Dracula il coleroso

Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo

Se non fosse arrivato il colera nelle Isole Britanniche, avremmo avuto il Dracula che un po’ tutti abbiamo letto ? La domanda è meno improbabile di quanto possa sembrare, e se la sono posta fior di critici letterari. 

Nel 1832 scoppia, improvvisa e terribile, un’epidemia di colera a Sligo, in Irlanda, allora parte del Regno Unito: in sei settimane – un mese e mezzo – si porterà via circa 1500 persone su una popolazione di appena ventimila. Tra i testimoni di questi terribili eventi c’è una donna, Charlotte Thornley, che parecchi anni dopo – nel 1847 – diventerà la madre di Bram Stoker: sì, proprio l’autore del Dracula letterario più famoso di tutti i tempi. 

La Thornley ci ha lasciato una delle descrizioni più intense delle leggende, paure e dicerie che circolarono in quelle settimane terribili. Il suo resoconto, Experiences of the Cholera in Ireland 1832 risale al 1873, ed è contenuto in una lettera indirizzata al figlio. Probabilmente, fu proprio lui a convincere la madre a mettere finalmente su carta i fatti di cui aveva sentito raccontare fin da bambino. E la sua testimonianza, davvero, non ha nulla da invidiare ad un romanzo gotico. 

L’inizio dell’epidemia

Charlotte Thornley era nata il 28 giugno 1818, figlia unica di un poliziotto. La sua famiglia viveva proprio a Sligo, la città irlandese che nel 1832 fu la più devastata dal colera. Per sopravvivere, come molti loro concittadini, i genitori di Charlotte fuggirono, rompendo il cordone sanitario imposto dalle autorità e portando con sé la figlia quattordicenne. Ma prima ci furono l’attesa dell’epidemia, il lockdown, le dicerie. 

Il colera era, per l’Europa del tempo, una malattia nuova. Arrivò probabilmente dall’India grazie agli intensi scambi commerciali con la Russia e, da lì, in Gran Bretagna – non per nulla, in Italia era detto morbo asiatico. Ma lasciamo la parola a Charlotte:

Si diceva che fosse arrivato da Oriente, Abby Huch nel suo China afferma che scaturì dal Mar Giallo, arrivando sulla terraferma

come una nuvola che si divideva in due parti, le quali si diffusero a Nord e a Sud.[…] Le notizie viaggiavano lente. Di tanto in tanto ci arrivavano notizie della Grande Pestilenza, ma gli uomini ne parlavano ancora come di una cosa lontana, che non avrebbe mai potuto arrivare a loro. Gradualmente, però, il terrore crebbe, a mano a mano che la sentivamo sempre più vicina. Era in Francia, era in Germania, era in Inghilterra, e – con selvaggio terrore – cominciammo a sentire un sussurro passare: “È in Irlanda”.

Sulle strade che portavano ai distretti dove l’epidemia era già scoppiata furono erette barricate. Gli stranieri venivano visti particolarmente di mal occhio. Si cercava in ogni modo di fare sì che il contagio non toccasse anche Sligo. E qui, nel resoconto della donna, le cose cominciano a prendere una piega decisamente dark:

Un caso lo ricordo vividamente: un povero viaggiatore venne portato, malato, lungo la strada, a qualche miglia dalla città, e come lo trattarono, quei Samaritani? Scavarono un pozzo, e con dei lunghi bastoni lo spinsero, ancora in vita, lì dentro, e lo seppellirono vivo.  

Il colera, però, arrivò lo stesso: Feeny, un’insegnante di musica, fu la prima, uccisa in meno di un’ora. In breve, quasi ogni famiglia ebbe qualche caso. La città stessa era diventata, nelle parole di Charlotte, una città dei morti

La vita durante l’epidemia

Il resoconto della Thornley ci restituisce una Sligo spopolata: le attività chiusero, la gente si tappò in casa, e i soli mezzi di trasporto che circolavano erano quelli dei dottori. E poi neanche più quelli, perché il personale medico fu, com’è ovvio in questi casi, tra le prime vittime dell’epidemia. Una parte della popolazione si diede alla fuga, alcuni morirono nel viaggio. Il clero – sia quello cattolico, sia quello protestante – se ne andò dalla città, con pochissime eccezioni; i funerali non venivano più celebrati. Il County Infirmary Fever Hospital diventò un ospedale per colerosi. 

Charlotte racconta quello che videro i suoi occhi di quattordicenne: l’esperienza di salutare una famiglia, e di apprendere che il giorno dopo erano ormai tutti morti e sepolti; e poi il senso di precarietà, i vicini che scomparivano a poco a poco, il grido che risuonava tutte le mattine per le stanze:

“È morto qualcuno stanotte?”

