Quando la congiura degli Illuminati sbarcò in America

Articolo di Sofia Lincos e di Giuseppe Stilo

Da sempre i cospirazionisti sono in grado di creare dal nulla congiure, complotti e minacce incombenti. In realtà, buona parte di queste credenze basate sulla paura hanno vita breve, tanto più quando hanno scadenze precise (“l’invasione aliena inizierà il 22 marzo 2021”; “a Natale ci sarà un attacco islamista con gas in tutte le capitali europee”; “il presidente sarà ucciso il mese prossimo da terroristi”…). Alcune, però, resistono ad ogni cambiamento sociale e politico, anche di grande portata. Che ciò avvenga, in qualche caso, è facile a spiegarsi: le leggende antisemite, ad esempio, si basano su stereotipi già esistenti nella cultura latina prima del Cristianesimo, poi rafforzati e portati, nel corso della storia, sino a conseguenze gravissime. In altre occasioni, la sopravvivenza di alcune convinzioni sui “controllori del mondo” è più sorprendente. 

I terribili Illuminati

Uno di questi casi – peraltro notissimo – è il mito degli Illuminati. Non esiste appassionato di cospirazioni che non ne abbia sentito parlare. Gli Illuminati controllano il mondo e sono responsabili di tutto ciò che di male vi accade. 

La cosa sorprendente è che gli Illuminati di Baviera, che esistettero sul serio, furono un’organizzazione segreta tedesca che visse in tutto non più di… dieci anni. Creata nel 1776 sulla base di idee illuministiche, invocava un ammodernamento (in senso “razionale”) delle chiese protestanti e cattolica e faceva lobbying delle proprie idee di progresso presso i principati tedeschi. Entrò in rapporti stretti con le massonerie tedesche, francesi e italiane, ma ci litigò più volte, e così avvenne anche con i Rosacrociani settecenteschi (un altro movimento segreto di riforma tedesco). 

Gli Illuminati rappresentarono un fenomeno culturale e politico complesso, ma oggi per gli storici delle idee abbastanza chiaro nelle sue dinamiche (su Wikipedia si trova un’ottima voce, ancora meglio se vorrete procurarvi questo libro di Terry Melanson). Fra il 1786 e il 1787, anche a causa dell’azione repressiva delle autorità, l’organizzazione si dissolse e il suo leader, Adam Weishaupt, perse qualsiasi influenza. La messa fuori legge del movimento ne comportò la denuncia pubblica da parte della polizia, che li additò come sovvertitori dell’ordine stabilito. La notizia della “cospirazione” messa in atto apparve su tutte le gazzette europee del tempo. Così, proprio mentre morivano, gli Illuminati si trasformarono in uno spauracchio tentacolare e minaccioso, e divennero leggenda.

Gli Illuminati come burattinai della Rivoluzione francese

Senonché ecco, tre anni dopo la dispersione clamorosa degli Illuminati di Baviera, qualcosa davvero in grado di sovvertire l’ordine mondiale: l’inizio della Rivoluzione francese. Le monarchie assolute di diritto divino, per quanto facessero resistenza, furono sostituite nel corso dei decenni successivi o da repubbliche o da monarchie costituzionali, trascinando con loro strutture economiche e religiose inadatte ai cambiamenti economici e culturali ormai inarrestabili. Lo shock fra i conservatori e il clero cattolico fu tremendo. Possibile che il cataclisma fosse avvenuto per “normali” motivi sociali e politici? Beh, no, dietro ci doveva essere un complotto, ma di quelli grossi. E fu a questo punto che la Rivoluzione francese si trasformò, ai loro occhi, nella congiura per eccellenza.  Qualcosa di mostruoso, messo insieme da una serie di entità orrende, misteriose, potentissime. 

Nel 1797-99 fu un gesuita reazionario, Augustin Barruel (1741-1820), a fondare la moderna letteratura cospirazionistica grazie a un’opera fondamentale in cinque volumi: le Mémoires pour servir à l’Histoire du Jacobinisme. Questo lavoro univa in maniera terribile ma geniale due tradizioni culturali europee preesistenti, quella dell’occultismo moderno, nato nel ‘500, e quella massonica, sorta a inizio ‘600 in Scozia. La prima, per motivi facilmente intuibili, fu attaccata con virulenza dal pensiero cattolico. La seconda (la Massoneria) diventò altrettanto intollerabile quando, intorno al 1725, giunse nel continente europeo dalle Isole Britanniche. Attecchì prima in Francia, propagandando un’idea di socialità che metteva sullo stesso piano ogni credenza religiosa, e dando per scontata la libertà di coscienza dell’individuo. 

