema[10], nel 1969, testo di rottura che propugnava l’inedita alleanza con le sinistre radicali in prospettiva tattica di superamento del sistema borghese capitalistico, Freda fu protagonista di varie vicende giudiziarie: fu processato per la strage di Piazza Fontana (poi assolto in Cassazione nel 1987, sebbene la Cassazione stessa, nel 2005, abbia dichiarato che, alla luce delle nuove prove emerse, Freda sarebbe stato ora condannato). Fu condannato a quindici anni per associazione sovversiva relativa proprio all’esperienza del Gruppo di Ar e a sei anni per l’esperienza del Fronte Nazionale, che fondò nel 1990 e che fu sciolto nel 2000 dal Ministero degli Interni[11].

Come si accennava, specifica attenzione merita il documento fondativo del Gruppo Tradizionalista di Ar, che costituisce un vero e proprio compendio degli stereotipi antisemiti più classici, con l’aggiunta della componente inedita, per l’Italia fino ad allora, del negazionismo.

Gli ebrei vengono qui accusati di ogni tipo di nefandezza tradizionalmente antisemita (volontà di dominio sul mondo, monopolio di editoria e finanza, manovratori della rivoluzione sovietica, ecc.: “alcuni ‘esempi’ di menzogne, alcuni dati sintomatici sull’influenza ebraica nel mondo, che possono costituire per il lettore un incentivo allo studio – a livello scientifico – del problema ebraico”, come riporta l’”Avvertenza” iniziale a firma Freda), ma è la prima sezione, denominata I campi di concentramento nazisti: menzogne e realtà, a riportare la vera innovazione dell’accusa negazionista.

Essa prende le mosse dagli scritti e dalle argomentazioni di Rassinier, per poi però emanciparsene e strutturare una vera e propria interpretazione della realtà e della storia in chiave cospirazionista. Il Gruppo di Ar, cioè, spiega la genesi della propria emancipazione dalla “cultura ufficiale” o “cultura di regime”, secondo lo schema sospetto/ricerca: essi raccontano di aver cominciato a diffidare di quella che definirono “propaganda di guerra” nonché di tutto ciò che proveniva dagli ebrei (“la repulsione quasi fisica che proviamo per tutto quello che dicono i figli di Sionne”). Da qui partì la loro ricerca, grazie soprattutto ai testi di Rassinier, da cui mutuarono le spiegazioni storico-tecniche (es. l’argomentazione che le camere a gas, quando furono utilizzate, lo furono solo per sterilizzare gli indumenti onde evitare la diffusione di pidocchi e di tifo; la motivazione dei deportati sopravvissuti, i politici – i kapò comunisti, in special modo -, ad addossare le colpe delle proprie malefatte all’interno dei campi alla prima ottima occasione che si presentava, avvalorando l’uso e la destinazione delle camere a gas che la propaganda nera e la storiografia ufficiale assegnò loro, ecc.), coscienti che sarebbero rimasti minoranza sveglia e consapevole in un mondo in cui la maggior parte delle persone era sprovvista degli strumenti cognitivi necessari per difendersi dalle “verità di regime”, ossia quelle menzogne o mezze verità pre-confezionate e per gente semplice.

Come si nota facilmente, lo schema cospirazionista contemporaneo applicabile a molti complotti (dai vaccini all’allunaggio, dal cambiamento climatico al COVID-19) non nasce oggi, ma arriva da lontano.

In realtà, arriva da ancora più lontano e dovremmo risalire indietro nel tempo, almeno alla nascita dei Protocolli dei Savi di Sion (la cui origine si colloca tra fine Ottocento e inizio Novecento) per incontrare il primo documento compiuto, un falso storico, che ha ispirato teorie del complotto secolari: gli ebrei, nelle teorie del complotto, sono un grande classico.

Il proto-negazionismo italiano, come si è visto, non può prescindere dal suo storico antisemitismo: considera la Shoah da un punto di vista filosofico-politico e simbolico a ispirazione antisemita.

La seconda ondata negazionista

Una seconda ondata negazionista, invece, che potremmo definire come un negazionismo maturo, comparirà sulla scena europea solo dopo circa 15 anni di relativa latenza, sotto nuove spoglie: si tratta di un negazionismo sine ira ac studio, ossia “senza pregiudizi”, sempre più ancorato ad argomentazioni tecniche e letture della storia che potremmo definire positiviste e sempre meno legato, almeno esplicitamente, a visioni antisemite.