E ancora, il whiskey con zenzero assunto ogni mattina come rimedio profilattico, le fumigazioni fatte nel tentativo di disinfettare l’aria, i barili di catrame che ardevano la notte per lo stesso motivo… Se allora non c’erano negazionisti – l’epidemia era innegabile – c’era però chi mal sopportava i suoni delle ambulanze… O meglio, quello delle campane:

I carri e le barelle del colera avevano un campanaccio il cui suono si andava ad aggiungere all’orrore, e il fabbricante di casse da morto (un uomo di nome Young) aveva l’abitudine di bussare alle porte e di domandare se servissero bare. Era un’atmosfera difficile da sopportare, pochi nervi avrebbero retto. Gli chiedemmo di smetterla. Lui continuò, e una volta gli dissi che se fosse venuto di nuovo, gli avrei lanciato addosso dell’acqua. Il giorno dopo bussò come al solito, e ricevette una grossa caraffata d’acqua in testa. Il tizio si scrollò, guardò su con un ghigno diabolico, agitò il pugno e disse: “Se morirai nel giro di un’ora, non avrai una bara”. “Grazie”, dissi, “in questo caso non me ne importerà”. Non venne più. 

Alcuni beni, come il latte, erano diventati impossibili da trovare. La famiglia di Charlotte Thornley possedeva una mucca, e molti andavano da loro a mendicare il nutrimento per i bimbi più piccoli: i bricchi venivano lasciati fuori dalla porta e riempiti, senza contatti tra le persone, in un tentativo precario di distanziamento sociale.  

I sepolti vivi

Ciò che impressionò di più la ragazzina, però, furono le sepolture frettolose. Negli ospedali non c’erano letti per tutti: quando venivano portati nuovi malati, semplicemente si tiravano via i corpi di quelli più malmessi, per alloggiare i nuovi arrivati. A volte, i moribondi venivano buttati in mezzo ai morti senza che nessuno si preoccupasse di verificare se fossero davvero deceduti. Più di uno fu sepolto vivo, dando corpo a una delle paure più terribili del tempo: il timore di essere seppelliti ancora viventi.

Un uomo portò sua moglie all’ospedale caricandola sulla sua schiena, e lei era in grande agonia. Le legò un foulard rosso ben stretto intorno al polso per cercare di alleviarle il dolore. Quando tornò alla sera, le dissero che era morta e che era stata portata all’obitorio. Cercò il suo corpo per darle una sepoltura più dignitosa di quella che potevano darle lì (l’abitudine era quella di scavare un largo fossato, mettervi dentro quaranta o cinquanta corpi senza feretro, buttarvi sopra della calce e coprire la tomba). L’uomo vide un angolo del suo fazzoletto sotto a molti corpi, che rimosse, trovò sua moglie e scoprì che era ancora viva. La portò a casa, lei si riprese e visse ancora molti anni.

Ma questa non è la sola storia del genere descritta da Charlotte. Un’altra riguarda un uomo assai alto, un ex militare, soprannominato Long Sergeant Cullen. Costui

Si prese il colera e si pensò fosse morto, e quindi si portò una bara, visto che il carpentiere aveva sempre una scorta di bare pronte (perché le sepolture venivano fatte immediatamente dopo la morte); ma erano tutte di un’unica misura, e ovviamente troppo corte per Long Sergeant Cullen. Gli uomini che lo stavano mettendo all’interno, vedendo che non ci entrava, presero un grosso martello e gli spezzarono le gambe, per ridurlo alla lunghezza giusta, ma il primo colpo sveglio il sergente dal suo stato di incoscienza, e quello e si rizzò a sedere, e si riprese. Ho ancora visto molte e molte volte quell’uomo. 

Come accennato, il timore di essere sepolti vivi è un discorso ricorrente nelle epidemie del passato, e, più in generale, nella stampa e nella letteratura. 

Per darvi la misura di quanto questi elementi siano collegati, potete leggere che cosa si raccontava nell’estate del 1884 su un seppellimento precoce, durante un’epidemia di colera, a Borgo San Dalmazzo (Cuneo), ma pure, qui di seguito, quanto accadde poco più di due mesi dopo a Bernezzo, ad alcune decine di chilometri di distanza da Borgo. Se ne occupò il quotidiano cuneese La Sentinella delle Alpi del 7 ottobre 1884:

La diceria del sepolto vivo. – Ieri circolava la voce che una donna colta da cholera e creduta morta fosse stata qui sepolta viva, ma che riavutasi era giunta graffiando la cassa a richiamare l’attenzione del seppellitore. Era una fiaba, ed ecco i motivi che la originarono. Essendosi l’instancabile nostro Prefetto portato a Bernezzo per soccorrere i colpiti della borgata di San Rocco, nella Sala comunale parlando con il Sindaco, raccomandò caldamente d’andar cauti, citando in appoggio delle sue raccomandazioni fatti di sepolti vivi a Genova e a Tolone. Tanto bastò perché qualche curioso indiscreto ciò udito andasse spargendo la voce che a Bernezzo una donna era stata sepolta viva e che il Prefetto s’era recato sul posto a fare un’inchiesta. 