A queste due correnti, che per lui erano matrici della Rivoluzione, Barruel aggiunse uno spauracchio nuovo: gli Illuminati di Baviera, che secondo lui si stavano estendendo in ogni parte d’Europa, in primo luogo in Francia (dove ovviamente minavano alla radice la civiltà). In realtà, quando Barruel scriveva, il gruppo tedesco degli Illuminati era già disperso. Bisogna ammettere però che l’opera di Barruel era ben scritta e ben argomentata. Il gesuita si rese conto – da persona colta – che per raggiungere strati più vasti del pubblico europeo non poteva partire dalla sua prospettiva strettamente confessionale – quella del prete cattolico che lancia anatemi contro chiunque sia diverso da sé. E quindi, travestendosi un po’ da “storico”, riuscì invece a trovare ascolto in un Paese d’Europa che in teoria – per motivi politici, culturali e religiosi – avrebbe dovuto restare sordo a quei discorsi: la Gran Bretagna. Non a caso, fu proprio a Londra, dov’era esule, che Barruel fece stampare le sue Mémoires.

Anche i fisici ci cascano

Barruel era un gesuita che vedeva disintegrarsi i riferimenti a lui cari. Dal suo punto di vista, è del tutto spiegabile che avesse concezioni della storia e della politica così tanto conservatrici. Mettere insieme i pezzi di un mostruoso avversario di cui gli Illuminati erano parte integrante non era cosa facile: eppure lui ci riuscì in maniera interessante, radunando documenti e cercando di studiarli, magari in modo fazioso e senza porsi troppi problemi sulla loro attendibilità, con la pretesa “obiettività” dello studioso. Ed è proprio nelle isole in cui tanti controrivoluzionari francesi si erano rifugiati, quelle inglesi, che l’opera di Barruel trovò proseliti, e si cominciarono a stampare opere dello stesso suo segno. Uno di questi epigoni fu un personaggio del tutto diverso da Barruel, ma che in qualche modo era arrivato alle sue stesse conclusioni: un uomo di scienza, non di fede. 

John Robison (1739-1805) era, infatti, un fisico, docente all’Università di Edimburgo, la capitale della Scozia. Aveva inventato la sirena d’allarme e lavorato con un genio come Watt alla costruzione dei primi modelli di vetture a vapore. Eppure, negli ultimi anni della sua vita (e in contemporanea con Barruel a Londra), Robison diventò anche lui un propagandista di idee cospirazionistiche sulla Rivoluzione francese. Lo fece pubblicando nello stesso anno dei primi tomi di Barruel, il 1797, Proofs of a Conspiracy against all the Religions and Governments of Europe, carried on in the secret meetings of Freemasons, Illuminati and Reading Societies; un volume in cui metteva insieme, come matrici del disordine che mirava a distruggere governi e religione, massoni, Illuminati e club filo-giacobini.  

 In questo caso, però, sappiamo che Robison fu vittima del materiale prodotto da un agente segreto: un monaco cattolico scozzese che in quel periodo viveva in Germania e che fu al servizio di vari governi ed eserciti europei in funzione controrivoluzionaria e di propaganda anti-illuministica. Si chiamava Alexander Horn (1762-1820) e fornì le basi di ciò che Robison incorporò nel suo libro. 

Ora, teniamo ben presenti i protagonisti di questa storia: un gesuita trasferito a Londra come Barruel e un monaco cattolico come Horn. E’ quindi abbastanza sorprendente che la congiura degli Illuminati abbia potuto fare il passo di cui vogliamo parlarvi meglio: il suo arrivo negli Stati Uniti, una nazione che al tempo era giovanissima e permeata da idee protestanti. 

Gli Illuminati invadono l’America

Jedidiah Morse (1761-1826), che vediamo nell’immagine in evidenza (tratta da Wikipedia) era un pastore protestante del Connecticut, attivissimo nel contrastare anche con arroganza quelle che riteneva deviazioni dall’ortodossia confessionale. Ma non solo: fu il maggior geografo americano del suo tempo, e padre di Samuel Morse, l’inventore del telegrafo. Per quanto ci riguarda, fu colui che introdusse nel continente americano la congiura degli Illuminati, e lo fece in tempi rapidissimi, con enorme successo, suscitando polemiche e paure di ogni tipo. 