La sua ricerca si concentra sull’impossibilità tecnica e storica dello sterminio: le argomentazioni portanti vanno dall’impossibilità di gasare e bruciare le quantità di persone accertate dalla storiografia sullo sterminio fino alla decostruzione delle testimonianze e delle confessioni di ex SS e/o ex detenuti nei campi. Questo tipo di negazionismo non ha, in effetti, particolare rilievo dal punto di vista dell’elaborazione teorico-politica, ma in sua assenza gli altri negazionismi non potrebbero esistere poiché avrebbero poche argomentazioni tecniche su cui basarsi (come nel caso del proto-negazionismo qui trattato).

Anche la seconda ondata negazionista, in Italia, arrivò a traino di quella francese di fine anni Settanta, che faceva capo a Robert Faurisson, insegnante di lingua e letteratura francese, e trovò il suo esponente più importante e prolifico in Carlo Mattogno.

Il negazionismo maturo divenne subito piuttosto famoso, grazie alla eco suscitata dal fatto che il famoso linguista e politologo statunitense Noam Chomsky, nel 1980, accettò di scrivere la prefazione all’opera più importante di Faurisson, Mémoire en défense contre ceux qui m’accusent de falsifier l’histoire: la question des chambres de gaz, che divenne un vero e proprio caposaldo del negazionismo internazionale, pur ammettendo di non aver letto l’opera ma avendo accettato di scriverne la prefazione in nome della libertà di espressione. Ciò regalò alla seconda ondata del negazionismo una celebrità insperata, al di fuori dell’interesse di nicchia di cui aveva goduto fino ad allora.

Bibliografia

  • Agamben, Giorgio, Quel che resta di Auschwitz. L’archivio e il testimone, Bollati Boringhieri, Torino, 1998
  • Bardèche, Maurice, Nuremberg ou la Terre Promise, Les Sept Couleurs, Paris, 1948
  • Faurisson, Robert, Mémoire en défense contre ceux qui m’accusent de falsifier l’histoire: la question des chambres de gaz, La Vieille Taupe, Paris, 1980
  • Freda, Franco “Giorgio”, La disintegrazione del sistema, Edizioni di Ar, Padova 1978 [1969]
  • Fresco, Nadine, Négationnisme, in Encyclopaedia Universalis, 1990, vol. 19
  • Germinario, Francesco, Negazionismo, antisemitismo, rimozionismo, in Giovanna D’Amico (a cura di), Razzismo, antisemitismo, negazionismo, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea, Asti, 2007, pp. 65-77
  • de Gobineau, Arthur, Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane, Edizioni di Ar, Padova 1964 [1853]
  • Gruppo di Ar, [Franco Freda?], Documento fondativo dattiloscritto, 1962 (poi pubblicato in anastatica nel 2005)
  • Rassinier, Paul, Le mensonge d’Ulysse, La Librairie Française, Paris, 1961 [1950]
  • Rassinier, Paul, Ulysse trahi par le siens. Complément au Mensonge d’Ulysse, Documents et Témoignages, Paris, 1961
  • Rassinier, Paul, Le véritable procès Eichmann ou les vainqueurs incorrigibles, La Vieille Taupe, Paris, 1983 [1962]
  • Rassinier, Paul, Le drame des juifs européens, Les Sept Couleurs, Paris, 1964
  • Rotondi, Francesco, Luna di miele ad Auschwitz. Riflessioni sul negazionismo della Shoah, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2005
  • Saletta, Cesare, Elementi sommari sul revisionismo storico in Francia, in AA.VV., Revisionismo e revisionismi, Graphos, Genova, 1996
  • Sullam Calimani, Anna-Vera, I nomi dello sterminio, Einaudi, Torino, 2001
  • Vercelli, Claudio, Il negazionismo. Storia di una menzogna, Laterza, Roma-Bari 2013
  • Vidal-Naquet, Pierre, Gli assassini della memoria. Saggi sul revisionismo e la Shoah, Viella, Roma, [1987], 2008
  • Wistrich, Robert Solomon, Negazionismo, in Laqueur, Walter (a cura di), Dizionario dell’Olocausto, Einaudi, Torino, 2004, pp. 492-50
  • Wormser-Migot, Olga, Le systeme concentrationnaire Nazi (1933-1945), Presses Universitaires de France, Paris, 1968