Del resto, per tutto il XIX secolo, il timore che con la scusa del colera si volesse “calcinare” una persona ancora in vita diede luogo a rivolte e scontri con le forze dell’ordine. Un progetto dell’Associazione Italiana di Storia Orale (AISO), che ha raccolto numerose testimonianze dell’influenza spagnola, mostra che queste voci, ormai presenti solo nei racconti dei discendenti dei testimoni della pandemia, erano presenti ancora nel 1918.  

Fuga da Sligo

Un giorno, la madre di Charlotte trovò che i polli, nel cortile, erano in uno stato di grande eccitazione, e che molti stavano morendo. Era il segnale: presero le loro cose, affidarono la mucca alle cure di un conoscente e si misero in marcia per Ballyshannon, dove alcuni parenti avrebbero potuto ospitarli. 

Arrivati nei pressi del villaggio di Bundoran, la vettura su cui viaggiavano fu attaccata da una folla di uomini armati di falci e bastoni. Erano capitanati da un certo dottor John Shields e non volevano farli proseguire. Glielo permisero solo dopo lunghe suppliche, discussioni e minacce di ricorrere alla forza pubblica. Stanchi e affamati, arrivarono a Ballyshannon, ma anche lì non furono ben accolti vennero autorizzati a passare, ma non a fermarsi. 

Lo zio di Charlotte li indirizzò allora presso un conoscente nella contea di Donegal, e il gruppetto – famiglia e servi con bambini al seguito – ripartì. Il carro era scoperto, pioveva, e durante il viaggio il padre di Charlotte si ammalò: non era colera, ma la famiglia dovette affrontare tutta l’ostilità della gente del posto, da cui si ritrovò ad implorare una scodella di cibo e un po’ d’acqua. 

L’odissea non era ancora finita: arrivati a Donegal, una folla inferocita si prese i loro bagagli e li bruciò al centro della piazza. Furono salvati solo dall’ufficiale in comando della piccola guarnigione, che fece scudo alla famiglia di Charlotte e affrontò i rivoltosi alla baionetta. Espulsi dai magistrati della città, furono scortati sulla strada da cui erano arrivati. Con il favore delle tenebre tornarono a Ballyshannon, ospitati presso la casa di un cugino. Questa volta i magistrati permisero loro di rimanere, dopo un esame medico che li dichiarava immuni dal colera, e con la promessa di non uscire di casa per alcuni giorni. La quarantena trascorse senza problemi, e nel frattempo il morbo si placò. Alla fine, nessuno della famiglia si ammalò, e poterono tornare a Sligo sani e salvi. 

Il colera e Dracula

Il resoconto di Charlotte Thornley non è da prendere come un documento storiografico: contiene voci udite e impressioni di una ragazzina, rievocate a decenni di distanza dai fatti. Ci danno però un quadro molto vivido di ciò che una ragazza dell’epoca dovette passare, delle sue sensazioni e delle storie che le rimasero impresse.

Qualcuno – come la storica Marion McGarry – ha fatto notare una serie di somiglianze tra Dracula e la cronaca di quei giorni: a Sligo, il primo caso di colera risale ad agosto, e la prima vittima del vampiro su suolo inglese, nel racconto muore l’11 agosto. Nella tradizione orale della cittadina irlandese, lo scoppio dell’epidemia fu preannunciato da un fortissimo temporale, con “tuoni e lampi, accompagnati da un’insolita calura“: anche l’arrivo di Dracula coincide con una tempesta. Le descrizioni d’epoca ci tramandano il tanfo della putrefazione che ammorbò la città per settimane; anche questa, una caratteristica che si ripete nel libro, in occasione delle apparizioni del conte… 

E poi, soprattutto, quegli uomini sepolti quando ancora respiravano, in quel sottile stato liminare tra la vita e la morte, in una condizione di non-vita. 

Certo, potrebbe trattarsi di deduzioni eccessive: nel resoconto della madre di Stoker la tempesta non c’è, né sono presenti riferimenti personali più precisi. Sulla base delle similitudini, alcuni studiosi si sono spinti a dire che Dracula sarebbe la personificazione stessa del colera – cosa che, sulla base dell’evidenza, appare eccessiva: nella figura del vampiro del XVIII e del XIX secolo si fuse una serie complessa di tradizioni, di credenze folkloriche, di conoscenze mediche del tempo, di voci su personaggi storici, oltre alla creatività letteraria di più di uno scrittore.  

Eppure, forse anche i racconti di mamma Stoker sul colera di Sligo, a parte fruttare iniziative come i tour guidati della città, contribuirono a rendere l’atmosfera di Dracula così cupa e affascinante, e a renderlo quello che è: un libro del 1897, ma che ha dato il la alla mitologia contemporanea del vampiro. In tempi di epidemia, forse affascina, e sconcerta, ancora di più.

Immagine in evidenza: una cartolina francese del XIX secolo, L’inhumation precipitée, il timore della sepoltura da vivi, legato alle morti da colera certificate da medici che si temevano troppo frettolosi.

Si ringrazia Fabio Camilletti, professore associato presso la School of Modern Languages and Cultures dell’Università di Warwick (Inghilterra).

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