È per causa sua se gli Illuminati, nel mondo del cospirazionismo americano, sono da allora il termine chiave per descrivere ogni male nascosto. Da allora non è stato più possibile tornare indietro. Se per l’Europa ultraconservatrice il “papà” del mito degli Illuminati è Barruel, per gli USA è Morse. Non solo: il suo è uno di quei casi in cui è possibile ricostruire con una certa fiducia da dove avesse preso quelle idee. Morse, che sin dall’inizio aveva sposato le idee politiche dell’ex-madrepatria inglese, cioè la totale opposizione agli stravolgimenti in corso in Francia, riprese in modo diretto Robison. Nel frattempo, un nobile inglese cattolico che aveva servito l’esercito francese sotto Luigi XVI, Robert E. Clifford (1762-1817), aveva tradotto in inglese i cinque volumi di Barruel, che poi giunsero in America nel 1799 grazie a un editore di New York. 

Non potevano esserci, sulla carta, nemici teologici più aspri del pastore Morse, del gesuita Barruel e del suo traduttore Clifford, o anche del monaco benedettino Horn. Eppure, il mondo che disegnavano era lo stesso. E così di punto in bianco, nel maggio del 1798, quel pastore del Connecticut cominciò a sostenere che sugli Stati Uniti incombeva la minaccia degli Illuminati di Baviera, che intendevano “sradicare la cristianità” e “rovesciare qualsiasi forma di governo”: una convinzione portata avanti con forza, con sermoni e discorsi, opuscoli e volantini,. Per lui erano gli Illuminati ad aver creato in segreto il movimento giacobino francese il cui scopo ultimo era, per lui, vietare il culto cristiano ovunque. Ma attenzione: a guidare questa congiura non c’erano oscuri massoni, atei e così via, ma… Thomas Jefferson, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti! Insomma, un teista che da lì a tre anni sarebbe diventato il terzo presidente americano e, non ultimo, capo del Partito Democratico-Repubblicano, che Morse detestava – visto che sosteneva l’altro partito alla moda del tempo, quello Federalista. 

In altri termini, Morse acquisì popolarità sostenendo – lui, esponente di una confessione religiosa importante – che uno dei maggiori leader politici del tempo cospirava per instaurare un ordine perverso e mostruoso. Predicando il 9 maggio 1798 a Boston e a Charlestown, spiegò che il programma degli Illuminati per l’America degli anni a venire era:

abiurare la Cristianità, giustificare il suicidio proclamando che la morte è un sonno eterno, promuovere i piaceri sensuali in accordo con la filosofia epicurea […], denigrare il matrimonio, e promuovere relazioni promiscue fra i sessi.

Per lui gli Illuminati si stavano rapidamente insediando in ogni nucleo del potere, al punto che, alludendo alle sorti dell’America, i cristiani dovevano

tremare per la sicurezza del nostro scrigno politico e religioso. 

Qualcun altro si mise sulla scia di Morse, ad esempio una figura importante delle chiese protestanti congregazionaliste, il pastore Timothy Dwight (1752-1817), che da qualche tempo era anche preside dell’Università di Yale. Nel suo sermone The Duty of Americans, pronunciato il 4 luglio 1798, festa nazionale, predicò sul capitolo 16 dell’Apocalisse ammonendo contro i “falsi profeti” che propugnavano dottrine menzognere: erano gli Illuminati, il cui scopo era “unire l’umanità contro Dio”. Se avessero prevalso, figli e figlie degli americani sarebbero caduti preda di ogni perversione sessuale. Al contrario: 

Laddove la religione prevale, l’Illuminatismo non può fare discepoli, non può prendere il potere un Direttorio francese [allusione agli sviluppi via via più autoritari della Rivoluzione, NdA], una nazione non può esser resa schiava, né esser fatta da illetterati, da atei o da bestie”. 

Un elemento importante per capire da un lato fino a che punto Morse si era spinto e, al contempo, utile per spiegare come la popolarità delle sue idee crollò rapidamente, sta in un sermone da lui pronunciato a Charlestown poco meno di un anno dopo, il 25 aprile del 1799. In quella occasione, il pastore arrivò ad accusare pubblicamente una serie di americani importanti di appartenere in segreto agli Illuminati. 