 

Note

  • [1] Sull’utilizzo e sulla scelta di “Shoah” o “Olocausto”, si vedano, tra gli altri, Anna-Vera Sullam Calimani, I nomi dello sterminio, Einaudi, Torino, 2001; Giorgio Agamben, Quel che resta di Auschwitz. L’archivio e il testimone, Bollati Boringhieri, Torino, 1998; Pierre Vidal-Naquet, Gli assassini della memoria. Saggi sul revisionismo e la Shoah, Viella, Roma, [1987], 2008.
  • [2] Robert S. Wistrich, Negazionismo, in Walter Laqueur (a cura di), Dizionario dell’Olocausto, Einaudi, Torino, 2004, p. 492.

  • [3] Sui capisaldi concettuali del negazionismo, cfr, tra gli altri, Francesco Rotondi, Luna di miele ad Auschwitz. Riflessioni sul negazionismo della Shoah, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2005 e Francesco Germinario, Negazionismo, antisemitismo, rimozionismo, in Giovanna D’Amico (a cura di), Razzismo, antisemitismo, negazionismo, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea, Asti, 2007, pp. 65-77.

  • [4] A riprova dei natali di sinistra del negazionismo e della collaborazione destra-sinistra nel negazionismo, dopo la morte di Rassinier, avvenuta nel 1967, la casa editrice di ispirazione comunista fin dal nome, La Vieille Taupe, ripubblicò due opere di Rassinier, il quale, per lungo tempo aveva pubblicato esclusivamente presso case editrici di estrema destra (es. Les Sept Couleurs, di Bardèche): cfr. Paul Rassinier, Le mensonge d’Ulysse, La Vieille Taupe, Paris, 1979 [1948] e Paul Rassinier, Ulysse trahi par le siens. Compléments au Mensonge d’Ulysse, La Vieille Taupe, Paris, 1980 [1961].

  • [5] Cfr. Paul Rassinier, La menzogna di Ulisse, Graphos, Genova, 1996 [1950], pp. 190-191 (§ Cattivi trattamenti) e Cesare Saletta, Elementi sommari sul revisionismo storico in Francia, in AA.VV., Revisionismo e revisionismi, Graphos, Genova, 1996, pp. 65-66.
  • [6] Nadine Fresco, Négationnisme, in Encyclopaedia Universalis, 1990, vol. 19, pp. 1003-1005.

  • [7] Gruppo di Ar [Franco Freda?], Documento fondativo dattiloscritto, 1962 (poi pubblicato in anastatica nel 2005).

  • [8] In una spiegazione allegata alle Edizioni di Ar, si legge: Ar è il semantema radicale – ovvero l’elemento base – individuabile, tramite la comparazione linguistica effettuata fra diversi idiomi indoeuropei, in parole che esprimono l’idea di nobiltà, di superiorità, di valore” (si portano diversi esempi, fra cui il sanscrito “arya” – “nobile”- con cui venivano indicate le antiche stirpi indiane e iraniche; “ar” ritorna, inoltre, in termini greci quali “areté” (“virtus”), “areìon” (“migliore”, “superiore”), “aristos”, superlativo equivalente a “ottimo”. Si indicano ancora alcuni termini caratterizzati dal suffisso “ar” ed esprimenti significati simili in ambito celtico e nordico antico.

  • [9] Arthur de Gobineau, Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane, Edizioni di Ar, Padova 1964 [1853].

  • [10] Franco “Giorgio” Freda, La disintegrazione del sistema, Edizioni di Ar, Padova 1978 [1969].

  • [11] Per una nota biografica in stile agiografico di Freda, cfr. http://www.edizionidiar.it/franco-freda/

 

* Daniela Rana ha conseguito un dottorato di ricerca in ‘”Studi Politici. Storia e Teoria” con una tesi sulle radici teorico-politiche del negazionismo della Shoah. Ormai da qualche anno lavora nella cooperazione internazionale.

Immagine in evidenza: i principali provvedimenti delle leggi razziali del 1938. Da lì a qualche anno, anche il nostro Paese si sarebbe reso responsabile delle sofferenze e della morte di migliaia di nostri concittadini ebrei.

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