Declino e disgrazia di Jedidiah Morse

A quel punto, secondo l’analisi offerta dallo storico Jonathan J. Den Hartog nel suo libro Patriotism and Piety (University of Virginia Press, 2015) si mise in moto un meccanismo di controllo sociale di cui, evidentemente, le élites statunitensi del tempo disponevano. Si direbbe che a quel punto a Morse sia accaduto qualcosa di simile a ciò che accadde al cospirazionismo anticomunista del senatore McCarthy dei primi anni ‘50. Nella retorica di McCarthy, fin dall’inizio ebbe un ruolo importante l’immagine dell’elenco. McCarthy asseriva con enorme sicurezza di disporre di liste di spie sovietiche, e sovente faceva i nomi dei comunisti in essa presenti. La “lista” diventava quasi una fonte rivelatoria intoccabile: se McCarthy diceva che un attore, un politico, un generale, uno scienziato era nella lista, iniziavano i guai. 

Ecco; a Morse e a chi lo sostenne accadde in una certa misura ciò che capitò a McCarthy un secolo e mezzo dopo. Furono le classi colte e i poteri pubblici americani a cogliere che quegli elenchi di Illuminati rischiavano di essere il punto di non ritorno verso i più deleteri errori del pensiero. Morse insistette con l’appartenenza all’inesistente setta degli Illuminati di un certo numero di americani prominenti, e così condannò la sua carriera ad un rapido declino. In mancanza di ogni evidenza, nel giro di poco tempo sia Morse nel 1799 sia McCarthy nel 1953 caddero in disgrazia. 

Questa risposta anti-cospirazionistica probabilmente dipese da due elementi. Il primo fu l’esistenza di una borghesia americana forte e radicata in un Protestantesimo ben più aperto di quello di Morse, che non vedeva di buon occhio ciò che arrivava dal continente europeo. 

Il secondo è rappresentato dal fatto che il rigetto inglese della Rivoluzione parigina del 1789, tipica in Europa degli ambienti cattolici e del papato, fu condiviso subito da alcuni politici e religiosi protestanti americani secondo vie e linguaggi analoghi a quelli europei (il cospirazionismo). Ma quando si tentò di tradurre questa distanza politica e culturale nel linguaggio estremo della cospirazione, il pragmatismo tipico di coloro che avevano dato vita all’America indipendente prevalse: le filosofie francesi e tedesche apparivano troppo astratte alla gran parte degli inglesi e degli americani, e persino le teorie di Barruel, in un certo senso, e anche se in negativo, erano cartine di tornasole del contesto culturale continentale europeo. 

Le posizioni estreme di Morse hanno un aspetto paradossale. Davano per certa un’infiltrazione dei perfidi nemici nei nuclei vitali della società americana – e questo quando gli Illuminati non esistevano più, le tendenze filosofiche giacobine erano in arretramento e la Massoneria era ormai un fenomeno sociale di vasta portata, armonizzato con la società del suo Paese. Il paradosso stava nel fatto – e lui questo non poteva saperlo – che nelle loro elucubrazioni di riforma sociale e religiosa, gli Illuminati di Baviera (quelli veri, quelli tedeschi del 1776-86!) vagheggiavano davvero la creazione di una colonia utopica basata sui loro principi… negli Stati Uniti. Niente del genere fu mai realizzato. Restarono soltanto fantasie, ma, se si fossero realizzate, l’America avrebbe visto sul suo suolo prosperare in libertà l’ennesima comunità eterodossa, insolita, ma che probabilmente nessuno avrebbe disturbato o ritenuto particolarmente pericolosa.

Della realtà storica degli Illuminati di Baviera, Morse non sapeva quasi nulla. Tutto il suo ragionamento si basava sulla paura, sull’accettazione cieca della propaganda politica, delle fonti precarie e di vere e proprie invenzioni. Così come molti di quelli che oggi ripropongono lo spettro degli Illuminati dietro alla morte di Kennedy o agli attentati dell’11 settembre ben poco sanno della loro realtà storica, della nascita del mito e dei motivi per cui arrivò negli Stati Uniti.

Oggi, come allora, nihil sub sole novi.

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